Se la politica perde il centro, ritroviamo il buon senso
L’Europa unita cerca di rappresentare la democrazia, la libertà, il pluralismo, la pace e la cooperazione tra i popoli. I suoi possibili fallimenti non possono giustificare la distruzione di un simile patrimonio nel nome degli estremismi

Ha ragione il cancelliere tedesco Friedrich Merz: il segnale che viene dai risultati elettorali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino (l’ultimo di una lunga serie, a livello europeo) è quello di «un disastro». Ma non soltanto per la sua personale carriera politica e per la Cdu. Lo è per l’intera Europa unita, perché conferma un’avanzata degli estremismi che sembra inarrestabile. Nella capitale tedesca gli elettori hanno scelto una candidata di sinistra radicale che pone al primo punto del suo programma l’esproprio immobiliare; nel bundesland che fu parte della Ddr comunista si afferma, come due settimane fa in Sassonia-Anhalt, l’estrema destra in odore di neonazismo. In principio, qualche anno fa, fu il populismo. Ma il populismo sopravvive solo se riesce a spararla ogni volta più grossa e a urlare sempre di più, così da dare il via inevitabilmente a una corsa all’estremismo che può condurre – lo ha sottolineato nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, pochi giorni fa, Ursula von der Leyen – allo sgretolamento dell’Unione Europea, complici anche le spinte dall’esterno dei nemici dell’Europa, della democrazia e della libertà. In questo senso il tracollo della Cdu è anche fortemente e drammaticamente simbolico, perché Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman, tre padri nobili dell’Europa unita, erano cristiano democratici ma dei loro partiti è rimasto finora integro solo quello tedesco: la Democrazia cristiana italiana, la “Balena bianca”, si è disfatta ormai oltre 30 anni fa nel mare magnum di Tangentopoli, lasciando dietro di sé un nugolo di “pesciolini” troppo piccoli per incidere oppure praticamente indistinguibili dentro i partiti più ampi in cui sono confluiti; il Movimento repubblicano popolare francese si sciolse già alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il forte ridimensionamento, un po’ ovunque nei Paesi europei, delle forze socialdemocratiche (in particolare la Spd tedesca e il Ps francese) e liberaldemocratiche.
È il centro politico che sembra sciogliersi, inteso non come metafora dell’immobilismo o della spartizione partitocratica, bensì come luogo del confronto franco tra posizioni differenti alla ricerca di un punto d’incontro per il bene comune, nell’ambito di regole democratiche condivise e nella legittimazione reciproca. È questo che si intende quando si afferma che in democrazia i governi possono essere di destra o di sinistra, ma si governa davvero soltanto dal centro. Così è accaduto finora in Europa e così era anche negli Stati Uniti, dove con la doppia l’elezione di Donald Trump si sono viste invece situazioni un tempo inimmaginabili perfino nelle serie tv più fantasiose e catastrofiche. E ciò ha portato, anche oltreoceano, alla radicalizzazione dei due partiti storici: i Repubblicani sono ormai in mano ai Maga trumpiani, il partito di Lincoln, Eisenhower e Reagan è un ricordo lontano; i Democratici che furono di Roosevelt, Kennedy e Obama non riescono più a esprimere una leadership credibile e sono tentati anch’essi da derive radicali.
Insomma, ecco il vero «disastro». Tuttavia da noi, in Italia, un autorevole rappresentante della cultura cristiano democratica europea ed europeista siede ancora, per fortuna, al Quirinale. E domenica scorsa, partecipando al festival “Pordenonelegge”, Sergio Mattarella è tornato a sottolineare come stia emergendo «a livello globale la tentazione di democrazia illiberale, come se possa essere separata dalla libertà». Avanza infatti la tentazione di imporre il proprio pensiero come «unico», ma l’unanimismo «si addice all’autocrazia e alle dittature ed è sinonimo di immobilismo». Al contrario, ha aggiunto, «è il pluralismo delle opinioni che nelle democrazie impedisce al potere, anche quello digitale, di fossilizzarsi in una verità che pretende di imporre». L’Europa unita ha cercato e cerca di rappresentare tutto questo, in primo luogo la democrazia, la libertà, il pluralismo, la pace e la cooperazione tra i popoli. Tutte le sue possibili pecche e fallimenti non possono giustificare la distruzione di un simile patrimonio (che è tutela e garanzia dei cittadini dell’Ue) nel nome degli estremismi di qualsiasi colore. Sembra tornata l’ora in cui ‒ ha osservato ancora il presidente della Repubblica citando Alessandro Manzoni ‒ «il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune». Dunque chi ancora coltiva il buon senso deve tirarlo fuori e diffonderlo con una forza almeno pari a chi suona, nei comizi e sui social, la carica ai vari “ismi” portatori di divisioni e di esclusioni. È ora che tanti europeisti escano dal nascondimento e si uniscano nella missione di spiegare, senza timidezza, che cosa significherebbe davvero vivere senza Ue, senza euro, senza Schengen, senza mercato comune... È ora di staccare la bandiera blu con le dodici stelle dalle facciate degli edifici pubblici e di sventolarla, con orgoglio e consapevolezza. Domani potrebbe essere tardi.
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