Ocasio-Cortez e il “social freezing”: quando a essere congelata è la maternità. Ma che libertà è?
Crioconservare gli ovuli per procrastinare la scelta di diventare madre è davvero espressione di libertà femminile o è il nuovo imperativo del produrre a cui si assoggettano le donne?

Bisogna avere molto tempo a disposizione per guardare i lunghissimi video con i quali su Instagram Alexandria Ocasio-Cortez mette a parte il mondo intero della sua esperienza di congelamento degli ovuli. Minuto per minuto, la deputata democratica, musa del progressismo americano, ha pubblicato ogni fase del percorso, da quando i farmaci per la stimolazione ovarica arrivano a domicilio, a quando se li inietta nell’addome. Ore e ore di “stories”, in cui spiega che a 36 anni ha deciso di avere «un maggiore controllo» sulla propria vita, in un momento in cui non esclude una futura candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, e di voler contribuire a «normalizzare» il dibattito sul tema. Tradotto: non è il momento giusto di pensare ai figli, ma l’età avanza ed è meglio essere previdenti perché in futuro non si sa mai.
E dunque si riapre il dibattito, non solo negli Usa: il congelamento degli ovociti per scopi “sociali”, cioè per rimandare la scelta procreativa in un tempo futuro, si può definire una pratica di libertà e autodeterminazione femminile, come afferma sui social la deputata Ocasio-Cortez, che ha trasformato una faccenda privata in una questione politica? A prima vista, si sarebbe tentati di rispondere sì: divento mamma quando decido io, quando ho raggiunto stabilità sul lavoro o un certo livello di carriera, quando sarò pronta, senza soggiacere al ticchettìo implacabile dell’orologio biologico. Ma è davvero così? La verità è che il social freezing (molto diverso dal medical freezing , il congelamento dei gameti previsto dal nostro Sistema sanitario per preservare la fertilità delle donne giovani, perfino bambine, sottoposte a cure mediche invasive a causa di gravi malattie) semplicemente procrastina il tempo delle scelte fondamentali, rendendo le donne in un certo senso precarie della propria vita privata, e, quel che è peggio, offrendo la mela avvelenata di un’illusione, quella di una fecondità a disposizione in modo illimitato. Non è così, e i medici lo sanno bene. Se si immagina di usare il proprio “tesoretto” di gameti oltre i 40 anni, bisogna essere coscienti che esistono alte probabilità di insuccesso, o di complicazioni sanitarie, senza contare i rischi, ridotti ma pur sempre esistenti, della stimolazione ovarica necessaria per il prelievo.
Negli ultimi anni la pressione per la diffusione del social freezing si è fatta insistente. Negli Stati Uniti molte aziende lo offrono come benefit alle dipendenti nelle polizze sanitarie. In Italia si ricorda l’analoga iniziativa del gruppo di moda Otb di Vicenza. Sul fronte pubblico, in Francia è gratuito, cioè a spese dello Stato, per le donne tra i 29 e i 37 anni, come (discutibile) strategia per contrastare il calo delle nascite. In Italia esistono alcune proposte di legge – ricordiamo quelle del M5s, di Italia Viva e del Pd – perché a certe condizioni rientri nelle prestazioni offerte del Servizio sanitario nazionale e nel frattempo la Regione Puglia e la Regione Toscana hanno messo in campo diverse opzioni di rimborso. Per ora quindi alla domanda crescente di congelamento degli ovociti come “atto previdenziale” rispetto a situazioni di carriera instabile o al contrario in forte ascesa, o di mancanza del partner giusto, o ancora, alla convinzione di «non essere ancora pronta» o che non sia «il momento giusto», rispondono i centri privati di procreazione assistita, con parcelle non indifferenti.
Ma congelare la fertilità e di conseguenza una possibile gravidanza in attesa di «tempi migliori» non equivale forse a sottostare a una logica – molto maschile, molto poco femminista - in cui quel che conta è lavorare, guadagnare, scalare le vette della professione finché si è giovani e produttivi e in cui una maternità è un ostacolo, una pietra d’inciampo? Uno Stato o un’azienda che “finanzia” - e dunque indirettamente incoraggia - il rinvio della scelta procreativa, come chiedono in molti anche in Italia, non rende le donne più schiave anziché più libere e non esprime una certa “antipatia” nei confronti delle mamme? Perché una donna giovane deve sentire come difficile, o pregiudizievole, mettere al mondo un figlio mentre studia o costruisce una carriera, se non perché non c'è niente intorno a lei che le dimostri il contrario, che la sostenga e le dia la tranquillità di non perdersi niente anzi di avere una forza in più? La vera libertà, piuttosto, è quella di diventare genitori seguendo i tempi biologici, che quasi sempre coincidono con quelli del desiderio e delle aspettative delle coppie, e non solo quando, magari a 40 anni la situazione lavorativa o i condizionamenti sociali (la casa grande, l’auto nuova, i viaggi fatti… ) sembrano aver consolidato una situazione di vita e fatto spazio per un bambino.
Più che auspicare il social freezing gratis per tutte, non sarebbe meglio reclamare più rispetto per le donne e i tempi naturali della loro fecondità, più considerazione sociale per la genitorialità, e naturalmente - imprescindibile! - più misure di contrasto al precariato (vera piaga delle giovani coppie) e per la conciliazione famiglia-lavoro? E nemmeno può valere l’idea che il congelamento degli ovociti possa essere una strategia affidabile contro il declino demografico, perché gli esiti sono molto modesti rispetto alle aspettative. Rinviare, affidare la propria chance di essere madre a un congelatore, spesso fallire… Una nuova sottomissione a logiche spesso estranee alla propria vita ma che la condizionano. E la chiamano libertà.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





