Più investimenti e produttività: gli immigrati fanno crescere l'Italia

Uno studio di Banca d'Italia evidenzia un aumento del Pil pro-capite legato soprattutto all'arrivo di personale altamente qualificato nei Paesi Ocse. Ecco tutti i dati
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September 17, 2026
Più investimenti e produttività: gli immigrati fanno crescere l'Italia
L'immigrazione ha un effetto moltiplicatore sull'economia del Paese secondo il report di Banca d'Italia
L’aumento dei lavoratori stranieri si traduce in una crescita della produttività e degli investimenti. È un ribaltamento copernicano quello proposto dal report della Banca d’Italia “Immigrazione e risultati macroeconomici nei Paesi Ocse” realizzato da Gaetano Basso, direttore generale per le Ricerche economiche e statistiche in collaborazione con Mithali Mathur e Giovanni Peri dell’Università della California. I tre studiosi hanno analizzato i flussi migratori dal 1990 al 2024 nei 34 Paesi Ocse evidenziando una correlazione diretta tra l’aumento degli arrivi (in seguito choc migratori o politiche più permissive) e la crescita del Pil pro-capite per lavoratore. Un effetto moltiplicatore che si attiva soprattutto quando gli ingressi riguardano personale altamente istruite e qualificato. Al contrario nei Paesi dove a crescere è stata la popolazione locale l’andamento dell’economia non ha registrato nessuna variazione positiva. I tre ricercatori precisano che i dati, pur provenendo da un campione completo dei Paesi Ocse per un lasso di tempo di 35 anni, tracciano una correlazione statistica tra aumento del Pil e dei lavoratori immigrati senza che sia possibile individuare una causa diretta.
Il rapporto cita studi precedenti che evidenziano come non manchino le criticità. I nativi con redditi più bassi hanno maggiori probabilità di sopportare i costi economici della migrazione di lavoratori poco qualificati. Ma il saldo complessivo, soprattutto nel lungo termine e in caso di “cervelli” in arrivo, è positivo. «La nostra analisi – scrivono gli autori –. evidenzia un punto importante: sebbene l’impatto dell’immigrazione sulla disuguaglianza sia ancora oggetto di dibattito e possa variare da Paese a Paese, suggerisce che aumentando la “porzione della torta economica” di un Paese l’immigrazione, accompagnata dalla redistribuzione, potrebbe potenzialmente avvantaggiare tutti i cittadini». Soprattutto alla luce dell’inverno demografico che da decenni sta flagellando i Paesi più sviluppati. Analizzando i flussi migratori la prima cosa che emerge è che gli arrivi provengono principalmente da Paesi non Ocse. Il secondo aspetto è che la stragrande maggioranza di chi arriva (circa l’81%) ha un livello di istruzione e di competenze superiore rispetto alla popolazione del Paese ospitante. Anche se inizialmente impiegati in lavori meno qualificati grazie al maggiore capitale umano che hanno a disposizione riescono nel giro di dieci anni a colmare il divario di produttività con i nativi. Per un aumento dell’immigrazione netta pari all’1% della popolazione adulta la stima sull’intero campione Ocse è di un incremento  dell’1,18% del Pil per lavoratore nei primi cinque anni, che sale all’1,90% nell’arco dei cinque anni successivi.
Un altro aspetto interessante è che il rapporto smentisce che ci sia una correlazione diretta tra il calo della popolazione autoctona e l’immigrazione. I flussi migratori non sono diretti automaticamente nei Paesi dove mancano i lavoratori. Mentre è probabile che siano indirizzati verso le economie che stanno già andando meglio e questo spiegherebbe il loro “impatto” sulla crescita. Tra il 1990 e il 2024 gli immigrati provenienti da Paesi non Ocse sono passati da 25 a 100 milioni. Con presenze a macchia di leopardo. In Italia la quota di immigrati sulla popolazione adulta è cresciuta dell’8,4% in 35 anni. Applicando il coefficiente generale individuato dai tre ricercatori questo incremento è associato a circa 9,8 punti percentuali di crescita aggiuntiva del Pil per lavoratore, a fronte di una crescita complessiva dell’intero periodo del 40%. In pratica, circa un quarto della produttività (c’è da dire assai bassa) del nostro Paese è legata all’arrivo di questi lavoratori. Il caso limite è il Canada dove l’aumento della popolazione immigrata, significativamente più qualificata di quella locale, è stato del 17% ed è considerata responsabile di più della metà dell’aumento del Pil per lavoratore. Un effetto analogo si è verificato anche nel Regno Unito che ha registrato un aumento dell’11% degli immigrati in età lavorativa mentre in Francia, dove i flussi sono stati più moderati (6,1% di immigrati in più) l’effetto è stato inferiore. L’ultima riflessione che fanno gli autori è che non c’è una “saturazione” di immigrati nei Paesi Ocse. Anche in quelli che hanno quote elevate di stranieri l’effetto positivo stimato sul Pil non si affievolisce ma si conferma in termini di competenze, spinta delle imprese agli investimenti, aumento del capitale per lavoratore.

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