Rushdie a Pordenonelegge: «L’incertezza conduce alla verità»
Lo scrittore ha inaugurato la 27ª edizione del festival, dove ha ricevuto l’onorificenza Ambassador of Freedom. Alla vigilia della proiezione newyorkese del doc di Alex Gibney, ha parlato dell’attentato, della guarigione, del valore della scrittura come strumento per mostrare la realtà

Domani a New York si terrà al prima di un documentario su di lui e oggi a Pordenone ha aperto la 27ª edizione di Pordenonelegge, ricevendo l’Onorificenza di Ambassador of Freedom. Si tratta di Salman Rushdie, considerato uno dei più importanti autori della letteratura contemporanea, definito “maestro della narrazione perpetua”, capace di illuminare molte importanti verità sulla nostra società e la nostra cultura. A Pordenone, partendo da uno dei suoi ultimi testi, la raccolta di saggi Linguaggi della verità (Mondadori), in una dichiarazione d’amore per la letteratura, l’autore ha riflettuto sulla parola scritta come spazio di libertà, immaginazione e resistenza, mostrando come la narrazione resti uno dei modi più potenti per dare forma alla complessità del mondo. Alla domanda se gli scrittori abbiano il potere di cambiare il mondo e la verità, ha risposto: «Spero che la verità non sia mai una questione di appartenenza. Non abbiamo potere come scrittori, ma facciamo del nostro meglio». E poi ha aggiunto un passaggio importante sul rapporto tra scrittura, realtà e immaginazione: «Lo scopo dell’immaginazione – ha spiegato – non è mai stato quello di evadere dalla realtà, ma di mostrare la realtà. Ho studiato storia e mi sono sempre mosso lungo quel confine labile. Se si riesce in questo intento, il risultato può essere davvero illuminante».
Negli Stati Uniti Rushdie domani parteciperà alla prima molto attesa del film Knife , il documentario di Alex Gibney intimo e straziante che affronta l’attentato del 2022 che gli ha quasi tolto la vita, raccontato in gran parte con le parole dello scrittore, ripercorrendo l’accoltellamento, le brutali conseguenze e la lunga, incerta strada della guarigione: «Credo – ha detto lo scrittore – che questo sia un buon film; Alex Gibney è uno dei migliori registi documentaristi del nostro tempo, non a caso è vincitore di un premio Oscar. Ha adottato un approccio molto sensibile, la colonna portante del film è il video diario girato da mia moglie, la poetessa e fotografa Rachel Eliza Griffiths, che per un anno ha ripreso noi due mentre cercavamo di affrontare la tragedia che ci è capitata. Di curare a poco a poco le ferite, fino alla guarigione e al completo ristabilimento. Certo per me sarà dura vederlo, ma spero che per il resto del pubblico possa essere una visione interessante».
Su questo aspetto poi Rushdie ha aggiunto anche alcune riflessioni su quell’esperienza, sulle sensazioni provate in quell’esperienza, che in parte aveva già raccontato in Coltello (Mondadori), parlando di quell’atto di violenza che scosse il mondo letterario e non solo. Un atto al quale Rushdie rispose con la vita, l’amore, la libertà d’espressione, l’immaginazione, perché – come disse allora – «l’arte della scrittura si basa sulla libertà», e come ha ribadito in questa occasione: «Ho provato un forte dolore e ho pensato che sarei morto. Poi, però, mi sono sentito fortunato per essere sopravvissuto. Mi ha fatto capire l’importanza di ogni giorno, del tempo in più su questa Terra. Ora il mio motto è: non perdere tempo, usalo solamente per le cose importanti». Relativamente alla sua vicenda personale, Rushdie ha poi aggiunto di aver scritto I versi satanici come quarto romanzo e quinto libro pubblicato: «Ad oggi – racconta – sono arrivato a quota 23 libri, quindi la maggior parte della mia produzione letteraria è successiva a quanto accaduto, e alla fatwa. Per 25 anni ho pensato di poter condurre una vita ordinaria, la mia vita di scrittore. Poi, nel 2022, si è verificato l’attentato, che considero tuttora un fatto isolato e non l’inizio di una nuova fase di minaccia».
Negli Stati Uniti Rushdie domani parteciperà alla prima molto attesa del film Knife , il documentario di Alex Gibney intimo e straziante che affronta l’attentato del 2022 che gli ha quasi tolto la vita, raccontato in gran parte con le parole dello scrittore, ripercorrendo l’accoltellamento, le brutali conseguenze e la lunga, incerta strada della guarigione: «Credo – ha detto lo scrittore – che questo sia un buon film; Alex Gibney è uno dei migliori registi documentaristi del nostro tempo, non a caso è vincitore di un premio Oscar. Ha adottato un approccio molto sensibile, la colonna portante del film è il video diario girato da mia moglie, la poetessa e fotografa Rachel Eliza Griffiths, che per un anno ha ripreso noi due mentre cercavamo di affrontare la tragedia che ci è capitata. Di curare a poco a poco le ferite, fino alla guarigione e al completo ristabilimento. Certo per me sarà dura vederlo, ma spero che per il resto del pubblico possa essere una visione interessante».
Su questo aspetto poi Rushdie ha aggiunto anche alcune riflessioni su quell’esperienza, sulle sensazioni provate in quell’esperienza, che in parte aveva già raccontato in Coltello (Mondadori), parlando di quell’atto di violenza che scosse il mondo letterario e non solo. Un atto al quale Rushdie rispose con la vita, l’amore, la libertà d’espressione, l’immaginazione, perché – come disse allora – «l’arte della scrittura si basa sulla libertà», e come ha ribadito in questa occasione: «Ho provato un forte dolore e ho pensato che sarei morto. Poi, però, mi sono sentito fortunato per essere sopravvissuto. Mi ha fatto capire l’importanza di ogni giorno, del tempo in più su questa Terra. Ora il mio motto è: non perdere tempo, usalo solamente per le cose importanti». Relativamente alla sua vicenda personale, Rushdie ha poi aggiunto di aver scritto I versi satanici come quarto romanzo e quinto libro pubblicato: «Ad oggi – racconta – sono arrivato a quota 23 libri, quindi la maggior parte della mia produzione letteraria è successiva a quanto accaduto, e alla fatwa. Per 25 anni ho pensato di poter condurre una vita ordinaria, la mia vita di scrittore. Poi, nel 2022, si è verificato l’attentato, che considero tuttora un fatto isolato e non l’inizio di una nuova fase di minaccia».
In occasione della conferenza stampa che l’ha visto protagonista prima dell’incontro pubblico a Pordenone, non sono poi mancate domande sull’attualità: invitato a una riflessione su cosa significhi libertà di pensiero in un mondo attraversato da guerre e polarizzazioni, Rushdie ha detto: «Non sono le guerre a essere il problema per la libertà di pensiero e di parola. Il problema sono i governi, per esempio il mio, perché i membri della stampa sono sempre sotto assedio, così come i comici che lavorano in televisione. Il presidente non ha un grande senso dell’umorismo, ma gli scrittori sono persone ostinate e diremo quello che dobbiamo dire. L’Islam radicale – ha proseguito – esiste, ed esiste un regime sanguinario in Iran: ma non trovo giusta la guerra promossa, non porterà al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione iraniana. Si tratta di un conflitto controproducente, il regime iraniano ne uscirà più forte».
Un passaggio dello scrittore è poi stato dedicato al rapporto con l’incertezza e a quanto la pratica dell’incertezza sia importante per lui, descrivendo la raccolta di racconti intitolata L’undicesima ora. Un quintetto di storie (Mondadori), una caleidoscopica quanto affascinante esplorazione della vita, della morte e di ciò che viene messo a fuoco quando ci si trova alle prese con l’atto finale della nostra vicenda umana: «Devo dire che quest’ultima raccolta è infestata dall’incertezza, che è un dato di fatto della nostra vita. Anzi, tendo a preoccuparmi di fronte alle persone con certezze granitiche. L’incertezza conduce alla verità. Inoltre questi testi hanno anche una vena comica, perché l’incertezza a mio avviso favorisce la comicità». A questo proposito ha raccontato anche quali siano alcune delle fonti di ispirazione per questa raccolta di racconti, rifacendosi ad autori italiani, ma non solo: «Leggo con piacere l’Antico Testamento, tuttavia i racconti de L’undicesima ora provengono da fonti diverse. Uno dei miei mentori, per esempio, è Italo Calvino, c’è molto di lui in questo libro. Anche con Umberto Eco avevamo un bel rapporto».
Un passaggio dello scrittore è poi stato dedicato al rapporto con l’incertezza e a quanto la pratica dell’incertezza sia importante per lui, descrivendo la raccolta di racconti intitolata L’undicesima ora. Un quintetto di storie (Mondadori), una caleidoscopica quanto affascinante esplorazione della vita, della morte e di ciò che viene messo a fuoco quando ci si trova alle prese con l’atto finale della nostra vicenda umana: «Devo dire che quest’ultima raccolta è infestata dall’incertezza, che è un dato di fatto della nostra vita. Anzi, tendo a preoccuparmi di fronte alle persone con certezze granitiche. L’incertezza conduce alla verità. Inoltre questi testi hanno anche una vena comica, perché l’incertezza a mio avviso favorisce la comicità». A questo proposito ha raccontato anche quali siano alcune delle fonti di ispirazione per questa raccolta di racconti, rifacendosi ad autori italiani, ma non solo: «Leggo con piacere l’Antico Testamento, tuttavia i racconti de L’undicesima ora provengono da fonti diverse. Uno dei miei mentori, per esempio, è Italo Calvino, c’è molto di lui in questo libro. Anche con Umberto Eco avevamo un bel rapporto».
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