Pezeshkian all'Onu mostra le foto dei bambini uccisi in Iran

di Elena Molinari, New York
Parlando all’Assemblea, il leader di Teheran ha tuonato: «Ci hanno colpito ma non abbiamo piegato la testa». I delegati americani escono; a margine si è però riaperto uno stretto canale diplomatico
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September 23, 2026
Pezeshkian all'Onu mostra le foto dei bambini uccisi in Iran
Masoud Pezeshkian all'81esima Assemblea delle Nazioni Unite 23 settembre 2026 / REUTERS/MIKE SEGAR
«Il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo vittime del terrorismo». Nel duello a distanza fra Donald Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, oggi è stato il turno della stoccata di Teheran. «Alla fiducia reciproca non si arriva solo con le parole, ma astenendosi dai doppi standard», ha aggiunto, «bombe atomiche e nucleari sono nelle mani del regime israeliano, ma agli ispettori si chiede di venire in Iran». Durante il suo debutto all’Assemblea generale dell’Onu, il capo di Stato della Repubblica islamica ha mostrato fotografie di bambini uccisi dai bombardamenti americani e israeliani. «Ci hanno colpito, ma non abbiamo piegato la testa. L’Iran continuerà a difendersi fino all’ultimo respiro», ha detto, mentre la delegazione americana lasciava l’aula. Il suo discorso è stato la risposta diretta a quello pronunciato il giorno prima da Trump, che aveva presentato a Teheran una scelta: raggiungere un accordo che permetta all’Iran di tornare alla prosperità economica oppure rischiare l’«annientamento». Dopo quasi sette mesi di guerra durante i quali gli obiettivi della Casa Bianca sono cambiati più volte, il presidente Usa aveva anche chiarito la sua condizione principale per la pace: la distruzione del programma nucleare iraniano. La risposta di Pezeshkian è stata altrettanto chiara: il programma ha scopi pacifici e l’Iran non vi rinuncerà mai.
Ad avere l’ultima parola a New York sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che combatte contro l’Iran a fianco di Washington e che è atteso domani al Palazzo di vetro. Dietro gli attacchi verbali resta però uno stretto canale diplomatico che si è riaperto proprio all’Onu. A margine dell’Assemblea, infatti, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner hanno comunicato attraverso mediatori del Qatar: si tratta del primo contatto indiretto da quando, a luglio, è crollato il cessate il fuoco. Non c’è stato però alcun incontro faccia a faccia né sono emerse concessioni dalle due parti. La contraddizione fra diplomazia e minacce riflette le pressioni interne sui due presidenti. Pezeshkian, riformista eletto nel 2024 con la promessa di moderare alcune delle politiche più conservatrici della Repubblica islamica, deve dimostrare di non cedere a Washington. I contatti di New York hanno infatti già provocato la reazione dell’ala dura: l’agenzia Tasnim , vicina ai Pasdaran, li ha definiti un «grande regalo a Trump». Alcuni oltranzisti hanno contestato persino il viaggio del presidente negli Stati Uniti.
Trump, a poco più di un mese dal voto di midterm del 3 novembre, deve mostrare risultati dopo una guerra che si è progressivamente allargata e ha sconvolto i mercati energetici. Per rassicurare un’opinione pubblica Usa sempre più contraria al conflitto, il presidente americano insiste infatti che Washington sta vincendo e che ci sarà un accordo «dopo il voto», anche se Pezeshkian ieri ha contraddetto l’immagine di un Iran pronto a capitolare. Nel frattempo gli effetti della guerra continuano ad estendersi ben al di là del Medio oriente. Gli Usa hanno annunciato sanzioni secondarie contro i Paesi che continueranno ad accogliere voli iraniani e Teheran ha minacciato ritorsioni contro gli aeroporti dei vicini che le applicheranno. Intanto, nonostante il traffico nello Stretto di Hormuz sia parzialmente aperto, circa un terzo del petrolio del Golfo destinato ai mercati mondiali continua a mancare.
La scarsità pesa soprattutto su diesel e benzina, alimenta l’inflazione e la pressione sui tassi d’interesse e condiziona l’economia e la politica americana (e non solo). Non a caso, proprio la riapertura di un filo negoziale a New York ha contribuito a riportare il petrolio vicino ai minimi delle ultime due settimane. Per questo, mentre prometteva che l’Iran non si arrenderà, Pezeshkian ieri ha ammesso di essere «pronto al dialogo», e Trump, che ha minacciato l’annientamento, ha inviato i suoi emissari a trattare. Nessuno dei due può permettersi di chiudere completamente la porta alla diplomazia.

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