Il ritiro dall'Iraq e la lezione che la politica non ha imparato

di Luca Geronico
Da Nassiriya alla lotta al Califfato, l’uscita dal Paese riapre gli interrogativi sull’efficacia dell’intervento occidentale e sulla strategia europea
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October 1, 2026
Il ritiro dall'Iraq e la lezione che la politica non ha imparato
Un agente di polizia iracheno monta la guardia durante le celebrazioni per il ritiro completo delle truppe statunitensi dall'Iraq, a Baghdad, dopo quasi 23 anni/ ANSA
Una partenza in sordina quella dei militari italiani dall’Iraq, in scia agli statunitensi. Un ultimo atto del disimpegno occidentale in due tempi, 23 anni dopo l’operazione Iraqi freedom lanciata da George W. Bush con la giustificazione di impedire all’Iraq la costruzione di armi di distruzione di massa. L’obiettivo in realtà era di deporre Saddam Hussein per costruire un nuovo ordine mondiale, liquidando i cosiddetti “Stati canaglia” considerati responsabili dell’11 settembre 2001. L’Iraq dunque, dopo l’Afghanistan, per un nuovo ordine mondiale.
Appena terminata la Seconda guerra del Golfo le fanfare della propaganda, per bocca del primo governatore plenipotenziario americano Jay Garner, promettevano infatti di fare dell’Iraq – esportata la democrazia – il “gioiello” del Medio Oriente. Finita l’invasione, a cui non partecipammo, fu l’obiettivo della ricostruzione della società irachena a portare i soldati italiani in Iraq con l’operazione Antica Babilonia. L’obiettivo era di avere un ruolo attivo nella transizione irachena e dividendi politici, portando i nostri militari a Nassiriya dove Barbara Contini, per qualche mese, fu la amministratrice civile della provincia di Dhi Qar. Una operazione di “peace building”, a contatto con la popolazione civile con un intento dichiaratamente umanitario, sia pure con il compito di garantire l’ordine pubblico. L’autobomba che colpì all’improvviso gli uomini nella base Maestrale a Nassiriya la mattina del 12 novembre 2003 fu la dura rivelazione di quanto feroce stesse diventando l’interminabile dopoguerra iracheno. Le 19 vittime italiane – 12 carabinieri, 5 militari 3 due civili italiani – furono il prezzo altissimo pagato nel più grave attacco contro militari italiani dalla fine della Seconda guerra mondiale: un trauma per l’opinione pubblica, ma anche la percezione dell’inizio della guerra al terrorismo prima contro al-Qaeda e poi contro il Daesh. 
Dopo Nassiriya siamo di fatto quasi sempre rimasti in Iraq: fino al 2006 con Antica Babilonia e poi, passate le consegne del governatorato, come parte del contingente Nato impegnato nell’addestramento delle forze di sicurezza irachene fino al 2011. Il presidente Barack Obama, sconfitta al-Qaeda, dichiarò un “mission accomplished” felice di aver realizzato il ritiro da lui promesso, ma consegnando le chiavi della sicurezza al governo iracheno in un Paese completamente instabile. Tre anni dopo fu l’orrore del Califfato islamico, capace di spadroneggiare fra Iraq e Siria, a riportate d’urgenza una coalizione internazionale in Iraq sotto la guida statunitense all’interno della Nato: il contributo italiano comprendeva l’addestramento delle forze armate e della polizia irachene, oltre ai peshmerga del Kurdistan con Erbil, il presidio alla diga di Mosul, e Baghdad principali centri di attività. Un compito di fiancheggiamento tecnico e defilato mentre gli statunitensi, secondo divere stime, dopo il 2003 hanno lasciato sul terreno iracheno circa 4.500 vittime. Ma il nodo irrisolto, in 20 anni e più, resta lo stesso: una presenza straniera, anche se meno ostile di altre, può davvero ricostruire un Paese? Il nuovo premier iracheno Ali al-Zaidi, insediato nel maggio 2026 dopo estenuanti trattative, ha promesso lealtà e contratti petroliferi alla Casa Bianca, ma l’influenza di Teheran in Iraq è sempre più ingombrante mentre la promessa integrazione nell’esercito delle milizie sciite è ora slittato a metà 2027. Dopo 20 anni di nostro addestramento, l’esercito iracheno non è ancora formato. E il nostro disimpegno così in sordina assomiglia a un fallimento di tutta la politica occidentale: giusto per l’Italia schierarsi per dovere di lealtà politica. Ma accettare passivamente obiettivi politici e strategie calate da Washington è una prova di incapacità, italiana ed europea, di una visione politica autonoma e autorevole per il Medio Oriente.

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