L'assurda vicenda di Douglas Stewart Carter, nel braccio della morte per 41 anni. Ora è libero
L'uomo, un afroamericano, è stato condannato alla pena capitale nel 1985 per l'omicidio di una donna sulla base di una confessione estorta e testimonianze false. È stato prosciolto dopo un test del Dna. A 71 anni ha passato oltre metà della sua vita dietro le sbarre in un carcere dello Utah

Quarantun anni nel braccio della morte, scarcerato per via di un test del Dna. È la storia allucinante di Douglas Stewart Carter, un afroamericano di 71 anni che ha passato oltre della metà della sua vita dietro le sbarre in un carcere dello Utah per una vicenda che non è un semplice errore giudiziario, ma frutto di quella che appare un’azione deliberata degli inquirenti e della polizia di allora.
Carter fu condannato a morte su base puramente indiziale nel 1985 con l’accusa di aver ucciso il 27 febbraio di quell’anno, una donna, Eva Olesen, peraltro zia dell’allora capo della polizia locale. Durante il processo non fu prodotta alcuna prova fisica, la condanna si basò solo su due testimonianze e sulla confessione dello stesso Carter. Una confessione poi rivelatasi estorta: Carter ha riferito di esser stato minacciato durante un interrogatorio e di esser stato costretto a firmare una confessione falsa.
Quella che segue è una lunga serie di ricorsi, che hanno rinviato l’esecuzione fino a oggi. Nel 1992 una corte dello Utah, in un nuovo processo, conferma la pena di morte a carico di Carter, respingendo poi ulteriori appelli del condannato. La svolta avviene nel 2011: i due testimoni cruciali per la condanna, rintracciati in Messico, ritrattano la testimonianza, affermando di aver ricevuto soldi, regali e istruzioni dalla polizia per affermazioni a carico di Carter. Peggio, hanno affermato di esser stati minacciati dalla polizia e dai procuratori che sarebbero stati espulsi dagli Usa se non avessero testimoniato contro l’imputato.
È a quel punto che i magistrati cominciano a capire che qualcosa non torna. Nel 2025 la Corte suprema dello Utah ordina un nuovo processo parlando di «numerose istanze di mala condotta volontaria» da parte della polizia e dell’accusa. Finalmente viene disposta un’analisi del Dna, i cui risultati sono arrivati la scorsa settimana. Il responso è netto: nessuna corrispondenza con il sangue trovato su una maniglia della scena del crimine e altro materiale genetico reperito sul coltello usato per uccidere Olesen.
I sospetti si volgono sul marito della donna, morto nel 2009. Alcuni testimoni riferirono di aver visto un uomo bianco fuggire dall’area del crimine. Un procuratore stava per arrestarlo ma un tenente della polizia chiese di non farlo per poter proseguire le indagini. Poco dopo arrivò l’arresto di Carter.
Il calvario giudiziario per l’uomo non è finito. Carter è stato scarcerato solo su cauzione, il figlio Tyler Anger lo è andato a prendere. Starà in un albergo con l’obbligo di portare un braccialetto elettronico. Dovrà subire un nuovo processo nel 2027 anche se l’accusa ha annunciato che non tornerà a chiedere la pena di morte. L’esito non è scontato. Il giudice Derek Pullan, che ha ordinato la scarcerazione, afferma che l’esame del Dna rimette in questione il caso contro Carter, aggiungendo però che la giuria potrebbe ugualmente «concludere che è colpevole». C’è la pressione della famiglia della vittima, indignata per la scarcerazione, mentre il procuratore della contea Erwin Petilos afferma che «lo Stato dello Utah continua a esaminare le altre prove».
Oggi, intanto, sarà messa a morte Christa Pike nel Tennessee, la prima donna mandata dal boia in 200 anni in questo Stato. Pike fu condanna nel 1996, a soli diciotto anni, per l’omicidio di un’altra studentessa all’università. «Qualunque cosa accada il 30 settembre - ha detto al New York Times – questo non sarà più il mio inferno».
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