Da Porto Torres al Sulcis, la lunga crisi industriale sarda e la riconversione che non arriva
In vent’anni circa quattro miliardi di sostegni pubblici hanno attenuato gli effetti negativi, ma la produzione rallenta e l’occupazione continua a diminuire. L’isola attende ancora un vero rilancio

Un’altra proroga della cassa integrazione, un nuovo piano di rilancio, una ripartenza rinviata. Nelle aree industriali della Sardegna, il futuro di intere comunità resta appeso all’esito di vertenze che si trascinano da anni ai tavoli del Mimit. Si aspetta un investimento mentre i figli crescono, si attende una riconversione mentre qualcuno prepara le valigie. In questi anni lo Stato e la Regione non sono rimasti a guardare: hanno sostenuto i redditi e finanziato progetti e dismissioni, impedendo che il peso delle crisi ricadesse interamente sui lavoratori.
La dimensione del problema emerge dalla ricostruzione dell’Unione Sarda: quattro miliardi di sostegno pubblico in vent’anni e una perdita di circa il 60% dell’occupazione diretta e nell’indotto rispetto alle quarantamila buste paga dei periodi di maggiore espansione. Non si discute il valore della protezione sociale, ma l’efficacia delle politiche di rilancio.
Il deserto industriale avanza da nord a sud della Sardegna, tra fabbriche ferme e promesse di riconversione disattese. A Porto Torres, la riconversione dell’ex petrolchimico alla chimica verde avrebbe dovuto aprire una nuova stagione produttiva: quindici anni dopo il protocollo del 2011, dei sette impianti previsti ne sono stati realizzati solo due.
Nel cuore dell’Isola, a Ottana, la lunga crisi della chimica ha portato 88 dipendenti di Ottana Polimeri dalla cassa integrazione ordinaria a quella straordinaria. L’intervento pubblico è quantificato in cento milioni di euro: fra le voci figurano 36,3 milioni per Equipolymers, 9,2 per l’accordo di programma Creo e dieci milioni per infrastrutture e bonifiche.
Nel Sulcis, a sud-ovest, la vicenda di Eurallumina misura la durata dell’attesa. La fabbrica è ferma dal 2009, mentre i lavoratori in cassa integrazione sono passati dagli oltre trecento del 2011 ai 291 del 2016, ai 221 del 2024 e ai 191 del 2025, fino ai 186 di quest’anno, ma la produzione non riparte. Nello stesso polo, la vertenza dell’ex Alcoa ha richiesto dal 2013 sussidi per cinquecento lavoratori. Il passaggio agli svizzeri di Sider Alloys e il contratto di sviluppo da 55,7 milioni di euro non hanno ancora riportato in attività la fabbrica.
Per Carbosulcis, invece, la sfida è costruire un futuro oltre la miniera. Ai 405 milioni di aiuti pubblici ricevuti si affiancano circa duecento milioni previsti per il piano di chiusura 2014-2027, mentre il costo corrente per la Regione è stimato in trenta milioni annui. Oggi si profila una riconversione in polo tecnologico e data center per l’intelligenza artificiale, ma accompagnare la dismissione, spesso, non basta a garantire opportunità immediate.
Altri dieci milioni sono stati destinati attraverso Invitalia al progetto di riconversione e riqualificazione industriale del Sulcis, arrivato otto anni dopo il Piano Sulcis.
Le riconversioni, infatti, devono sempre fare i conti con i tempi dell’attuazione e la capacità di generare lavoro. La domanda, allora, è perché in questi anni alla protezione del reddito non si sia affiancato un progetto capace di dare lavoro e futuro ai territori.
Un interrogativo che accomuna chi governa la Regione, chi rappresenta i lavoratori e chi è ogni giorno accanto alle famiglie colpite dalla crisi. Pur da prospettive diverse, rilevano l’assenza di una strategia industriale capace di dare futuro ai territori.
L’assessore regionale dell’Industria Emanuele Cani allarga lo sguardo oltre i confini dell’Isola, alle dinamiche globali che condizionano l’economia. «Le crisi industriali sarde non sono vertenze locali: coinvolgono multinazionali come Rusal e Alcoa e si giocano sul terreno della competitività internazionale. Negli anni - aggiunge l’assessore - è mancata una regia politica capace di scegliere i settori strategici su cui investire. Così siamo diventati dipendenti dalla Cina, dove si concentrano le produzioni, perdendo forza e competitività. Per la Sardegna i nodi da sciogliere restano tre: energia, costo del lavoro e dei trasporti. Senza una politica energetica strutturale, l’industria sarda resta debole nella competizione internazionale».
Sull’energia insiste anche Pier Luigi Ledda, segretario generale della Cisl Sardegna: «L’isola non dispone del metano alle stesse condizioni del resto del Paese. La metanizzazione prevista dal Dpcm del 10 settembre 2025 resta da completare. È difficile parlare di politica industriale senza risolvere il problema dell’energia. Gli ammortizzatori sociali sono stati indispensabili - sottolinea il sindacalista - il problema non è aver protetto il reddito, ma non essere riusciti a costruire il dopo. Abbiamo affrontato le emergenze senza una visione complessiva. Le responsabilità attraversano più livelli istituzionali, ma dobbiamo capire come uscirne. Serve una strategia che unisca energia, infrastrutture, bonifiche, nuove filiere e formazione. Ogni investimento pubblico va valutato per l’occupazione che produce, la qualità del lavoro e la durata».
L’attesa di risposte concrete, intanto, logora anche la fiducia. «La crisi è ormai diventata endemica. La gente è stanca delle promesse, le famiglie sono in difficoltà e il territorio si spopola». A denunciarlo è don Antonio Mura, parroco di Portoscuso, il comune che ospita il polo industriale di Portovesme, da tempo impegnato a richiamare l’attenzione sulle conseguenze sociali della crisi. «È mancata la volontà di governare il cambiamento - osserva il sacerdote -. Si sapeva che quei modelli industriali non erano eterni, ma non si sono costruite alternative. Il risultato è che il cambiamento, è stato subito».
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