A Gibuti 3mila profughi yemeniti. «Sarà lotta per le risorse»
Nei prossimi mesi sono previsti migliaia di sbarchi nel piccolissimo Stato. L'esperto: «A pagarne le conseguenze saranno soprattutto gli immigrati somali ed etiopi»

Un fazzoletto di terra grande quanto la Lombardia rischia il collasso dopo che l’offensiva degli Houthi a Bab al-Mandeb ha costretto migliaia di yemeniti a tentare la traversata del Mar Rosso. Nelle ultime due settimane, a Gibuti sono arrivate più di 3mila persone. Secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), il 60% dei nuovi sfollati sono donne, bambini e anziani. L’UNHCR ha anche dichiarato che, dopo la metà di ottobre, le condizioni del mare dovrebbero migliorare e questo potrebbe favorire nuovi sbarchi: nei prossimi mesi, gli arrivi previsti sono 10mila. Il Paese, affacciato sul Golfo di Aden e incastonato fra Eritrea, Etiopia e Somalia, è abituato ad accogliere profughi, ma questa nuova ondata migratoria potrebbe scombussolare i già delicati equilibri esistenti. «In Gibuti c’è una comunità yemenita ben radicata nel tessuto sociale e commerciale», spiega ad Avvenire Corrado Čok, analista della Med-Or Italian Foundation. «Chi arriva dallo Yemen ottiene con maggiore facilità lo status di rifugiato rispetto agli etiopi e ai somali, che invece finiscono molto spesso a vivere per strada o nelle bidonville»: sono proprio queste due nazionalità, sottolinea, ad essere tra le più minacciate dalla guerra in corso. Le risorse a loro disposizione, che in un Paese arido come il Gibuti sono già scarsissime, potrebbero diminuire ulteriormente. I profughi yemeniti, invece, sembrano per il momento avere una comunità a cui appoggiarsi. Ma se, come si prospetta, i numeri dovessero continuare a crescere, la situazione potrebbe presto precipitare anche per loro».
Non è la prima volta che Bab al-Mandeb è teatro di rotte migratorie. Nei secoli scorsi, da quel braccio di mare venivano trasportati gli schiavi africani verso i Paesi del Golfo. Negli ultimi anni, invece, centinaia di migliaia di etiopi e somali hanno attraversato lo stretto a bordo di imbarcazioni di fortuna. Partiti dalle coste di Gibuti con il sogno di farsi una nuova vita in Arabia Saudita, la maggior parte di loro sono rimasti bloccati in Yemen per poi cadere nelle mani dei trafficanti. Questo vale per coloro che sono riusciti a raggiungere la riva: secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, lo stretto è oggi uno dei più letali al mondo. Così letale da chiamarsi, per l’appunto, Bab al-Mandeb. In arabo, “porta delle lacrime”. Con l’avanzata degli Houthi in Yemen, molti dei rifugiati originari del Corno d’Africa stanno cercando di rientrare in patria perché terrorizzati dal razzismo della milizia filoiraniana e dalle sue vendette trasversali dopo la riconquista di Mokha. Ma i loro Paesi d’origine non hanno molto da offrire, sono instabili e ora attendono anche di capire cosa ne sarà delle rotte di Bab al-Mandeb: rotte cruciali soprattutto per l’Etiopia, che non ha uno sbocco sul mare e che fa affidamento totale sul porto di Gibuti. Ma non sono solo le incertezze economiche a rendere accidentata la strada del ritorno: «Il viaggio è molto pericoloso, sia la traversata in mare che il tragitto per rientrare in Etiopia, con 900 persone morte lo scorso anno lungo l'intera rotta. Il nord del Gibuti è un deserto, serve tanta acqua e il percorso è segnato da rocce impervie difficili da superare», conclude Čok.
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