Salina e il vento del cinema d’autore
Nel cuore e nella poesia delle Eolie, la terra verde di Didỳmē riemerge dalla memoria collettiva come l’isola più amata dal neorealismo e dalle grandi dinastie registiche del Novecento

Il Belpaese sì sa, è quasi ovunque un set a cielo aperto. Ma l’Isola più cinematografica, che invito a visitare in questa estate calda, è quella battuta dai venti omerici di Eolo. Delle sette sorelle delle Isole Eolie, ce n’è una che ha stregato con le sue sirene tutti i registi che vi sono sbarcati dal secolo scorso ad oggi, Salina. Se, nel 1950, il maestro del neorealismo Roberto Rossellini preferì girare il suo controverso Terra di Dio a Stromboli (poi prese il titolo di Stromboli-Terra di Dio) e il suo “antagonista” William Dieterle scelse invece Vulcano (titolo omonimo della pellicola, 1950) per far recitare un’Anna Magnani sull’orlo di una crisi di nervi. “Nannarella” era stata appena lasciata da Rossellini, che era volato ad Hollywood dove aveva conquistato il cuore di Ingrid Bergman rendendola protagonista della sua vita e anche di Stromboli. Tutto questo potete leggerlo nel saggio magistrale e intenso come un romanzo La guerra dei vulcani (appena ripubblicato da ilSaggiatore) scritto da Alberto Anile e Gabriella Giannice. Ma adesso sbarchiamo al comune maggiore di Santa Marina di Salina, dove su un terra verde accarezzata da un mare che si fa tutto lucciconi argentati al mattino e blu scuro al tramonto, si rimane estasiati dalla potenza della natura. La potenza dei due vulcani spenti per cui i greci la chiamarono Didỳmē, “gemello”: il Monte Fossa delle Felci e il Monte dei Porri. L’Isola verde, ammantata di vigneti di Malvasia, erbe aromatiche e pianti di ogni genere, a cominciare dal prelibato cappero da mettere rigorosamente sul pane cunzato servito ai tavoli di Alfredo. Siamo a Lingua, la striscia di terra che guarda alle bianche scogliere di pomice di Lipari e allo sbuffo quotidiano, foschia permettendo, del cratere acceso di Stromboli. Ma qui siamo soprattutto in “casa Taviani”: Paolo e Vittorio, i “Lumiere” del nostro cinema d’autore. Qui i cineasti sbarcarono con la stessa curiosità con cui Alexandre Dumas si lasciò sedurre dalle altre sorelle di Salina che descrisse in Escursione alle Eolie. I fratelli Taviani stabilirono a Lingua il loro buon ritiro estivo, con famiglia e amici (Scorsese, Lizzani e la Wertmüller, i primi ospiti) acquistando la casa che per la gente del posto era quella della “Chiacchieredda”, la majara. Il pensatoio ideale per due ragazzi cresciuti nella povertà toscana di San Miniato e che a Roma avevano scoperto la magia del cinema che li avrebbe portati a farsi un nome, in tutto il mondo. Palma d’oro a Cannes nel 1977 per Padre padrone, tratto dal romanzo autobiografico di Gavine Ledda e consacrazione nel 1982 con La notte di San Lorenzo. Nel 1986 e successo internazionale ribadito da Good morning Babilonia, ma in mezzo ci fu quel capolavoro di Kaos, dichiarazione d’amore a Salina dove venne girata parte di quest’opera in sei episodi (scritti dai Taviani con il poeta Tonino Guerra) ispirati dalle Novelle di un giorno di Luigi Pirandello. A Salina, la voce dei Taviani continua a farsi sentire ovunque. Persino sugli scogli, dove Claudia Terracina, ex parlamentarista de “Il Messaggero” e storica amica della famiglia è dagli anni ’70 che continua a soggiornare nella villa, dalle 18 stanze, custodita amorevolmente da Lina Nerli Taviani, la costumista e moglie di Paolo, e da Giovanna, la figlia di Vittorio. Nel solco della passione di famiglia l’anno prossimo saranno vent’anni del “Salina Doc Fest”, ideato da Giovanna Taviani nel 2007. Una rassegna internazionale di documentari che intende celebrare il cinema, i suoi maestri, ma soprattutto Salina, in quanto “Isola dell’Utopia”. Un’isola di meditazione, come davanti a un bicchiere di Malvasia, la cui commercializzazione la si deve a uno “straniero” approdato a Lingua con i Taviani: il boemo Carlo Hauner, pittore e designer e fino alla sua morte, a Salina nel 1996, anche produttore di vino. Salina come “cineterapia”. Lo sa bene Nanni Moretti che dopo aver sconfitto la malattia, un linfoma di Hodgkin, davanti al Faro di Lingua chiude l’episodio “Isole” di Caro Diario, premiato a a Cannes nel 1994 con la Palma d’oro per la migliore regia. Salina amuleto per Luis Bacalov che nel ’96 vinse l’Oscar per la migliore colonna sonora de Il postino, il canto del cigno di Massimo Troisi. L’anima tenera del più filosofico dei comici italiani, si aggira tra Rinella e Malfa, gli altri due comuni di Salina. E nel borgo marinaro di Pollara, almeno dai ritratti di un murales dipinto vicino alla chiesa di Sant’Onofrio, capita di imbattersi ancora nella strana coppia, Mario (Troisi) il Postino dell’Isola e Pablo, il cileno Nobel per la poesia ed esule politico Neruda (Philippe Noiret). Dal 2012 a giugno si tiene il “Marefestival Salina-Premio Troisi”, di cui è madrina Maria Grazia Cucinotta, la protagonista femminile de Il Postino. A Pollara, quando il sole cala al tramonto l’Isola del cinema diventa quella della Poesia, e il Postino Troisi insegna: «La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve».
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