Lo storico Bartov: «Il mondo deve fermare Israele. Solo così eviterà di distruggersi»

L'israelo-statunitense Omer Bartov, tra i massimi esperti della Shoah, punta il dito contro la rimozione in atto nel suo Paese: «Un crimine contro l’umanità, invece di destare scandalo, viene legittimato o ignorato»
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September 16, 2026
Lo storico Bartov: «Il mondo deve fermare Israele. Solo così eviterà di distruggersi»
Lo storico israelo-statunitense Omer Bartov è considerato uno dei massimi esperti negli studi sulla Shoah e il genocidio/ Alamy
«E sia dannato chi dice: “Vendica!”. Una simile vendetta, per il sangue di un bambino, Satana non l’ha ancora concepita». Sono trascorsi 123 anni da quando il poeta e fervente sionista Chajim Nachman Bialik scrisse questi versi all’indomani del pogrom di Chisinau, in cui furono massacrati 49 ebrei, tra cui diversi minori. Un grido di denuncia contro il più atroce dei delitti: l’assassinio dei bimbi, le vittime innocenti per antonomasia. Solo la creazione di uno Stato ebraico, nella sua ottica, ne avrebbe potuto garantire la difesa. Per un crudele paradosso, il poema di Bialik – studiato a memoria nelle scuole israeliane – «è stato frainteso, spesso deliberatamente, fino a farne una “licenza” ora, dopo il trauma del 7 ottobre, per lo sterminio di decine di migliaia di innocenti a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in nome della protezione dei “nostri”. Parliamo di 21mila minori massacrati esclusivamente nella Striscia, 300 dal cessate il fuoco. In queste cifre, poi, non rientrano quanti muoiono per malnutrizione, mancanza di farmaci, privazioni», spiega con pacata amarezza Omer Bartov, storico della Brown University, tra i massimi esperti negli studi sulla Shoah e il genocidio. «Un crimine contro l’umanità, invece di destare scandalo, viene legittimato o, semplicemente, ignorato da gran parte degli israeliani. La giustificazione è quella di impedire che, crescendo, quei bambini si trasformino in carnefici. Esattamente la stessa con cui i nazisti sostenevano la necessità di assassinare i piccoli ebrei. Himmler l’ha detto chiaramente in un famoso discorso del 1943», sottolinea l’esperto israelo-statunitense di cui Laterza ha di recente pubblicato in Italia Nell’abisso . Dal sionismo al genocidio, la sconfitta morale di Israele .
Professor Bartov, come spiega questa indifferenza o “assuefazione” da parte dei cittadini del Paese fondato dai sopravvissuti alla Shoah?
Il sionismo, come altri movimenti etno-nazionalisti, ha in sé un potenziale violento. Poiché nasce in risposta alla violenza, all’umiliazione, all’abuso. Lo stillicidio dei bimbi della Striscia non è cominciato il 7 ottobre. Le sue radici affondano in decenni di rimozione e disumanizzazione dei palestinesi.
Come aiutare gli israeliani ad aprire gli occhi?
La storia insegna che le persone e i popoli non acquisiscono consapevolezza da soli. Chi commette un’atrocità – sia esso un individuo o una collettività -, in genere, cerca in ogni modo di autoassolversi. Gli imperi del passato addirittura erigevano monumenti per celebrare le atrocità commesse nei confronti dei vinti. Solamente la giustizia può spezzare il circolo vizioso tra violenza, negazione e giustificazione. Su questa convinzione si basa l’intero sistema del diritto internazionale costruito a partire dal 1945 affinché i singoli Stati siano chiamati a rispondere delle loro azioni. Con Israele finora non è accaduto. Nei giorni scorsi, l’esercito ha archiviato i casi più noti e tragici di violazioni di diritti umani – ad esempio quello per la strage degli operatori di World central kitchen - perpetrati nella Striscia: solo su due sono ancora in corso indagini. Al momento, solo un vice-comandante di compagnia è stato rimosso dall’incarico. Nessuno è andato in prigione. Non ci sono conseguenze per i crimini perpetrati. Totale impunità. Questo è il problema. Di più: è il precedente per la creazione di un “mondo nuovo”, terrificante e distopico come quello descritto da Aldous Huxley nell’omonimo romanzo.
Giovani palestinesi fra le macerie del campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia/ Reuters
Giovani palestinesi fra le macerie del campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia/ Reuters
Per quale ragione?
La storia insegna che i genocidi si concludono in due modi: o i responsabili raggiungono il proprio obiettivo o vengono fermati. Fino al 1945, la prima opzione era la prassi. Gli episodi più noti sono quello dei popoli Herero e Nama nell’attuale Namibia da parte dell’impero tedesco nel 1904 e quello degli armeni in Turchia nel 1915: in entrambi i casi i perpetratori ne hanno tratto profitto in termini di appropriazione di risorse. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio è nata, nel 1948, proprio con l’intento di far sì che questo non potesse più accadere. Come? Obbligando i colpevoli ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni mediante procedimenti giudiziari. È stata Norimberga a costringere i riluttanti tedeschi a fare i conti con la Shoah. I tribunali per i genocidi in Ruanda, Cambogia o Bosnia hanno consentito, pur con tutti i limiti, una qualche forma di giustizia. Poi è iniziata la guerra a Gaza…
E cosa è accaduto?
Per la prima volta, Israele, un Paese sostenuto da Usa e Europa, difensori autoproclamati del diritto internazionale e delle libertà fondamentali, ha portato avanti un genocidio senza essere fermato. Un elemento del tutto inaspettato. Tanti, me incluso, prima del 7 ottobre, erano convinti che se il governo israeliano avesse cercato di sterminare ed espellere i palestinesi dal proprio territorio, sarebbe stato stoppato nel giro di qualche settimana. Non è avvenuto. Non solo. Quelle nazioni che hanno plasmato l’Onu e firmato la Convenzione contro il genocidio hanno fornito a Israele sostegno economico, politico e militare. E – questa è l’altra caratteristica unica del “caso Gaza” nel mondo post Seconda guerra mondiale – le hanno consentito di trarre profitto da tali crimini. Un precedente molto pericoloso.
C’è ancora qualcosa che il mondo può fare per evitare tale deriva?
Far pagare a Israele il conto delle sue azioni mediante l’imposizione di sanzioni. E costringerla a sostituire la violenza con la diplomazia. Ecco ciò che può e deve essere fatto. Magari è troppo tardi per le vittime, ma almeno impedirà al genocidio di trasformarsi nella prosecuzione della politica con altri mezzi. E salverà Israele dall’auto-distruzione. Lo dico da ebreo nato in un kibbutz di quella terra.
Dal 7 ottobre, ha scelto di non tornare nel Paese. Nutre ancora speranza che Israele cambi strada?
Sì, credo che un cambiamento sia possibile. Vorrei vivere abbastanza da vederlo. Le prossime elezioni sono cruciali. Con un mutamento di leadership e la giusta pressione internazionale, Israele può invertire la rotta.

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