Il Papa a Metz: «La guerra è tornata in Europa, una nuova inutile strage»
di Giacomo Gambassi, inviato a Metz
Leone XIV conclude il viaggio in Francia nella città della riconciliazione e di Schuman che sceglie per parlare al continente. Il monito contro l’«illusione del riarmo». Di fronte alla «portata storica» del fenomeno migratorio, l’invito al dialogo e all’incontro: «L’Europa abbatta i muri»

Si costruisce su tre parole il futuro dell’Europa: pace, dialogo, radici. Tre parole che Leone XIV affida al continente. E tre parole che oggi sono minacciate: la pace, dalla guerra che, dice il Papa, è tornata in Europa, dalle «relazioni tra le persone e tra gli Stati» che «si fanno sempre più barbare», dalla corsa agli armamenti; il dialogo, dalle chiusure che portano a rifiutare la mediazione ma anche che respingono popoli e culture diverse; le radici, da un’amnesia che vuole cancellare «il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo» con cui «comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una fonte viva di civilizzazione», spiega il Pontefice. La sua “cattedra” è – per un giorno – la città di Metz, nel nord della Francia, a cinquanta chilometri sia dalla Germania, sia dal Lussemburgo. La località che racconta una frontiera insanguinata da guerre, occupazioni, rancori e poi riconciliata dopo due secoli di conflitti. E la terra di Robert Schuman, il visionario cattolico prestato alla politica di cui è in corso la causa di beatificazione, che qui ha contributo a far nascere la nuova Europa dalle macerie della Seconda guerra mondiale con la creazione della Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, e che la storia annovera fra i padri fondatori della Ue.

Nel Palazzo dei congressi che porta il suo nome, il Papa entra a metà mattina. Il capoluogo della Mosella è l’ultima tappa del suo viaggio Oltralpe di quattro giorni. Tappa a sorpresa, scelta da Leone XIV per parlare a un continente in crisi. Spiega il presidente dell’episcopato francese, Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, che, quando era in corso la programmazione del viaggio, aveva proposto al Papa una sosta ad Ars, Lisieux, Lione o in Lorena che gli «avrebbe permesso di evocare la guerra e la pace, l’Europa e la riconciliazione». E Leone XIV gli aveva risposto: «Metz, per via dell’Europa». È il secondo Pontefice ad arrivare in città: lo aveva già fatto nel 1988 Giovanni Paolo II, sempre sui passi di Schuman. Accanto a sé, Prevost ha il presidente Emmanuel Macron che incontra di nuovo dopo la visita di venerdì all’Eliseo e che aveva invitato all’appuntamento i leader Ue e dei Paesi europei. All’appello hanno risposto appena in cinque: nessuno dei vertici dell’Unione. Per l’Italia presente Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio. In platea siedono anche alcuni presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa insieme con abati e badesse dei monasteri di confine per ricordare al continente le sue origini «profondamente intrise di cristianesimo», dice Aveline.
Leone XIV guarda oltre la sala che lo accoglie. E si rivolge a chi ha in mano le sorti dei popoli. Anzitutto, per farsi interprete del «profondo desiderio di pace» che sale dal basso. «Purtroppo oggi la guerra è riapparsa anche in Europa: una nuova “inutile strage” che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili», afferma richiamando l’espressione di Benedetto XV datata 1917 in piena Grande guerra. Poi il monito: «Bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo». Compreso quando l’incremento delle spese militari è presentato «da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui». Il Papa rigetta la logica della deterrenza e indica la rotta: «Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire». Il Pontefice cita Schuman per dire che è «un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi e dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che “ogni guerra diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”». Serve pazienza, suggerisce. E c’è bisogno di «mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace». Poi l’Europa è terra del «diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato» ma si fonda sull’osservanza degli impegni assunti. Ecco perché «diritto internazionale» e «multilateralismo» costituiscono «il miglior antidoto alla volontà di dominio che è all’origine di ogni conflitto», precisa il Papa. Soprattutto in un momento storico in cui «il valore della parola data è disprezzato» e «ci si vanta della menzogna e dell’inganno», l’Europa è tenuta a «porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare».

Rispetto che il Papa declina anche di fronte alla «portata storica» dell’«arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore». Un’onda migratoria che Leone XIV definisce «un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro». Perciò va imboccata la via del dialogo che, assicura il Papa, «è possibile» e che «potrà essere una base solida alle nostre società». Torna ancora Schuman come esempio di politico che «ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano». L’opposto di chi cavalca i nazionalismi. E il Pontefice tiene a far sapere che «accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie». I migranti minano l’identità? No, secondo Leone XIV. Perché «la civiltà europea è anche frutto di incontri secolari».

Una lezione spesso dimenticata che rimanda alle radici del continente. «L’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro», evidenzia. Ed è «così come la conosciamo» per l’apporto del Vangelo. Leone XIV cita il patrono d’Europa, san Benedetto, e il monachesimo che hanno influenzato «profondamente» molti ambiti. Si affida al pensiero di Schuman per ribadire che «il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini». Pone l’accento sulla «morale unitaria» indicata da Alcide De Gasperi, altro padre “cattolico” dell’Europa. Per questo va incoraggiato «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le Chiese, spiega riprendendo le parole del Trattato sul finanziamento Ue. Allora anche la laicità, cara ai vertici Ue, «presuppone una vera collaborazione tra le parti».
Progettare il futuro vuol dire, nell’ottica del Pontefice, anche scommettere sui giovani. «Abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace», è uno dei lasciti. Poi: «Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione. Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro». E ancora: «Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico». Con una consegna: «Siate costruttori di comunità».
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