"Combat proven". L'etichetta che certifica le armi (e trasforma la guerra in laboratorio)
Le nuove tecnologie militari vengono «testate in combattimento»: così i conflitti diventano ecosistema dell’innovazione. E si attiva il meccanismo del "vendor lock-in"

«Biologico», «gluten free», «fair trade», «da agricoltura sostenibile». Non sono semplici etichette che descrivono le caratteristiche di un prodotto, ma formule che producono fiducia. Servono a rassicurare il consumatore rispetto a qualità che non può verificare direttamente. Sono certificazioni reputazionali dentro mercati dominati dall’asimmetria informativa. Anche il mercato delle armi ha il suo segnale reputazionale: combat proven , testato in combattimento. È una formula che compare sempre più spesso nei cataloghi delle aziende della tecno-difesa e nelle presentazioni agli investitori. Droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme di intelligence, software di targeting. Il fatto di essere stati affinati e impiegati in guerra e non soltanto sperimentati in laboratorio, può costituire per questi sistemi un considerevole valore aggiunto commerciale.
Non è un’evoluzione recente. Uno dei principali campi di prova è stato, negli anni scorsi, il teatro afghano. Lo racconta con precisione Max Chafkin nel suo The Contrarian (2021). Nel 2007, gli ingegneri di Palantir, la società fondata da Peter Thiel, si avvicinano al colonnello Harry Tunnell, comandante di una brigata che si sta addestrando in vista del dispiegamento in Iraq. Gli offrono il loro software gratuitamente, modificandolo per permettere ai soldati di accedervi offline, raccogliere dati durante le operazioni e caricarli online una volta tornati alla base. Ogni capopattuglia può così beneficiare dell’esperienza accumulata dagli altri, quasi in tempo reale. Per Palantir quell’adozione produce qualcosa che un normale processo di sviluppo difficilmente avrebbe potuto fornire: dati operativi, feedback degli utilizzatori e conoscenza delle condizioni concrete nelle quali il software doveva funzionare. Quella stessa esperienza diventa uno strumento di legittimazione e di vendita per i contratti successivi. Il generale Michael Flynn, allora capo dell’intelligence americana in Afghanistan, rimase così colpito dal sistema da chiedere formalmente al Pentagono di acquistare licenze Palantir per l’intera forza dispiegata. Il giudizio positivo di un utilizzatore militare sul campo forniva alla società una validazione che nessun test di laboratorio o presentazione commerciale avrebbe potuto sostituire.
Per i sistemi basati sull’Intelligenza artificiale questo processo è particolarmente importante, perché i dati raccolti sul campo possono contribuire all’addestramento e al perfezionamento dei modelli. Il teatro operativo diventa così un ambiente di apprendimento tecnologico. Lo spiega bene Michele Mezza in Guerre in codice (2025). «La guerra, nelle sue diramazioni civili, è ormai il laboratorio applicativo» delle nuove tecnologie. E questo laboratorio funziona sempre più secondo una inedita logica di scambio. In Ucraina, scrive Mezza, la società Swift Beat, guidata dall’ex Ceo di Google Eric Schmidt, fornisce alle forze di Kiev droni intelligenti a basso costo. «In cambio – continua Mezza – dall’alto dei suoi 50 miliardi di patrimonio personale, Smith non vuole essere pagato, chiede solo l’accesso a tutti i dati dei combattimenti in atto (…) essenziali per addestrare i nuovi robot che automatizzano le decisioni militari, in guerra, ma anche istituzionali nell’ambito civile». Il conflitto come moneta e la battaglia come sessione di addestramento.
Se nel capitalismo digitale il dato costituisce una risorsa economica fondamentale, nel settore della tecno-difesa anche il conflitto può diventare una fonte straordinariamente ricca di dati. Si sviluppa in questo modo, però, un’asimmetria preoccupante. Da una parte il conflitto genera informazioni che possono aumentare il valore privato della tecnologia impiegata, mentre gran parte dei costi necessari a produrle – la distruzione, il rischio, la sofferenza di uomini e donne in carne e ossa – ricade altrove, molto lontano dalle prestigiose sedi che ospitano certi consigli di amministrazione. Nei normali processi di ricerca e sviluppo, l’impresa sostiene almeno una parte dei costi della sperimentazione. Nel caso delle tecnologie combat proven , una quota dell’apprendimento viene invece generata dentro operazioni finanziate dallo Stato e condotte da apparati pubblici. C’è una seconda implicazione, forse ancora più inquietante. Quando acquistano algoritmi e piattaforme predittive le forze armate e l’intelligence non si stanno solo dotando di potenti strumenti di analisi. Stanno, al contempo, cedendo parte della propria autonomia operativa a soggetti privati dei cui prodotti possono diventare dipendenti. Una volta che sistemi di comando, le catene di intelligence e le procedure di targeting sono stati integrati in un’architettura proprietaria come quella di Palantir o di Maven Verse, non si può semplicemente cambiare fornitore come si cambierebbe il software della contabilità. Più un sistema viene integrato nelle procedure operative, nelle catene decisionali e nella formazione del personale, più aumenta il costo della sua sostituzione. Il fornitore privato diventa parte dell’architettura attraverso cui l’organizzazione funziona. Gli economisti definiscono questo meccanismo vendor lock-in . Nel campo della sicurezza, però, la dipendenza commerciale si trasforma anche in dipendenza operativa.
Qui la “monarchia della paura” mostra una delle sue forme più sofisticate. L’insicurezza smette di rappresentare soltanto una condizione politica o psicologica e diventa una infrastruttura produttiva. Alimenta la ricerca, i venture capital, l’innovazione dual-use e le quotazioni finanziarie delle imprese coinvolte. Il conflitto non è più soltanto un rischio da contenere ma un ambiente dal quale estrarre apprendimento tecnologico. Questo modifica silenziosamente gli incentivi. Governi, fondi di investimento, apparati di sicurezza, startup della difesa, piattaforme digitali imparano progressivamente a considerare l’emergenza permanente come il nuovo ecosistema dell’innovazione. E le democrazie finiscono così dentro un paradosso inquietante. Cercano sicurezza acquistando tecnologie considerate più affidabili perché “testate sul campo”, ma così facendo diventano dipendenti da apparati industriali la cui credibilità cresce con il perdurare dei conflitti. Così la guerra smette di apparire come una rottura dell’ordine civile e diventa parte del suo ordinario funzionamento.
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