Usain Bolt: «Oggi la mia nuova sfida è la famiglia»
Il campione giamaicano, oggi 40enne, spiega: «Sono nel momento migliore di sempre perché sto per sposarmi. Mi mancano le gare, ma adesso aiuto gli altri con la mia Fondazione»

Mentre sta per cominciare l’ultima giornata dell’Ultimate Championship, Usain Bolt ha l’occhio lontano dalla pista di Budapest. Davanti a lui, sul laptop, c’è la partita del Manchester United. Quando gli organizzatori aprono l’incontro online con la stampa internazionale, il giamaicano mette subito le cose in chiaro: «È un momento molto importante. Sta giocando lo United». A nove anni dall’ultima gara, l’uomo più veloce della storia continua a essere una calamita per l’atletica e a Budapest, nel ruolo di “Ultimate Legend”, ha osservato da vicino il tentativo di World Athletics di reinventare il proprio sport.
Usain, le è piaciuta questa nuova rassegna?
«Penso sia fantastica. C’è una bellissima energia, il pubblico mi sembra si stia divertendo molto e credo che la musica abbia un ruolo importante nel mantenere gli spettatori coinvolti, soprattutto durante i concorsi. Peccato che ai miei tempi non ci fossero questo soldi in palio, sarei diventato più ricco».
Quindi promuove l’esperimento?
«Mi piace quello che sta succedendo. Per me è emozionante anche poter stare insieme agli atleti. Siamo tutti qui, parliamo, discutiamo di quello che potrebbe succedere nelle gare. È anche un modo per creare legami e conoscersi meglio. Penso che questo sia un buon primo passo per cambiare l’atletica in meglio».
C’è qualche innovazione nella presentazione degli atleti che le piace particolarmente?
«Apprezzo l’idea di permettere ad alcuni dei migliori di scegliere la canzone con cui entrare. È una bella cosa».
Ad Ultimate gli atleti gareggiano con la maglia della propria Nazionale. È una scelta che condivide?
«Sì. È comunque un campionato, perciò penso sia giusto perché mostra che rappresenti e sostieni il tuo Paese. E sapete quanto io ami la Giamaica, quindi non ho assolutamente problemi con gli atleti che gareggiano indossando la divisa nazionale».
Rispetto ai suoi anni, oggi nei 100 metri non c’è un dominatore. Che cosa ne pensa?
«Dimostra semplicemente quanto fossi forte io (ride, ndr). Scherzi a parte, la competizione fa sempre bene. Per me era fantastico perché vincevo, naturalmente, però è positivo arrivare a una gara senza sapere chi vincerà o chi riuscirà a esprimersi meglio proprio quel giorno. Ho sempre cercato la competizione. Vedere persone diverse vincere rende tutto più emozionante e credo faccia bene allo sport».
Come le piace essere ricordato?
«Il mio obiettivo è sempre stato essere considerato tra i grandi dello sport. Quando si parla di Muhammad Ali, Michael Jordan e degli altri grandi campioni delle varie discipline, vorrei che anche il mio nome fosse pronunciato nella stessa conversazione. Negli anni trascorsi dal mio ritiro ho visto accadere ciò che desideravo, quindi sono felice di essere entrato in quel tipo di discorso».
Quale consiglio darebbe agli atleti che incassano premi considerevoli?
«Dipende dall’età e della fase della carriera in cui ti trovi. Se sei giovane, sei appena arrivato nello sport e stai ottenendo buoni risultati, puoi anche goderti quei soldi. Se invece sei nella parte finale della carriera, devi concentrarti sugli investimenti e fare in modo che possano fruttare».
Rispetto al passato recente sembra molto più in forma?
«Penso di essere nella migliore forma della mia vita. Scrivete questo come titolo. E sapete perché? Finalmente sposerò la mia compagna Kasi. Gliel’ho proposto ad agosto in occasione della festa del mio quarantesimo compleanno e lei ha accettato di fronte ai nostri tre figli».
Si allena ancora molto?
«Mi alleno sempre. A periodi magari di più o di meno, ma frequento molto la palestra».
Quale è la sua principale attività adesso?
«Passo molto tempo a curare le attività della mia fondazione in Giamaica. In questo momento siamo concentrati soprattutto sugli aiuti. Abbiamo dato circa dieci milioni di dollari alle scuole per contribuire alla ricostruzione e allo sviluppo, perché molte sono state gravemente danneggiate l’anno passato dal passaggio dell’uragano Melissa. Cerchiamo di distribuire gli aiuti in tutto il Paese e di far ripartire più scuole possibile. Molti bambini non sono ancora tornati sui banchi e il governo non può fare tutto».
Qualche settimana fa era circolata la notizia di un suo possibile coinvolgimento con una squadra di calcio di Manchester. C’era qualcosa di vero?
«Non ne avevo idea. L’ho scoperto quando il mio manager Ricky Simms mi ha scritto chiedendomi se avessi cominciato a giocare a calcio. Gli ho risposto che non sapevo cosa stesse succedendo. Avevo letto che ero stato addirittura tesserato, ma non ne sapevo assolutamente nulla. Zero».
Tornando dentro uno stadio di atletica, sente la mancanza delle gare?
«Certo. Mi mancheranno sempre. Da sportivo mi mancano quell’atmosfera, quelle vibrazioni e l’adrenalina. Però questo non è più il mio momento. Adesso mi diverto guardando gli altri. So che molti di loro sono nervosi ed è emozionante osservarli. È bello stare allo stadio e vedere quelli che saranno i campioni del futuro».
Chi è il suo erede?
«Nessuno in particolare».
Dopo il suo ritiro la Giamaica non ha più dominato lo sprint come ai suoi tempi. È preoccupato?
«Va a periodi. Gli Stati Uniti hanno dominato per anni, poi abbiamo dominato noi per anni e adesso gli Stati Uniti hanno un po’ ripreso il controllo. Ma ci sono anche altri Paesi. Penso che sia semplicemente questione di tempo. Abbiamo grandi talenti».
Quindi il dominio nello sprint è destinato a continuare ad alternarsi?
«Credo di sì. Un anno vanno più forte Lyles o Bednarek, un altro Thompson o Seville. Naturalmente io voglio sempre che vinca la Giamaica».
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