Il Papa: «Valutare la politica in base al rispetto della dignità umana»
Nell'udienza generale di stamattina, in piazza San Pietro, Leone XIV ha proseguito le catechesi su "Gaudium et Spes", toccando il tema della costruzione della "comunità umana". Il cristiano rispetta anche gli avversari, ha detto, e «quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri».

Rispettare la persona umana, considerando uguali gli uomini e le donne della Terra. Rispettare, anzi, amare anche gli avversari e «quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri», ha ricordato con chiarezza Leone XIV nell'udienza general di stamattina. E ancora, occorre considerare «la diversità delle persone e dei popoli nel mondo» non «come un pericolo o una minaccia» ma «come potenzialità di arricchimento e crescita». E per finire, è più che mai urgente «valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune». E’ la “comunità umana”, di cui parla la Costituzione pastorale “Gaudium et spes” al secondo capitolo, il tema centrale della catechesi del Papa nel giorno del suo onomastico, in una piazza San Pietro gremita da ventimila pellegrini nonostante le alte temperature. Non sono teorie, ma Vangelo, e il Pontefice sembra volerlo ribadire con forza, per parlare ai leader politici e a ogni essere umano: non c'è "comunità" vera, senza il rispetto della dignità di ciascuno, e senza la possibilità che ogni uomo e donna viva in un contesto di relazioni autentiche.

Il documento conciliare, infatti, «invita a considerare il “moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini” come “uno degli aspetti più importanti del mondo d’oggi”, spiega il Pontefice. Però, perché ci sia una "comunità di persone" è indispensabile «“un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale”». Si tratta di parole che, prosegue il Papa, «vedono accresciuta la loro urgenza» in un momento storico come quello attuale in cui, da un lato «lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze». Mentre dall’altro, «le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana». In tutto questo, ha ricordato Prevost, «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire».

La “comunità degli uomini” fa parte del progetto divino, e non è un caso che il brano delle Scritture che ha guidato l’udienza di oggi è stato il primo capitolo del libro della Genesi: «E Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò». Il Concilio, ribadisce il Papa, «invita ad attingere criteri e forza dal progetto creatore di Dio, il quale ha voluto che “tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli”» e per questo «”l’amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento”, che in Cristo ha avuto la sua piena rivelazione e la sua compiuta attuazione». Da ciò si intende che «il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della società vanno considerati tra loro come strettamente interdipendenti: contrapporli o separarli significherebbe vanificarli». E la storia, anche più recente, «conferma questa verità in maniera chiara», dice ancora Leone XIV e, «perciò, non bisogna stancarsi di ribadire con i Padri del Vaticano II che “la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali”», come ricorda “Gaudium et Spes”.

La Costituzione pastorale prosegue poi dando una definizione precisa di “bene comune”, «ricordando che esso consiste nell'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”». Nello stesso tempo, «riconoscendo l’interdipendenza fra i popoli, essa afferma che “ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell’intera famiglia umana”». A partire da ciò, sottolinea il Papa, i Padri conciliari hanno voluto indicare alcune «conseguenze pratiche di maggiore urgenza». In primo luogo il rispetto della persona umana, come si legge nella Costituzione: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose».

Una seconda conseguenza, poi, dice il Pontefice, «è il rispetto e l’amore anche per gli avversari o per quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri». E una terza è «la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini che esige giustizia sociale». Dice il Documento: «Ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio». Una società che sia una “comunità di persone”, infine, presuppone il superamento «della mentalità individualistica» e «l’assunzione di un atteggiamento di responsabilità e partecipazione». Proprio ricordando che in molti Paesi latinoamericani oggi si celebrano le feste nazionali, Prevost ha sottolineato come queste celebrazioni, che valorizzano l’identità della patria, debbano essere alla luce del Vangelo un’occasione per riconoscersi «parte di un progetto divino più grande».

Prima di concludere la catechesi il Papa ha ribadito che «questa visione dell’umanità come “comunità di persone” è una consegna preziosa che il Concilio Vaticano II ci ha lasciato», che invita tutti «a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune». Perché il «futuro dell’umanità», ha aggiunto, «dipende dall’impegno di ciascuno per collaborare con Dio e con i fratelli a costruire un mondo più umano», come ha ricordato anche ai pellegrini di lingua araba.
Saluti dopo l’udienza
I pellegrini hanno espresso al Papa il loro affetto per il suo compleanno, festeggiato lo scorso lunedì 14 settembre, e per il suo onomastico, che ricorre oggi, nella festa di san Roberto Bellarmino. Prevost, poi, ha rivolto il suo saluto ai pellegrini di lingua francese e in particolare a quelli provenienti da Parigi, dove si recherà in viaggio apostolico il 25 e 26 settembre (poi sarà a Lourdes e Metz fino al 28 del mese). «”L'amore per Dio e per il prossimo è il primo e il più grande dei comandamenti”: - ha detto - siate protagonisti della relazione e della fratellanza». Ai fedeli di lingua tedesca, che in questi giorni celebrano il “Tempo del Creato”, ha ricordato di tenere lo sguardo verso l’alto, «per contemplare il creato, lodando ed adorando il Creatore, e per comprendere sempre meglio il meraviglioso piano di Dio e la nostra responsabilità per la custodia della nostra Terra». Salutando i pellegrini italiani, il Pontefice ha dato il suo benvenuto in particolare a seminaristi, sacerdoti dell’Ordinariato militare e ai cappellani delle carceri italiane, accompagnati dal direttore generale don Raffaele Grimaldi. «Carissimi, vi esprimo la mia viva riconoscenza per il vostro importante apostolato in questi luoghi di umana sofferenza: - ha detto loro - siate sempre presenza viva del Vangelo e della speranza cristiana. In particolare, sono grato all’Ispettorato Generale dei Cappellani e a tutti voi, per la preziosa collaborazione, che rendete a me e alla Segreteria di Stato, nel soccorrere spiritualmente le esistenze travagliate di tanti fratelli e sorelle detenuti che scrivono al Papa per raccontare i loro drammi e le loro ferite». Ai pellegrini polacchi, nell’anno del Terzo centenario della Canonizzazione di san Luigi Gonzaga, ha chiesto di non smettere di pregare per i giovani affinché «non abbiano paura di fare scelte coraggiose nella loro vita, mettendosi al servizio di Dio e del prossimo».
Poi ha rivolto il suo saluto ai pellegrini di lingua inglese e ai turisti, da Inghilterra, Scozia, Norvegia, Ghana, Sud Africa, UGanda, Australia, India, Israele,Filippine, Vietnam, Canada e Stati Uniti. E anche a quelli di lingua cinese, portoghese, e slovena.
Le parole sui nuovi martiri
Prima dell’udienza generale, Leone XIV stamattina ha incontrato i partecipanti al Convegno dal titolo “Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?”, organizzato dal Dicastero delle Cause dei santi e dalla Commissione Nuovi Martiri-Testimoni della fede (istituita da papa Francesco nel 2023, per raccogliere le storie di chi ha perso la vita per Cristo). «La loro testimonianza ci dice che anche il nostro tempo, dominato dalla cultura della potenza, della forza senza limiti e dallo sviluppo incessante dei sistemi armati - ha detto Prevost citando la sua enciclica “Magnifica humanitas” - è un tempo che vede l’eroismo di coloro che amiamo definire “nuovi testimoni della fede”».

Molti di essi, ha proseguito, «vengono uccisi per abuso di potere o da organizzazioni criminali perché, come cristiani, ne contrastano le ingiustizie in nome del Vangelo». Il concetto stesso di “testimone della fede” «è stato formulato proprio per accogliere e onorare situazioni storiche complesse in cui la motivazione dei carnefici non è riconducibile esplicitamente all’“odio della fede”». Si guarda piuttosto «al fatto che la vittima è rimasta fedele a Cristo nell’adempimento del proprio impegno evangelico e lo ha fatto fino alla morte», in loro «si manifesta eroicamente lo stile del cristiano, che mai cerca la contrapposizione, ma piuttosto la disinnesca con l’efficacia della mitezza». Si tratta di «fratelli e sorelle», che «come stelle» brillano «nel buio dell’egoismo e della sopraffazione», e aiutano la Chiesa «a riflettere più pienamente la luce di Cristo Signore, per indicare all’umanità contemporanea la strada che conduce alla civiltà dell’amore».
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