Il ricordo di ciò che ci ha fatto male.
Quella «cicatrice» che non passerà

Le ferite possono nascere da frasi dette male, promesse non mantenute, esclusioni silenziose. Continuano a far soffrire ma, nello stesso tempo, si trasformano
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September 16, 2026
Il ricordo di ciò che ci ha fatto male.
Quella «cicatrice» che non passerà
/Foto Icp
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Cicatrice

[/ci-ca-trì-ce], s.f.
È quel ricordo che rimane impresso nel cuore e non se ne va più. Non è solo una ferita rimarginata, ma è quel momento, quel ricordo che ha fatto soffrire e che non passerà mai. Può essere generata dal primo amore infranto, amicizie spezzate, problemi di famiglia che non si riescono a risolvere. È difficile da dimenticare, per questo bisogna essere molto attenti a ciò che si dice e si fa, perché non si sa se quell’azione faccia bene o male agli altri. Quando si ha una nuova cicatrice, si tende a non dirlo a nessuno per evitare critiche e giudizi, quindi si cerca di nasconderla, creando così altri problemi. La cicatrice è un taglio che fa pensare a un errore indimenticabile e poche volte guaribile, oppure un segno permanente di una ferita ancor più profonda, che insegna a non compiere più quell’azione. Esistono poche persone al mondo che riescono a ricucire il dolore.
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
Che singolarità, la cicatrice. Si vede quando la ferita ha già smesso di sanguinare. Arriva quando si crede che tutto sia finito e invece si piazza lì a ricordare che qualcosa è accaduto. Risiede in lei una profonda ambivalenza, da una parte segno di guarigione, dall’altra ricordo attuale di un dolore. Nella definizione delle ragazze e dei ragazzi, fin dall’esordio, si va però oltre il corpo biologico per menzionare subito all’inizio il ricordo impresso nel cuore di un momento che ha fatto soffrire e non passa davvero. Sono citati momenti ordinari, che non significa meno significativi: primo amore infranto, amicizie spezzate, problemi di famiglia che non si riescono a risolvere. Le cicatrici di cui parlano possono provenire da frasi dette male, da promesse non mantenute, da esclusioni silenziose, da legami che si sono spezzati senza che nessuno abbia poi avuto la volontà o la forza di ricucirli. La presenza di una cicatrice testimonia che la ferita ha continuato ad esistere nel tempo. Interessante come i ragazzi superino la retorica sbrigativa del “passerà”, che potrebbe suscitare un effetto consolatorio, perlomeno temporaneo. Ci sono infatti cose che passano davvero e altre invece che cambiano soltanto nel modo in cui restano dentro di noi. Pretendere che quest’ultime spariscano o possano essere nascoste o ignorate significa voler ignorare ciò che rappresentano senza più ascoltare ciò che hanno ancora da dire.
La letteratura per ragazzi sa raccontare questa dinamica con precisione. In Un ponte per Terabithia di Katherine Paterson, Jess e Leslie inventano un regno segreto nel bosco, uno spazio immaginario in cui sentirsi forti, liberi, diversi da come gli altri li vedono. Quando Leslie muore all’improvviso, quel luogo da rifugio felice dell’infanzia diviene anche il punto in cui il dolore si imprime e pretende di essere guardato e considerato. Il romanzo evita ogni consolazione facile, come suggerire che la ferita sparisca o che basti ricordare con dolcezza per guarire. Mostra piuttosto come una perdita possa continuare a fare male e, nello stesso tempo, trasformarsi in qualcosa che non chiude del tutto la vita. Il ponte che Jess costruisce lascia intatta l’assenza di Leslie e, allo stesso tempo, impedisce che quella assenza diventi un isolamento definitivo. Proprio qui il romanzo tocca il cuore del lemma: una cicatrice conserva il segno di ciò che è stato perduto e può diventare, con il tempo e il lavoro del pensiero, il punto fragile da cui ricomincia un legame con gli altri. I ragazzi affrontano poi la questione che quando si ha una nuova cicatrice, si tende a non dirlo a nessuno per evitare critiche e giudizi. La ferita, oltre a produrre dolore, sarebbe in grado quindi di generare anche vergogna. Chi soffre può temere di essere accusato di esagerare, di essersela cercata, di non saper reagire. Soprattutto teme di essere considerato per quel che è, vulnerabile, quando si vorrebbe invece essere perfetti, corazzati, inscalfibili. E così prova a nasconderlo. Ma il nascondimento, scrivono, a sua volta crea altri problemi perché una ferita tenuta segreta alla fine modifica il modo di stare con gli altri, restringe il campo della fiducia, rende ancora più difficile chiedere aiuto.
Questa osservazione può tornare particolarmente utile a noi adulti. Capita che i ragazzi tacciano perché hanno imparato che mostrare certe cicatrici può esporli a giudizi peggiori del dolore stesso. Un adulto che minimizza, ironizza o si precipita a sistemare le cose troppo in fretta rischia di leggere i segnali di sofferenza come indebita fragilità o dramma adolescenziale, insegnando così a nascondere. E così, senza esserne consapevole, può diventare egli stesso parte della cicatrice. La definizione contiene anche un richiamo alla responsabilità delle parole e dei gesti. Bisogna essere molto attenti a ciò che si dice e si fa, scrivono, perché le azioni possono fare bene o male agli altri. Emerge la coscienza della vulnerabilità umana, di come ogni rapporto espone. Una battuta stupida può restare addosso per anni. Un tradimento può ostacolare la fiducia futura. Un rifiuto può diventare una lente attraverso cui si guarda e si giudica se stessi. I ragazzi ci ricordano che ferire è più facile di quanto pensiamo e ricucire più difficile di quanto vorremmo. Per questo ben prima del momento della riparazione viene la cura dei rapporti, a cominciare dal modo in cui parliamo, promettiamo, lasciamo, rispondiamo, chiediamo scusa. Ogni gesto può avvicinare o allontanare. Ogni parola può aprire la fiducia o chiuderla. Basterebbe averne sempre consapevolezza per smettere di considerare atti e parole come materiale leggero, privo di conseguenze, soprattutto nei confronti di un minore.
Le ragazze e i ragazzi collegano inoltre la cicatrice anche a un errore indimenticabile. Lasciano intendere che alcune cicatrici nascono da una nostra scelta sbagliata, da un gesto impulsivo, da un’azione che ha prodotto dolore. Ecco diventare la cicatrice una memoria morale che insegna a non ripetere l’errore. Il punto delicato sta proprio nel ricordare ciò che si è sbagliato senza coincidere con esso. E torna qui l’ambivalenza della cicatrice: può fortificare e indurre fiducia nel futuro, se resta il segno positivo di un’esperienza ormai superata, oppure può imprigionare, se diventa il nome definitivo della persona. Il cinema ha raccontato con grande forza questa differenza in Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan. Lee Chandler vive con il peso di una colpa che non riesce a perdonarsi: anni prima, per una sua negligenza, un incendio domestico ha provocato la morte dei figli. Quando la morte del fratello lo costringe a tornare nella città da cui era fuggito scopre di essere stato indicato come tutore del nipote Patrick. Quel ritorno ha il potere di metterlo davanti a una questione mai davvero chiusa. Il film evita ogni consolazione rapida, mostra anzi una cicatrice che continua a condizionare il presente. Tuttavia il rapporto con Patrick, certamente non in grado di cancellare ciò che è accaduto, impedisce che il dolore diventi l’unico orizzonte possibile e lascia aperto, pur dentro il limite, uno spazio di legame.
La frase finale dei ragazzi appare molto realistica: esistono poche persone al mondo che riescono a ricucire il dolore. E quelle che ci riescono raramente lo fanno da sole, potremmo aggiungere noi. C’è infatti bisogno di qualcuno che aiuti il soggetto a non restare solo dentro la propria ferita, che rispetti i suoi tempi, che non abbia fretta di spiegargli che cosa dovrebbe imparare da ciò che ha vissuto e che, restando accanto, permetta una elaborazione personale facendo intravedere un futuro possibile. Da tutto questo noi adulti potremmo trarre delle domande. Che cosa facciamo quando incontriamo una cicatrice nei più giovani, ma anche in noi? La copriamo con frasi rassicuranti? Ne misuriamo le dimensioni per attribuirle una scala di gravità? Oppure sappiamo stare davanti a quel segno, riconoscendo che lì c’è una storia della quale dobbiamo recuperare il senso? Non conviene coltivare le cicatrici come identità e neppure trasformarle in medaglie del dolore da appuntare sul petto per ottenere commiserazione dagli altri. Meglio riconoscerle. Dire “questa cosa mi ha fatto male, non è sparita, ha lasciato un segno, eppure non esaurisce la mia esperienza” è una forma di verità molto più fruttuosa del semplice “andrà tutto bene”. La cicatrice, alla fine, segna sì ciò che ha fatto male, ma è anche la prova che un dolore ha avuto una storia, un tempo, un corpo e un cuore in cui inscriversi. Non può scomparire a comando e nemmeno guarire a forza. Può però diventare un segno che non isola quando qualcuno la guarda senza giudicare e rimane abbastanza vicino da aiutare chi la porta a non ridursi al proprio dolore o alla propria ferita.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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