La difesa della terra si paga con la vita: altri 124 morti nel 2025

L'ultimo rapporto di Global Witness segnala che l'85% dei casi riguarda l'America Latina con la Colombia in testa
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September 16, 2026
La difesa della terra si paga con la vita: altri 124 morti nel 2025
La preghiera degli indigeni Ka'apor contro lo sfruttamento della foresta amazzonica ad Alto Turiacu, nel nord dello Stato brasiliano di Maranhão / ANSA
Sono almeno 124 le presone uccise nel mondo nel 2025 per difendere la propria terra. Lo segnala l’ultimo rapporto di Global Witness, un’associazione londinese, con sedi anche a Bruxelles e Washington, che da più di trent’anni realizza inchieste sull’inquinamento causato dalle grandi aziende e sulle battaglie condotte dagli indigeni in America Latina, Asia e Africa a tutela dell’ambiente. I dati raccolti dalla Ong in un dossier di 94 pagine rivelano che il numero dei morti registrati l’anno scorso tra i cosiddetti “difensori della terra” è lievemente sceso rispetto al biennio precedente (erano 142 nel 2024 e 196 nel 2023) ma che il bilancio degli ultimi 14 anni è molto alto: la lotta contro il disboscamento, lo sfruttamento minerario, lo smantellamento delle piccole realtà agricole o la gestione criminale dell’acqua è costata la vita a 2.375 persone in tutto.            
Global Witness elabora i propri dati annuali in collaborazione con più di 30 organizzazioni locali di oltre 20 Paesi che verificano e documentano solo i casi denunciati alle autorità o segnalati dalla stampa. La portata reale della violenza, così segnalano gli autori dell’indagine, potrebbe essere molto più ampia.
Di tutti gli omicidi documentati nel 2025, l’85% ha avuto luogo in America Latina, che si conferma essere la regione del mondo più pericolosa per i difensori dell’ambiente da quando Global Witness, nel 2012, ha iniziato a pubblicare il rapporto. Per il quarto anno consecutivo, la Colombia si attesta come il Paese con il maggior numero di vittime accertate (almeno 39), quasi la metà delle quali sono indigene. Al secondo posto si colloca il Brasile, dove nel 2025 sono stati uccisi 26 difensori: più del doppio rispetto all’anno precedente. Seguono, nell’ordine, Honduras (12), Messico (10), Guatemala (8), Perù (4) e Nicaragua (3). Segundo Ispón, comandante della Guardia indigena Kakataibo del Perù, ha spiegato: “Difendere il nostro territorio è importante per noi, sia come comunità sia come popolo, e siamo orgogliosi di contribuire alla protezione del clima dal quale tutti dipendiamo. Nella nostra cultura, il lavoro di difesa delle nostre risorse e del nostro territorio viene insegnato fin dalla più tenera età. Ma per la nuova generazione che sta crescendo, questo lavoro è oggi più pericoloso che mai”.
Il rapporto evidenzia che il fenomeno è diffuso anche in Asia. Sul bilancio totale pesano, in particolare, i 12 morti registrati nelle Filippine, a cui si aggiungono i casi singoli rilevati in India, Indonesia e Turchia. Gli analisti della Ong confermano una tendenza già documentata in passato nel continente asiatico: l’uso della violenza come strumento di intimidazione, spesso supportato da campagne diffamatorie sui social media, che finisce per stigmatizzare i meccanismi di protezione collettiva degli indigeni che si battono per difendere il proprio territorio. L’organizzazione filippina per i diritti umani Karapatan, per esempio, ha denunciato il ricorso ad accuse di terrorismo contro 227 attivisti ambientali.
Le morti registrate tra gli attivisti riguardano anche l’Africa: due casi sono stati rilevati in Tanzania e uno nella Repubblica Democratica del Congo (il giornalista Fiston Wilondja Mazambi). Global Witness segnala un episodio anche in Francia: l’assassinio del sindacalista agricolo Pierre Alessandri, coltivatore di olii essenziali, impegnato nel denunciare la speculazione sui terreni agricoli della Corsica e l’uso improprio dei fondi europei.
C’è un filo rosso che emerge dalla lista dei morti e dei dispersi dei vari Paesi: la difesa della terra viene portata avanti attraverso meccanismi di protezione collettiva come i pattugliamenti territoriali, le reti di monitoraggio e i programmi di sviluppo comunitari spesso sostenuti da iniziative culturali e spirituali orientate alla tutela della vita in senso ampio. Ciò significa che i difensori della terra e dell’ambiente sono raramente presi di mira come individui isolati: attaccare i loro leader equivale ad attaccare l’intera comunità. “Ogni volta che la comunità intraprende un’azione per difendere i propri diritti sulla terra, far rispettare e proteggere le proprie leggi consuetudinarie e i propri territori tradizionali, segue un tentativo di criminalizzazione nei confronti della persona che guida quella lotta”, sottolinea Ahmad Syukri, direttore esecutivo di Link-AR Borneo, un’organizzazione della società civile con sede nel Kalimantan Occidentale. Nascono da qui alcune delle raccomandazioni allegate al rapporto: oltre a mettere la biodiversità al centro della politica locale e garantire giustizia alle vittime occorre riconoscere la proprietà collettiva della terra e rafforzare la protezione della comunità impegnata nella “resistenza”.    

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