
Stop ai social per i minori di 13 anni. E profili specifici per adolescenti fino ai 15 anni, «configurati e supervisionati dai genitori, con funzionalità limitate e restrizioni temporali», perché trascorrere troppo tempo online finisce per «privare i bambini della loro infanzia», imprigionandoli con «funzionalità che creano dipendenza». Come atteso, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha svelato i nuovi paletti nell’Ue per fissare una sorta di “maggiore età digitale”, parte del nuovo “EU Kids Act”, e ha aperto le porte dell’Unione al Canada, primo Paese non-Ue invitato a diventare «membro associato». Lo ha fatto nel corso del suo sesto discorso sullo stato dell’Unione, l’appuntamento che segna l’inizio dell’anno politico Ue e dettaglia le priorità per i prossimi 12 mesi. Si tratta di un calco della prassi presidenziale americana, tanto che - com’è costume negli Usa - von der Leyen ha scelto delle storie evocative per dare corpo alla sua idea d’Europa: dai fondatori di una start-up spaziale al pilota danese morto domando gli incendi boschivi, fino alla giovane ginnasta ucraina che dopo aver perso una gamba a causa di un missile russo ha ripreso a tempo record ad allenarsi e gareggiare. Nel lungo intervento durato oltre un’ora e un quarto, von der Leyen ha toccato tutti i principali temi dell’agenda Ue e indicato la volontà di trasformare in opportunità i grandi «punti di svolta del nostro tempo»: dalla crisi climatica, con «l’Europa che si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto a quella globale», all’intelligenza artificiale (IA), «che ha il potenziale per portare benefici all’umanità se la gestiamo nel modo giusto». E poi c’è la Cina, l’elefante nella stanza ogni volta che si parla di deindustrializzazione in Europa, per via della sua manifattura sostenuta da sussidi pubblici che fabbrica prodotti a prezzi stracciati. «Il nostro deficit commerciale con Pechino è ora di 1 miliardo di euro al giorno» e ciò è «insostenibile»: per ora, l’Ue seguirà il canale diplomatico. Ma l’avvertimento è chiaro: «Alle parole preferiamo i fatti. E useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per riequilibrare la relazione».
Con una maggioranza parlamentare sfilacciata e sfiduciata a quasi metà del mandato, l’Aula ha accolto con applausi tutto sommato timidi (a parte quando ha ricordato i successi delle donne in politica) l’intervento di von der Leyen. E, alla fine, l’ovazione a Strasburgo è andata all’unico leader non europeo presente nell’emiciclo: il canadese Mark Carney, il teorico di un’alleanza delle “medie potenze” per tenere a galla l’ordine internazionale basato sulle regole che un giorno sì e l’altro pure duella a suon di dazi con la prepotenza del vicino americano Donald Trump. «Il Canada diventerà il primo Stato associato all’Ue», ha annunciato von der Leyen, aprendo a un’integrazione profonda ma senza adesione formale dell’alleato nordamericano. Con Ottawa, Bruxelles vuole lavorare a tutto tondo, a cominciare dalla sicurezza: il Canada, infatti, è insieme a Regno Unito, Norvegia e Ucraina tra i Paesi con cui la presidente della Commissione vuole mettere in piedi un «Consiglio di sicurezza europeo» che riunisca i leader. E ciò soprattutto in un momento in cui «le minacce ibride che l’Europa affronta sono sempre meno ibride e sempre meno minacce: attacchi informatici e sabotaggi, incendi dolosi e incursioni di droni aumentano ogni giorno che passa». Ma la costruzione Ue è anche nel mirino, in casa, «degli ultranazionalisti e degli antieuropei, dell’ingerenza russa e della disinformazione», ha detto la politica tedesca senza tuttavia mai nominare l’onda nera innescata in Germania dopo il voto in Sassonia-Anhalt che ha visto la destra estrema sfiorare la maggioranza assoluta nel Land: «I nomi possono essere diversi, ma il loro obiettivo è lo stesso. Disprezzano i nostri valori e vogliono distruggere la nostra unità europea». Ma nulla è inevitabile, insiste la presidente della Commissione: «Guardate all’Ungheria», dove l’ultradestra di Viktor Orbán è stata sconfitta ad aprile.
Ampio spazio, nel discorso, anche all’Ucraina, per ribadire il sostegno incrollabile a Kiev e la necessità di aumentare, da una parte, la produzione congiunta di difese antiaeree e, dall’altra, di continuare a martellare Mosca con le sanzioni. L’altro fronte di guerra, quello mediorientale, ha visto uno dei rari momenti di velata autocritica per un’Ue incapace di fare la differenza sullo scacchiere globale: «È doloroso per molti europei che gli Stati membri non siano riusciti a costruire le maggioranze necessarie per una risposta unitaria», ha detto a proposito delle sanzioni rimaste sulla carta contro Israele per la guerra a Gaza e l’espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania.
Infine, sulla migrazione, la numero uno dell’esecutivo Ue ha tenuto ben alti i bastioni della Fortezza Europa. E, con le immagini del maxi-afflusso di persone a Ceuta questa estate (su cui ancora battagliano popolari e socialisti, già in clima di campagna elettorale in vista del voto spagnolo del prossimo anno), von der Leyen ha insistito sulla volontà di potenziare Frontex, la guardia costiera e di frontiera dell’Ue, «per accelerare i rimpatri», da una parte, e, dall’altra, di continuare a stringere accordi con i Paesi di origine e transito. Ma c’è anche la promessa di nuova stretta: servirà a «dotare l’Europa dei mezzi per proteggere le proprie frontiere in ogni momento. Soprattutto negli scenari in cui i movimenti di massa vengono organizzati e strumentalizzati».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di AvvenireTemi






