L'affondo di Trump, la stampa libera e la salute della democrazia Usa
È scontro giudiziario dopo lo stop della Casa Bianca a 78 accrediti di giornalisti di testate, come la Cnn, ritenute "menzognere". I precedenti mostrano come, ogni volta che un presidente ha provato a piegare la stampa, ci ha rimesso. E anche stavolta, in attesa del processo, un giudice ha imposto di restituire temporaneamente gli accrediti a chi ne era stato privato

«Quattro giornali ostili sono da temere più di mille baionette», recita un celebre aforisma attribuito all’imperatore francese Napoleone Bonaparte. Una similitudine dal sapore bellico che si attaglia, mutatis mutandis, all’atteggiamento diffidente che oggi un altro capo di Stato, il presidente degli Usa Donald Trump, sta riservando ad alcuni media a stelle e strisce, innescando una querelle che trascende i confini nazionali. Perché quando un’amministrazione decide di tracciare una linea di demarcazione netta tra la stampa "gradita" e quella da escludere fisicamente dai corridoi del potere, non sta semplicemente sanzionando alcuni giornalisti ritenuti “scomodi”. Sta ridefinendo i confini e le regole stesse della democrazia liberale. E la recente decisione trumpiana di bandire emittenti e testate come Cnn, Ms Now e Politico dall'accesso alla Casa Bianca, perché accusate di diffondere «fiction e menzogne», cozza con uno dei pilastri su cui poggia l’architettura democratica della nazione, ossia il Primo Emendamento della Costituzione, in base al quale «il Congresso non potrà fare alcuna legge per limitare la libertà di parola o di stampa».
Uno scudo contro discriminazioni ideologiche e censure preventive, una norma di civiltà i cui principi riecheggiano in altre Carte fondanti, dalla storica e quasi coeva Dichiarazione francese del 1789, all’articolo 21 della Costituzione italiana del 1948 («La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure») o all'articolo 5 della Grundgesetz tedesca. Ciò perché in tutte le democrazie mature la libertà di stampa non è un privilegio accessorio, concesso benevolmente dal potere esecutivo, ma un diritto inalienabile. E proprio i padri costituenti americani, con ammirevole lungimiranza, nel 1791 compresero come un’informazione libera potesse fare da antidoto a future derive tiranniche: Thomas Jefferson arrivò a dichiarare che, se avesse dovuto decidere se «avere un governo senza giornali o giornali senza un governo», non avrebbe esitato un attimo a preferire la seconda opzione. Da quel momento in poi, seppur con alti e bassi, la stampa americana si è mossa in un solco preciso: quello di servire i governati e non i governanti.
Una prassi che adesso l’altolà di Trump mette in discussione. E chi cataloga la questione come una schermaglia retorica fra un leader politico e alcuni media scettici rispetto alla sua linea, forse la sottovaluta. Peraltro, non è il primo atto ostile di “The Donald” verso i media. Chi ha memoria ricorda quando, durante il suo primo mandato, apostrofò la stampa che lo avversava come «nemica del popolo». Ora, in questo secondo mandato, lo scontro si è inasprito: dalle pressioni sui palinsesti tv attuate dalla Federal Communications Commission (l'agenzia governativa che vigila sulle comunicazioni) fino all'esclusione dell'Associated Press dall'Air Force One per non aver accettato di rinominare il Golfo del Messico in "Golfo dell'America". Affondi che hanno fatto evocare agli analisti di Just Security lo spettro di «uno sforzo di massa per sventrare la stampa libera al fine di costruire un ecosistema informativo dominato e controllato solo da chi sposa le vedute del presidente». Certo, se negli Usa c'è chi piange, nel resto del mondo non si ride. Nelle democrazie occidentali, le frizioni fra stampa libera e governi di turno sono all’ordine del giorno. Per non parlare delle democrature e autocrazie, dove la coartazione dei media non è una minaccia strisciante, ma una realtà permanente, come la Russia di Vladimir Putin, la Bielorussia di Alexander Lukashenko, la Cina di Xi Jinping e la Corea del Nord di Kim Jong-un. Ma quelle nazioni non sono gli Usa, non hanno lo scudo del Primo emendamento, che ha favorito e difeso il sorgere del giornalismo “watch dog”. Grazie a quello scudo, ogni qual volta la Casa Bianca ha provato a piegare alcuni media, il tentativo si è trasformato in un boomerang. Basti pensare alla parabola di Richard Nixon, segnata negli anni Settanta del secolo scorso dallo scandalo del Watergate, portato alla luce dai reporter Woodward e Bernstein e da un direttore con la schiena dritta come Ben Bradlee, e ancor prima dal caso dei Pentagon papers, in cui la Corte Suprema diede torto all'esecutivo, ribadendo che «la stampa è stata protetta affinché potesse rivelare i segreti del governo e informare il popolo».
E veniamo ancora ai giorni nostri. Al momento, è in atto un muro contro muro: Trump difende la propria posizione con argomentazioni stiracchiate, sostenendo di non voler attaccare «la stampa libera ma le fake news, che sono una minaccia alla sicurezza nazionale»; mentre le testate “escluse” annunciano una causa all'amministrazione Usa per riottenere il pass d’ accesso, sostenute dal pool di tv che segue a rotazione il presidente (e di cui fanno parte colossi come Nbc, Abc, Cbs e Fox), sulla base di un altro emendamento, il Quinto, che fissa il principio del giusto processo e rifacendosi al precedente che nel 2018 riguardò il reporter Jim Acosta. E in attesa del giudizio, un giudice ha già dato parzialmente torto a Trump, imponendo di restituire temporaneamente gli accrediti ai 78 giornalisti lasciati fuori.
Conoscendo la testardaggine del tycoon, non è semplice pronosticare come proseguirà il confronto. Ma la battaglia merita di essere combattuta perché, per dirla con Stephen J. Adler, presidente del Reporters Committee for Freedom of the Press, «quando il diritto del pubblico a essere informato viene schiacciato, soffriamo tutti un danno irreparabile, così come la libertà su cui questa nazione è costruita». E, se c’è una cosa che la storia del Paese ci insegna è che in casi del genere a rimetterci sono quasi sempre i presidenti, con solidi precedenti (che in quel sistema giudiziario fanno da binario alle decisioni dei tribunali) come quello del 1977, quando nel processo “Sherrill versus Knight” si stabilì come la Casa Bianca non possa revocare arbitrariamente le credenziali a un cronista. Ciò perché la libertà di stampa non si difende proteggendo solo le opinioni gradite, ma garantendo il diritto di verificare e di documentare le notizie anche alle voci critiche. In un’epoca come la nostra, segnata non solo negli Usa da narrazioni costruite in house e da una netta polarizzazione politica, il controllo di chi opera nelle stanze del potere può evitare il proliferare sui media delle cosiddette echo chambers, quelle stucchevoli camere di risonanza già diffuse nei social network in cui ci si isola dal confronto esterno, amplificando solo le opinioni che confermano le proprie convinzioni, in una sorta di “autismo” politico pernicioso per qualsiasi società. «Laddove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa molto», ammoniva Walter Lippman, brillante giornalista e politologo newyorchese. Per tutte queste ragioni, siamo di fronte all’ennesimo test per lo stato di salute della grande nazione a stelle e strisce. E la posta in gioco non è certo un tesserino plastificato da appendere al collo. Perché, se stavolta il Primo Emendamento dovesse davvero cedere sotto i colpi dell'autoritarismo comunicativo trumpista, a scricchiolare non sarebbe solo il diritto all’informazione, ma lo spirito stesso su cui si fonda la democrazia americana.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






