Quanto vale una vittoria se manca il campione?
Da Usain Bolt a Valentino Rossi fino a Simone Biles e oggi Alcaraz e Pogačar: la storia è piena di primati passati in secondo piano per il ritiro del favorito

Ci sono momenti nello sport in cui si innesca una singolare dinamica: l’abbandono del campo gara fa più rumore di una vittoria. La cronaca smette di essere una questione di numeri, distacchi o medaglie e si trasforma in puro dramma. È il preciso istante in cui l’atleta assoluto, il dominatore designato esce di scena. Quando ciò accade la notizia non è più l’evento in sé, né il trionfo di chi subentra, ma il vuoto generato da quell’assenza.
L’esempio più fresco e nitido di questo fenomeno si è consumato sulle strade della Vuelta a España 2026. Fino all’ottava tappa Tadej Pogacar non stava semplicemente pedalando, stava monopolizzando la corsa, imponendo un predominio che rendeva la maglia rossa un verdetto già scritto. Poi, un sasso a lato della careggiata, la caduta, la frattura della clavicola e il conseguente ritiro. In quel preciso frangente, l’interesse globale per la corsa ha subito un crollo verticale. Per i minuti successivi le telecamere sono rimaste incollate sull’atleta prontamente soccorso dallo staff medico. Nel gruppo che avanzava verso il traguardo della tappa regnava lo smarrimento. La lotta per la classifica generale è passata in secondo piano. Le prime pagine dei quotidiani e le tendenze social si sono subito concentrate sullo stato di salute del campione, domandandosi se sarebbe stato in grado di recuperare in vista dei Mondiali in Canada di metà settembre, del Campionato Europeo in Slovenia ad inizio ottobre – a casa sua – e del Lombardia del 10 ottobre. Chiunque alzerà le braccia al cielo a Granada si porterà dietro le dicerie del pubblico generalista: “sì, ha vinto, ma solo perché Tadej è caduto”. È l’effetto “Asterisk Title” – il titolo con l’asterisco -, come viene spesso usato dai media statunitensi. Una vittoria a tutti gli effetti, ma percepita dal pubblico come meno autorevole perché ottenuta approfittando dell’assenza del favorito.
Nel 2011, ai Mondiali di atletica leggera di Daegu, il mondo intero attendeva l’ennesima sinfonia di Usain Bolt nella gara regina - i 100 metri -, dove si presentava sui blocchi di partenza come favorito d’obbligo per la vittoria. Il fulmine giamaicano, però, incappò in una falsa partenza durante la finale, venendo squalificato. La gara fu vinta da Yohan Blake, ma l’oro del connazionale divenne una nota a piè di pagina quella sera. L’immagine consegnata alla storia di quel Mondiale fu Bolt che si toglieva la canotta in mezzo alla pista, sbatteva le mani contro il muro, urlava incredulo la sua disperazione. Nei salottini di tutto il mondo, nei giorni successivi, non si celebrò il nuovo uomo più veloce del mondo ma processò la durezza dei regolamenti IAAF (la federazione internazionale dell’atletica leggera), colpevoli di aver privato il pubblico del proprio re.
Un copione identico è stato scritto anche nel motorsport, dove l’idolo di massa impersonifica la disciplina. Quando Valentino Rossi si fratturò tibia e perone durante le prove libere al Mugello nel 2010, il pubblico sugli spalti piombò in un silenzio spettrale. Il Gran Premio fu vinto da Dani Pedrosa e il campionato andò a Jorge Lorenzo, ma l’attenzione durante tutta la stagione rimase concentrata sulle condizioni del “dottore” e sui bollettini medici. Gli ascolti tv e l’affluenza nei circuiti subirono una flessione che dimostrò quanto la MotoGP, in quel momento storico, non fosse una competizione tra piloti, ma il palcoscenico di un unico attore protagonista.
Per tornare ai giorni più recenti, la caduta di un grande campione può avere anche un forte impatto sociale, portando alla luce problemi di salute mentale, spesso ignorata a vantaggio dello spettacolo e dei risultati. È successo con Simone Biles alle Olimpiadi di Tokyo 2020. La ginnasta americana si ritirò da alcune gare a causa dei “twisties”, una condizione psicologica che le faceva perdere l’orientamento durante gli esercizi. Biles parlò pubblicamente delle proprie difficoltà e della necessità di proteggere il proprio benessere emotivo, in primis. La vittoria della squadra russa nel concorso a squadre proprio ai danni del team statunitense, passo in secondo piano. In un momento di cronaca sportiva così intensa come le olimpiadi, l’attenzione del pubblico passò dalle prestazioni sportive al benessere psicologico degli atleti, trasformando la vicenda in un importante tema culturale: fino a che punto la prestazione prevale sulla salute?
Quando egli diventa l’essenza stessa dello sport, la sua normalità è la vittoria, e la vittoria, paradossalmente, “smette” di fare notizia. È la caduta, l’imprevisto o il ritiro a riscrivere la storia: la loro sconfitta può generare un’attenzione mediatica persino maggiore di quella riservata al trionfo di chiunque altro, mostrando come, nel cuore del pubblico, la fragilità del campione possa risultare più potente della semplice cronaca di una vittoria.
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