Il crollo a Gaza e la strage di bambini: «Nell'edificio si stava festeggiando un matrimonio»
Alaa Halil, che vive lì accanto: «Come un bombardamento». Almeno 21 le vittime, tra cui 8 minori. Sono centinaia i palazzi inagibili che sono stati occupati dagli sfollati

«L’edificio è crollato proprio come durante un bombardamento, però senza esplosione». Lo racconta Alaa Halilo, un gazawi che abita a 200 metri dalla palazzina di sei piani collassata la notte scorsa nella zona di Tal al-Hawa, a Gaza City. «Era stata colpita all'inizio del conflitto ed era già fatiscente. Si era inclinata, dopo che le fondamenta e il primo piano erano stati danneggiati. Non era più agibile. Da un po’ di tempo, però, vedevamo che era abitata e, onestamente, eravamo scioccati dal fatto che quelle famiglie avessero deciso di stare lì. Sembra che avessero perso la speranza di trovare un’alternativa dove vivere», riferisce l’uomo ad Avvenire. Poi, riporta quello che si dice nel suo quartiere. «Quello che abbiamo saputo da alcuni vicini è che era appena stato celebrato un matrimonio. Il motivo dell'elevato numero di persone disperse nel crollo è che alcuni familiari erano arrivati per rendere visita agli sposi». Secondo le squadre di soccorso, sotto le macerie sono morte almeno ventuno persone, tra cui otto bambini, ma diverse decine restano ancora sepolte. A Gaza la guerra uccide i civili senza bisogno che qualcuno spari o sganci nuove bombe. Basta aspettare. In tutta la Striscia, dove il 76,6% delle unità abitative è stato distrutto o danneggiato dal conflitto (371.888 su 485.361, secondo rilevazioni e stime di Onu, Ue e Banca Mondiale), sarebbero «centinaia» gli edifici dichiarati inagibili eppure ancora abitati. Lo ha riferito, dopo il crollo di stanotte, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Ramiz Alakbarov. Con l'avvicinarsi dell'inverno e delle piogge, c’è ancora più allarme per la possibilità di cedimenti improvvisi.
«Per quindici minuti, dopo il crollo, la zona è rimasta avvolta da polvere e fumo». Lo racconta in una serie di messaggi Whatsapp, un’altra gazawi di nome Mahy Adwan che abita ancora più vicino, ad appena una trentina di metri dal palazzo collassato. In un video che ha girato dalla finestra si vedono le prime luci d’emergenza delle squadre di soccorso all’opera e si sente una donna urlare. «Stavamo dormendo e quando abbiamo avvertito il boato abbiamo pensato che la nostra casa fosse stata colpita da un bombardamento. Quell'edificio, di fronte al nostro era già pericolante e a rischio di crollo. Al momento, da quello che sappiamo, 68 persone risultano ancora disperse sotto le macerie. Le squadre di soccorso lavorano senza sosta dalle 2 e mezzo di stanotte». Poi aggiunge: «Ci abitavano molte donne con i loro figli, perché non avevano altro posto dove andare. Credo fossero sei o sette famiglie, un centinaio di persone in tutto». Le squadre di emergenza hanno diffuso i nomi. Erano la famiglia Al-Ajla, gli Al-Jabari, gli Al-Hallas, gli Adas, poi gli Al-Satri, gli Abu Ras, gli Al-Sa'ada. «Eravamo vicini», conclude Mahy Adwan, «ma non li conoscevo direttamente. Vedevo i bambini giocare per strada e le madri uscire con loro».
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