Il termometro a 40° e la flessibilità per un lavoro nuovo
Negli uffici, superati i 26°C, si registra un declino delle capacità cognitive. A 29°C la perdita di attenzione raggiunge il 40%, mentre a 32°C la produttività cala del 29%. Anche al chiuso aumentano errori, irritabilità e conflittualità. E l'aria condizionata non basta

Se l’estate italiana non è più quella di una volta, non può più esserlo neanche il nostro modo di vivere e di svolgere le nostre attività. Perché nell’era delle giornate a 40 gradi e delle notti super-tropicali, il nostro Paese affronta una sfida che va ben oltre la crisi climatica: stiamo assistendo ad una “curva della Storia” che impone di ripensare radicalmente anche il mondo del lavoro e il modo di lavorare. Lo ha evidenziato di recente il direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro Gilbert F. Houngbo, secondo il quale «il caldo eccessivo sta ponendo delle sfide senza precedenti e di portata mondiale per le lavoratrici e i lavoratori durante tutto l’arco dell’anno».
Si stima che il caldo provochi in Italia oltre 4.000 infortuni l’anno, colpendo soprattutto edilizia, agricoltura e logistica. La capacità di svolgere un lavoro fisico si riduce drasticamente, crollando del 40% con temperature di 32°C e di ben due terzi a 38°C. Ma la crisi climatica non impatta solo su chi lavora all’aperto. Negli uffici, superati i 26°C, si innesca un declino misurabile delle capacità cognitive. La relazione tra temperatura e produttività è implacabile: si stima che a 29°C la perdita di attenzione raggiunga il 40%, mentre a 32°C si registra un calo della produttività del 29% e un tracollo dell’attenzione del 200%. Il corpo umano, impegnato a termoregolarsi, sottrae risorse vitali alle funzioni cognitive. Tutto questo rischia di tradursi in reazioni lente, in errori e irritabilità: nonostante l’aria condizionata, anche negli uffici con il caldo estremo diminuisce in modo significativo la qualità del lavoro e aumenta la conflittualità. Di fronte alla portata di questi fenomeni, il classico “approccio all’italiana” basato sulle misure tampone (come distribuire acqua o evitare le ore più calde) risulta inadeguato. Il Protocollo Caldo del Ministero del Lavoro rappresenta una prima risposta utile, prevedendo ad esempio la rimodulazione degli orari di lavoro e l’applicazione della Cassa Integrazione, ma è focalizzato sulle attività di lavoro fisiche all’aperto.
Se sarà irriversibile come gli esperti prevedono, la crisi climatica apre per i cittadini della sponda Nord del Mediterraneo scenari nuovi che imporranno una nuova visione del lavoro. Nell’era dei 40 gradi, l’idea di lavorare in estate ininterrottamente dalle 9 alle 18 non è più sostenibile. È necessario mettere in campo un nuovo modello di flessibilità: turnazioni all’alba, pause prolungate nelle ore centrali, ricorso diffuso e continuo allo smart working, introduzione della settimana corta estiva. In Europa c’è chi si è mosso prima di noi. La Spagna ha fatto scuola introducendo la jornada intensiva : da giugno a settembre, in molte aziende, la giornata lavorativa viene concentrata tra le 8:00 e le 15:00.
Ma la flessibilità non basta. Serve una nuova governance del rischio climatico aziendale. Il datore di lavoro deve diventare co-stratega della “resilienza”: la valutazione del rischio microclimatico deve essere un pilastro nella gestione delle risorse umane, investendo in tecnologie di raffrescamento e DPI leggeri. E sul medio termine, la risposta non può essere “accendere di più l’aria condizionata”: la vera innovazione passa per l’architettura bioclimatica. D’ora in poi i nuovi edifici, o le ristrutturazioni di quelli esistenti, dovranno essere concepiti per sfruttare la ventilazione naturale e adottare le schermature solari. Possiamo subire il cambiamento climatico come un’emergenza infinita, sorprendendoci ogni anno per la violenza del caldo. Oppure possiamo cogliere la sfida della crisi climatica per costruire un mondo del lavoro più flessibile e capace di riportare la persona al centro.
Luiss Business School
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