I profughi rientrano nella "nuova Siria", ma ricominciare è ancora una speranza
Da fine 2024 sono rientrati un milione
e 700mila siriani, spinti più dalla necessità che dalla fiducia nel futuro. Gli ostacoli maggiori: assenza di sicurezza e carenza di servizi

A diciotto mesi dalla caduta del regime di Bashar al-Assad per mano del gruppo islamista ribelle dell’attuale leader, Ahmed al-Sharaa, la Siria si trova in una difficile fase di transizione. Dopo aver raccontato la ricostruzione del Paese, l’attivismo delle donne, la ristrutturazione del sistema giudiziario e l’evoluzione politica, dedichiamo la quinta puntata alla situazione dei profughi e degli sfollati. Qui tutti gli articoli.
Le frontiere in Siria tornano a essere luoghi di arrivo, e per i pochi che hanno la possibilità di farlo legalmente, anche punti di partenza. Secondo l’Unhcr, da dicembre 2024 sarebbero un milione e 700mila i profughi (su un totale di circa 6 milioni) e circa due milioni gli sfollati interni (su un totale di quasi 7 milioni) che avrebbero fatto rientro in Siria e nelle rispettive città di origine, mentre è difficile avere numeri certi su chi lascia oggi il Paese. Chi parte tentando la fuga sa che le domande di asilo per i rifugiati siriani incontrano sempre maggiori ostacoli ad essere esaminate e accolte. Dopo la caduta del regime di al-Assad molti Paesi europei, compresa l’Italia, avevano sospeso o bloccato le decisioni definitive sulle domande di asilo presentate da profughi siriani. In considerazione dell’attuale situazione nel Paese la European Union Agency for Asylum (Euaa) ha poi pubblicato a dicembre 2025 nuove linee guida che orientano gli Stati membri nella valutazione delle domande di protezione internazionale presentate da cittadini siriani. Il documento introduce nuovi profili di rischio come le persone associate al precedente governo e membri di gruppi etno-religiosi come alauiti, cristiani e drusi.
La demografia siriana ha subito una mutazione profonda nel decennio precedente, in conseguenza delle violenze che si sono perpetrate su tutto il territorio e la fase di ripresa deve tenerne conto. Se si considera che prima del 2011 la popolazione siriana era stimata in circa 22 milioni di abitanti (oggi sono circa 26 milioni, per l’alto tasso di natalità), si comprende l’impatto della guerra. Più di metà dei siriani ha dovuto abbandonare le proprie case e molti di quelli che ritornano oggi sono costretti a montare delle tende sulle macerie delle stesse, in attesa di poterle ricostruire, ma non tutti potranno farlo. L’attuale Pil pro-capite si attesta intorno agli 847 dollari e oltre il 14% della popolazione è disoccupata. Secondo le stime di agenzie immobiliari siriane, attualmente il costo di una ricostruzione va dai 150 ai 650 dollari per metro quadro. L’Unicef denuncia che il 16,7 della popolazione ha ancora bisogno di assistenza umanitaria, con donne e bambini tra i più vulnerabili. Questi dati offrono il quadro di una crisi profonda, che necessita di forti investimenti per essere sanata e di un tempo che forse non tutti hanno. I rientri spesso sono volontari, ma molte volte sono “fortemente sollecitati” a causa dell’insicurezza in alcuni Paesi della diaspora, come il Libano, dove i siriani rappresentano circa il 25% della popolazione, ma anche di politiche di pressione promosse a livello globale, come in Germania, dove risiedono oltre un milione di siriani e le opposizioni premono per la cosiddetta “remigrazione”. Dai Paesi vicini i ritorni sono lenti, ma continui; dalla Giordania sono rientrati oltre 200mila siriani su circa 700mila, dalla Turchia circa 670mila, su oltre tre milioni, mentre nel Kurdistan iracheno restano ancora 260mila rifugiati dalla Siria.
Dal report pubblicato dall’Unhcr nei primi giorni di agosto 2026 emergono anche altre criticità che rendono i rientri difficili, in primis la mancanza di sicurezza in diverse aree, con episodi di violenza localizzata e presenza di attori armati, e la contaminazione da ordigni inesplosi soprattutto nelle zone rurali e nelle aree precedentemente teatro di combattimenti. Tra i principali ostacoli al rientro non va dimenticata la totale mancanza di servizi in molti quartieri e villaggi, dalle scuole agli ospedali, dalle infrastrutture vitali come acquedotti e fognature, al sistema elettrico, alla raccolta dei rifiuti e ai trasporti. Un’altra problematica importante è rappresentata dalla mancanza di una documentazione civile a causa della distruzione di registri o della perdita di certificati e contratti, che ostacola l’accesso ai servizi, ma anche le controversie su case e terreni di cui è difficile dimostrare la titolarità. Molte persone sono partite da sole e oggi tornano sposate, con figli, ma senza documenti regolarizzati, vivendo così infinite difficoltà di reinserimento. Le organizzazioni della società civile sono al lavoro per favorire la coesione sociale e il dialogo, e per arginare i fenomeni come tensioni, competizione per lavoro e servizi e rischi di discriminazione che si registrano in varie zone.
Su diversi gruppi web molti utenti commentano spesso con sarcasmo le notizie della stampa ufficiale sull’inaugurazione di nuove rotatorie e aree commerciali, lamentando il fatto che in molti si sentono abbandonati a se stessi e che Damasco sembra aver dimenticato i cittadini più poveri e vulnerabili per sfoggiare una ripresa e un processo di ricostruzione che non sembra risultare davvero inclusivo.
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