
Cresce ancora la propensione al dono degli italiani e più ancora la disponibilità a impegnarsi nel volontariato. In particolare, da parte dei giovani. I dati della nona edizione del Rapporto “Noi doniamo” dell’Istituto italiano del dono testimoniano infatti una leggera crescita della generosità: sale dall’11,6% all’11,9% la quota dei residenti di oltre 14 anni che dichiarano di aver versato denaro a un’associazione e soprattutto aumentano dall’8,4 al 9,2% le persone che svolgono attività gratuite in associazioni di volontariato. Percentuale che arriva fino al 23,8 tra i 14 e i 34 anni e all’11,4% tra i 65-74enni a testimoniare il fondamentale impegno di tanti pensionati o “giovani anziani”. Positivo anche il bilancio delle donazioni biologiche: 1,6 milioni di donatori hanno assicurato 3 milioni di sacche di sangue e 920mila chili di plasma. In crescita anche sia le donazioni di tessuti e midollo osseo, sia i trapianti che nel 2025 hanno raggiunto il record con 4.678 interventi.

Quest’anno, però, il rapporto – sostenuto da Bper come le iniziative della Giornata nazionale del dono che si svolgeranno in Liguria – indaga in particolare il rapporto tra individuo e territori in rapporto alle donazioni. Mettendo in rilievo come a influenzare la propensione al dono sia anche la composizione del capitale sociale dei territori e la fiducia interpersonale. La relazione più forte - dei quattro aspetti indagati: reddito disponibile, istruzione, fiducia interpersonale e diseguaglianza - resta quella tra livello economico e donazione monetaria. Nelle regioni con maggiori risorse economiche – oltre alle province di Bolzano e Trento, Regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Valle d’Aosta - la quota di persone che dona denaro tende a essere sensibilmente più elevata. Anche il volontariato (dove spicca il Veneto) è positivamente associato al reddito, seppure con minore intensità. Al crescere del livello di istruzione, poi, sale la disponibilità alle donazioni e, con meno intensità, il volontariato diffuso anche nelle classi di istruzione inferiore. Interessante, però, notare come all’aumentare della disuguaglianza (misurata attraverso l’indice di Gini) tendono a diminuire sia le donazioni in denaro sia l’impegno nel volontariato. Segno, probabilmente, che il “malessere” dell’elevata disparità nella distribuzione delle risorse influenza negativamente anche altri aspetti della vita sociale. Significativo, in questo senso, è il ruolo giocato dalla fiducia interpersonale, che risulta positivamente associata a entrambe le forme di partecipazione attiva. Più c’è fiducia negli altri – l’Istat la misura chiedendo alle persone se ritengano che gran parte della gente sia degna di fiducia – più cresce la propensione al dono e all’impegno.
Non si tratta di rapporti di causa-effetto, mettono le mani avanti i ricercatori, ma le correlazioni dicono comunque qualcosa di significativo riguardo all’importanza di capitale sociale e qualità delle relazioni nel complesso del benessere di una comunità. I dati, si sottolinea nel rapporto dell’Istituto del dono, suggeriscono quindi che «non conti soltanto quante risorse siano disponibili in un territorio, ma anche quanto siano distribuite in modo equilibrato. Il fatto che questa relazione riguardi anche il volontariato – e quindi il dono di tempo, non direttamente di denaro – apre a una lettura più ampia, che chiama in causa dimensioni di coesione sociale e opportunità di partecipazione». Tanto che, aggiunge la direttrice dell’Istituto del dono, Cinzia Di Stasio, «se il dono incorpora dimensioni economiche, sociali, culturali e relazionali, osservare come si dona può aiutarci a comprendere meglio le caratteristiche di una comunità. È questo il cambio di prospettiva che proponiamo: non soltanto leggere il dono attraverso i territori, ma leggere i territori attraverso il dono».
«Il dono, infatti, è un gesto individuale che non nasce mai nel vuoto. Si alimenta delle relazioni, della fiducia, delle opportunità di partecipazione e delle condizioni sociali presenti nelle comunità in cui viviamo. Non conta soltanto quante risorse una comunità possiede, ma anche quanto le persone possono davvero sentirsi parte della vita collettiva e contribuire al bene comune», conclude Marco Rasconi, presidente dell’Istituto del dono.
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