Sara e Martina, le bambine morte a 7 anni che continuano a insegnare la fede agli adulti
Oltre ai più noti e riconosciuti ufficialmente, come san Domenico Savio e santa Maria Goretti, sono molti gli esempi di santità tra i più piccoli: ecco due storie straordinarie che hanno cambiato per sempre le comunità che ne sono state testimoni (e innumerevoli persone dopo)

La santità non ha una età definita. La testimonianza della propria fede e dell’incontro con il Signore non ha limiti d’età. Anche nella adolescenza e persino prima nella fanciullezza. Certo i santi bambini più noti sono ad esempio san Domenico Savio, santa Maria Goretti, Francesco e Giacinta Marto (i pastorelli di Fatima a cui nel 1917 apparve la Madonna mentre erano in compagnia della loro cugina Lucia, diventata poi suora e morta all’inizio di questo secolo). Esempi di santità che la Chiesa ha riconosciuto e offre alla venerazione dei fedeli di tutto il mondo. Ma ci sono anche casi – ed è così per Sara Matteucci e Martina Kluzer– nei quali non vi è ancora un riconoscimento ufficiale, ma all’interno delle loro comunità d’origine hanno dato una testimonianza di fede e di amore verso il Signore straordinarie che rimane immutata anche se la loro morte risale a tanti anni prima. Le storie di Sara Matteucci, morta a sette anni e otto mesi, e Martina Kluzer, deceduta anch’essa a sette anni e mezzo, rientrano proprio in questo filone: il modo con cui hanno vissuto la loro malattia e l’amore verso il Signore e la devozione verso la Madonna, ancora oggi sono d’esempio per tantissime famiglie che ne serbano il ricordo.
Sara: «Quando andrò in paradiso, non vi dovrete preoccupare»
Sono passati poco più di quarant’anni dalla sua morte, a sette anni e otto mesi. Ma Sara Matteucci resta nella memoria dei suoi compaesani a Padiglione di Tavullia, nel Pesarese, dove quasi in ogni famiglia c’è la sua immagine. E sulla sua tomba al cimitero non vanno solo i familiari: «Genitori, adulti, bambini vivono il miracolo di nostra figlia, si aggrappano a lei», racconta la mamma Anice Garulli con il papà Angelo. Si commuovono ancora nel ricordo della loro primogenita, nata il 6 maggio del ’78 a Urbino e salita in Cielo il 27 gennaio 1986 per un tumore di Wilms, nefroblastoma caratteristico dell’età pediatrica. Che le fa affrontare serenamente a soli cinque anni, il 7 luglio 1983, il primo intervento chirurgico a Bologna e una degenza di circa due mesi, ma anche tutto il tempo della malattia. «Mamma, lo sai che io ti voglio tanto bene; ma se ti dico che ne voglio un po’ di più alla Madonnina che a te, ti offendi?», confida un giorno ad Anice, che si rivolse così alla Vergine: «Lei vuole andare da te, è la sua volontà, non posso chiederti la grazia della guarigione».
Il 26 settembre 1985 la famiglia Matteucci parte per un pellegrinaggio a Medjugorje su input della stessa Sara. «È come se non fosse stato giusto chiedere alla Madonna di guarire nostra figlia, quando insieme a noi c’erano altri tre bimbi che avevano bisogno della stessa cosa. Comprendere che un figlio è̀ un dono, e che l’atto più grande che si possa compiere è̀ donarlo a nostra volta, non è̀ frutto di un ragionamento umanamente logico; per questo credo che noi un “miracolo” da Medjugorje l’abbiamo ricevuto: l’unione fra noi, la serenità, la pace interiore», sottolinea Anice. «L’autista del pullman era di Spalato, profondamente ateo. A sorpresa ci domandò se poteva portare in braccio Sara per assistere a una delle apparizioni. Subito dopo cambiò completamente atteggiamento e chiese a Sara due corone del rosario per le sue figlie, senza esitare a metterne una allo specchietto del pullman. Non si può immaginare la gioia di nostra figlia».

Quando Sara si è spenta, il fratello Omar aveva 5 anni (oggi quasi 45). Pochi mesi dopo – a giugno ’86 – sarebbe nato Mattia e poi Elia, classe 1988, che ha 38 anni. Hanno reso nonni Anice e Angelo: la figlia di Omar, 2 anni, si chiama Anna Sara Maria e quella di Elia, Atena, ha pochi mesi. Dopo la sua morte, si moltiplicano le testimonianze di grazie ricevute in Italia, Africa e Argentina, raccolte sul sito www.saramatteucci.com. In sua memoria nella missione dei padri orionini a Barranqueras, in Argentina, è sorto un villaggio di 19 case per i poveri. Perché la bambina marchigiana ha lasciato non solo una forte eredità affettiva, ma anche spirituale; per questo il padre Angelo annuncia: «Metteremo in piedi un’associazione a suo nome. Intanto con mia moglie andiamo nelle parrocchie che ci chiamano a dare testimonianza ai bambini di Prima Comunione e ai loro genitori: rimangono molto colpiti dalla sua esperienza». Infatti la bambina chiamava le specie eucaristiche «il Panino di Gesù», che per le sue gravi condizioni riceverà in anticipo in una stanza d’ospedale a Urbino e da allora tutti i giorni. I sacerdoti che la conoscono e lo staff medico restano senza parole di fronte alla sua fede e al suo raccoglimento. «Le ultime settimane a casa, quando stava malissimo e le era difficoltoso sedersi o parlare, per ricevere l’Eucaristia voleva comunque alzarsi. Ci rassicurava dicendo: «Quando andrò in Paradiso, non vi dovrete preoccupare per me perché da lassù continuerò a starvi accanto; vivrò per sempre con la mia Mamma del Cielo e con il mio amico Gesù».
Martina: «Mamma, dì a tutti che Gesù e la Madonna ci vogliono bene»
Per i suoi genitori Martina Kluzer, figlia primogenita venuta alla luce l’8 novembre del ’99, è stata una catechista dalla fede cristallina con cui ha affrontato il tumore che l’ha colpita a soli 5 anni fino alla morte, avvenuta il 7 giugno 2007. «Mi ha chiesto di testimoniare il suo messaggio di amore per il Signore. “Mamma, devi dire a tutti che Gesù e la Madonnina ci vogliono bene”, diceva. Così ho scritto un libro per mettere nero su bianco tanti ricordi, episodi vissuti con lei e da lei. È rimasto nel cassetto, ho domandato a lei di aiutarmi a pubblicarlo se era volontà di Dio». Così racconta la madre Giovanna Pupillo, 48 anni, che vive a Trezzano sul Naviglio (Milano) con il marito Claudio, 52enne, e le altre tre figlie: Doriana, l’unica ad aver conosciuto la sorellina, oggi 24enne laureanda in Fisica, la 18enne Mariachiara Martina e la 14enne Francesca Josephine.
Lo scorso anno, durante un convegno sui santi bambini presso il santuario mariano a Fontanelle di Montichiari (Brescia), «durante la Messa mi sono rivolta alla Madonna», ricorda Giovanna. Poi una serie di incontri provvidenziali fino a conoscere il giornalista Riccardo Caniato delle edizioni Ares, coautore del volume Martina, il Cuore e la Rosa. «L’intento è di far conoscere l’amore di Dio, che si è fatto uomo, per ogni creatura. Questa scoperta io e la mia famiglia la dobbiamo a Marti». Giovanna non aveva mai portato la figlia in chiesa, a eccezione del giorno del Battesimo. «Il sorriso non l’abbandonava mai. Ci sono state coppie che, dopo averla osservata, hanno iniziato a coltivare il desiderio di avere dei figli. Ci chiese di sostenere a distanza un bambino e tramite un’amica siamo entrati in contatto con l’associazione Spazio Aperto, guidata da una suora missionaria. Lui riceveva le medicine quando ne aveva bisogno e poteva frequentare la scuola in Mozambico; comunicavamo tramite foto e letterine».
Durante la malattia la bambina «aveva questo filo conduttore con la Madonna e Gesù», venerata come Rosa mistica a Fontanelle di Montichiari e Cristo adorato come Sacro Cuore, di cui abbracciava la statua come pure quella della Vergine Maria. «Accanto a lei abbiamo iniziato a scoprire una nuova realtà, a contatto con bambini e famiglie che avevano lo stesso problema: ci faceva da maestra, vedevamo che stava bene quando pregava, durante la Messa, e la seguivamo, e nel seguirla imparavamo. Ci trasmetteva questa fede forte che a parole non si può spiegare».
Nella sua personale Via Crucis, partita a ottobre del 2005 con forti mal di pancia per arrivare quattro mesi dopo alla diagnosi di rabdomiosarcoma alveolare metastatico al quarto stadio, «non c’è stato un istante in cui abbia dubitato. Nonostante dolori che parevano insopportabili, si faceva dono per gli altri, pregando e offrendosi. “Mamma tutti quei bimbi devono guarire!”, diceva sempre, con riferimento agli altri pazienti dell’Istituto dei tumori di Milano. E tutti li spingeva a non mollare, ad avere fiducia nella famiglia del Cielo: il suo sogno era fare la dottoressa in missione», ricorda Giovanna.
Sono passati 19 anni dalla sua morte fisica, eppure Martina continua a essere viva non soltanto per la sua famiglia: «Alcuni genitori hanno formato gruppi di preghiera in nome suo, coppie che si stanno separando, o che desiderano avere figli e non arrivano, dalla sua testimonianza attingono la forza di affrontare le difficoltà o le malattie attraverso la fede», racconta la mamma. «L’angoscia, la disperazione, per me e mio marito, si sono placati di fronte al mistero di una bambina che, aggrappata a Gesù e alla Madonna, ha sconfitto il male con il bene».
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