Con un colpo di spugna sui massacri Trump ha cancellato le sanzioni all’Eritrea
L’obiettivo Usa è ristabilire normali relazioni diplomatiche e sdoganare il vecchio dittatore Isaias Afewerki in virtù della nuova centralità

Con un colpo di spugna sui massacri e gli stupri commessi dai militari eritrei in Tigrai, l’Amministrazione Trump, il 18 settembre, ha cancellato le sanzioni americane comminate nel 2021 da Joe Biden al partito unico e al governo asmarino. L’obiettivo è ristabilire normali relazioni diplomatiche e sdoganare il vecchio dittatore Isaias Afewerki in virtù della nuova centralità strategica eritrea sul Mar Rosso e magari arruolarlo per contrastare gli Houthi, milizie che operano sulle coste che stanno di fronte a quelle dell’ex colonia italiana. Coste distanti in alcuni punti poche decine di chilometri dalle zone controllate dagli Houthi. I ribelli yemeniti hanno appena conquistato l’isola di Perim, che separa il Mar Rosso dallo Stretto di Bab al-Mandeb, la porta delle lacrime sempre più determinante per il passaggio delle petroliere. E il porto eritreo di Assab dista solo 50 km da Bab al-Mandeb e 80 dall’isola. Finora, nonostante l'Eritrea ospiti sul suo territorio basi di avversari del gruppo filo iraniano (come Israele) e sia alleato dei sauditi, il regime ha evitato di farsi trascinare direttamente nel conflitto yemenita preferendo inviare come in passato mercenari.
Ma Trump, al quale i governi autoritari non dispiacciono affatto, punta a togliere l’etichetta di Stato paria a quella che viene definita da organismi e osservatori internazionali “la Corea del nord africana” per le durissime restrizioni alle libertà civili. Cinque anni fa l'odiata (da Trump e Afewerki) amministrazione Biden impose sanzioni economiche unilaterali contro le Forze di difesa eritree, il partito unico al governo, la compagnia commerciale di stato e quella mineraria per le atrocità commesse nella regione etiope. La soldataglia eritrea stuprò decine di migliaia di donne tigrine con intenti genocidari, secondo diversi report, massacrò in massa civili inermi come nella città santa ortodossa di Axum e saccheggiò scuole e ospedali distruggendone gran parte. Infelice e forse non casuale anche la scelta trumpiana della data di cancellazione delle sanzioni, concomitante con l’inizio 25 anni fa del regime di stampo maoista che ha trasformato il piccolo Paese africano in uno Stato caserma, causando un esodo biblico del popolo in tutti gli angoli della Terra. Il 18 settembre 2001 Afewerki fece arrestare 12 giornalisti e scrittori colpevoli di aver chiesto con una lettera aperta l’applicazione della costituzione e si terminare lo stato di emergenza proclamato durante il conflitto con l’Etiopia (guidata dai tigrini del Tplf contro cui Afewerki si vendicherà ferocemente nel 2020) del 1998-2000. Da allora sono scomparsi nelle galere dello Stato caserma dove dai 17 ai 55 anni un cittadino svolge la leva obbligatoria e dove non esiste alcuna iniziativa privata. Quel “martedì nero” dell’Eritrea vennero chiusi tutti i media indipendenti e finirono la libertà e la speranza generata dall’indipendenza dall’Etiopia votata nel 1991 e il Paese entrò in un tunnel da cui non è ancora uscito.
In questi giorni la società civile internazionale ha organizzato diversi eventi per evitare di cancellare la memoria. Mentre in tutto il mondo - in Italia a Bologna con il figlio di Dawit Isaak, uno degli arrestati più famosi - l’opposizione in esilio ricordava i 12 arrestati, il Cpj, comitato internazionale per la protezione dei giornalisti, ha assegnato loro il premio per la libertà di informazione. Sono diventati i giornalisti detenuti da più lungo tempo al mondo, le famiglie non possono comunicare con loro e non hanno notizie. Una lettera appello ad Afewerki è stata consegnata da Pen international chiedendogli di fornire una prova verificata dell’esistenza in vita dei 12 scrittori e giornalisti eritrei e di porre fine a 25 anni di silenzio e sparizioni forzate. Tra i firmatari figurano i premi Nobel per la Letteratura Olga Tokarczuk e J.M. Coetzee, Isabel Allende, Anthony Doerr, vincitore del Premio Pulitzer e l’irlandese Colm Tóibín. Una fiammella che il giornalismo libero non vuole spegnere.
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