
Caro direttore,
l’articolo di Mauro Magatti (Il duro colpo dell’abbandono, Avvenire , 13 settembre) mette a fuoco qualcosa che molti di noi percepiscono ma fatichiamo a nominare: la crisi che attraversiamo non è solo economica o politica, è una crisi di legami. Una libertà che ha smesso di riconoscere la propria natura relazionale, scrive Magatti, non è più libertà: è abbandono. E l’abbandono, prima o poi, presenta il conto. Condivido questa diagnosi. Vorrei però allargare lo sguardo, per capire come ci siamo arrivati – e soprattutto cosa possiamo fare, oggi, per non limitarci a subirne le conseguenze. La promessa della modernità. Nelle democrazie occidentali, la modernità è nata come una grande promessa di emancipazione. Liberare l’individuo dai vincoli di sangue, di censo, di tradizione: non essere più figli di un destino ereditato, ma persone capaci di scegliere la propria vita. Per le donne, in particolare, questo ha significato la possibilità – mai scontata, e non ancora acquisita ovunque nel mondo – di uscire da ruoli imposti dalla nascita e di affermarsi come soggetti autonomi, non più definiti solo in relazione a un padre o a un marito. È stata una conquista immensa, che ha reso possibili i diritti, la mobilità sociale, l’autodeterminazione che oggi diamo per scontati. Ma Norberto Bobbio, uno dei più grandi pensatori italiani della democrazia, ci ha lasciato un avvertimento che vale la pena riprendere: la democrazia non è solo la rivendicazione di diritti individuali, è anche – e soprattutto – un metodo per decidere insieme il futuro di una comunità. E questo metodo presuppone cittadini capaci di responsabilità, non solo di rivendicazione. Libertà e responsabilità, per Bobbio, non sono in tensione: sono le due facce della stessa medaglia. Una democrazia fatta di individui che rivendicano diritti ma non si assumono la responsabilità delle scelte collettive è una democrazia zoppa.
l’articolo di Mauro Magatti (Il duro colpo dell’abbandono, Avvenire , 13 settembre) mette a fuoco qualcosa che molti di noi percepiscono ma fatichiamo a nominare: la crisi che attraversiamo non è solo economica o politica, è una crisi di legami. Una libertà che ha smesso di riconoscere la propria natura relazionale, scrive Magatti, non è più libertà: è abbandono. E l’abbandono, prima o poi, presenta il conto. Condivido questa diagnosi. Vorrei però allargare lo sguardo, per capire come ci siamo arrivati – e soprattutto cosa possiamo fare, oggi, per non limitarci a subirne le conseguenze. La promessa della modernità. Nelle democrazie occidentali, la modernità è nata come una grande promessa di emancipazione. Liberare l’individuo dai vincoli di sangue, di censo, di tradizione: non essere più figli di un destino ereditato, ma persone capaci di scegliere la propria vita. Per le donne, in particolare, questo ha significato la possibilità – mai scontata, e non ancora acquisita ovunque nel mondo – di uscire da ruoli imposti dalla nascita e di affermarsi come soggetti autonomi, non più definiti solo in relazione a un padre o a un marito. È stata una conquista immensa, che ha reso possibili i diritti, la mobilità sociale, l’autodeterminazione che oggi diamo per scontati. Ma Norberto Bobbio, uno dei più grandi pensatori italiani della democrazia, ci ha lasciato un avvertimento che vale la pena riprendere: la democrazia non è solo la rivendicazione di diritti individuali, è anche – e soprattutto – un metodo per decidere insieme il futuro di una comunità. E questo metodo presuppone cittadini capaci di responsabilità, non solo di rivendicazione. Libertà e responsabilità, per Bobbio, non sono in tensione: sono le due facce della stessa medaglia. Una democrazia fatta di individui che rivendicano diritti ma non si assumono la responsabilità delle scelte collettive è una democrazia zoppa.
È qui che qualcosa si è inceppato. Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto la nostra epoca come “modernità liquida”: un tempo in cui i legami – di lavoro, di comunità, persino affettivi – si sono fatti sempre più leggeri, sempre più facili da sciogliere. L’emancipazione, portata alle sue estreme conseguenze, si è trasformata in sradicamento. Abbiamo guadagnato mobilità e abbiamo perso appartenenza. Abbiamo guadagnato scelta e abbiamo perso la trama che rendeva quella scelta sensata. Il nodo di oggi. Il punto di rottura, credo, sia proprio questo: una libertà che si è concentrata tutta sul poter scegliere ha smesso di interrogarsi su verso dove orientare le scelte, soprattutto quelle collettive. Abbiamo eroso i vincoli – bene, era necessario – ma non abbiamo costruito nulla al loro posto capace di orientare la nostra libertà verso un futuro condiviso. La libertà individuale, per essere piena, deve coniugarsi con la responsabilità della scelta collettiva su come orientare la trasformazione che stiamo vivendo – economica, tecnologica, sociale. Non è un ritorno al passato, non è il rimpianto dei vincoli comunitari che imprigionavano. È un passo avanti: una libertà “matura” che si assume il compito di decidere, insieme, la direzione da prendere. Alla politica, in questo senso, spetta un compito che nessun mercato e nessuna tecnologia può sostituire: orientare lo sviluppo, non subirlo.
Cosa possiamo fare, allora. La domanda che dovremmo porci non è “chi ci salverà da questa crisi”, ma “chi tesse, oggi, i legami che si sono spezzati”. È una domanda che riguarda tutti noi, non solo le classi dirigenti che Magatti giustamente critica. Da anni lavoro sulla formazione di “tessitori di comunità”: persone capaci di ricostruire relazioni nei luoghi dove vivono e lavorano – nei quartieri, nelle scuole, nelle imprese, nelle associazioni. Non per nostalgia di un passato idealizzato, ma perché tessere legami è una competenza che va appresa e coltivata, oggi più che mai. È un lavoro paziente, spesso invisibile, ma è esattamente il tipo di risposta che la diagnosi di Magatti ci chiede: ricostruire le condizioni – economiche, culturali, relazionali – che rendono la libertà desiderabile e la democrazia possibile. La sfida della nostra epoca non è scegliere tra libertà e comunità. È capire che non può esistere una libertà piena senza la responsabilità di scegliere, insieme, il mondo che vogliamo costruire. Questo compito non spetta soltanto a chi governa. Spetta a ciascuno di noi, ogni giorno, nel modo in cui scegliamo di abitare i luoghi e le relazioni della nostra vita.
Università degli Studi di Padova Direttore del Master in Manager dello Sviluppo Locale sostenibile
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