Il centrosinistra è fermo al semaforo (eppure avrebbe buoni motivi per muoversi)
di Diego Motta
In questo strano avvio di campagna elettorale, l'agenda mediatica è saldamente in mano alla destra, da Vannacci a Meloni. Dopo la vittoria del "no" al referendum sulla giustizia, l'opposizione ha perso sei mesi di tempo e pare non avvertire l'urgenza di accelerare, in particolare sulle emergenze sociali

In una campagna elettorale all’insegna dell’inseguimento, c’è chi fa la lepre e chi sta fermo. Immobile. Come un semaforo, avrebbe detto Romano Prodi nella celebre imitazione di Corrado Guzzanti. È il centrosinistra, ancora una volta, a ricoprire questo ruolo, sia pur involontariamente. Per una coalizione che vuole candidarsi come alternativa di governo, non è certo un buon segno. A sei mesi dalla vittoria del “no” al referendum sulla giustizia, infatti, si può dire che è stato perso tanto tempo prezioso. Si fanno giri immensi su grandi temi, per tornare desolatamente allo stesso punto.
L’attuale fase storica richiederebbe vie alternative alla complessità di cui pure il vecchio Ulivo e l’Unione si fecero portavoce con grande impegno e solennità in altre stagioni, in modo spesso barocco (come dimenticare le 262 pagine del programma?). Sarebbe stato sufficiente individuare alcuni temi condivisi tra le diverse forze politiche per muovere sin da subito pedine essenziali per guidare il piano della comunicazione: il nodo del lavoro povero e dei giovani precari, ad esempio, la questione casa, la domanda crescente di una nuova sanità pubblica.
Argomenti che avrebbero consentito di sfruttare l’onda lunga della mobilitazione primaverile per garantirsi un posizionamento in vista delle Politiche. Invece, ci si è arenati quasi subito. Due sono stati i fattori di blocco permanente: le primarie e la politica estera. Chiamare o no il “popolo” del centrosinistra ai gazebo e nelle sezioni affinché indicasse il proprio leader è stato una specie di tormentone estivo, mentre la ripresa autunnale è stata segnata dal confronto sull’Ucraina e sulla Russia. Curiosamente, a mettere i paletti in entrambi i casi è stato non il Pd, partito accreditato dei maggiori consensi in questa area politica, ma il Movimento Cinque Stelle, indicato dai sondaggi come seconda forza. Interdizione dopo interdizione, veto dopo veto, nulla si è più mosso.
L’esito in termini di comunicazione politica è stato sconfortante per militanti ed elettori del centrosinistra: nessun tema imposto all’agenda di governo, tanto meno al Paese, una flebile mobilitazione collettiva, al netto delle singole feste di partito, poca capacità di entrare in sintonia con il “cittadino medio”, decisivo quando si andrà a votare. Eppure proprio il successo di marzo avrebbe dovuto far aprire gli occhi alla classe dirigente del centrosinistra sulla necessità di allargare il perimetro d’interesse per fidelizzare tanti, nuovi, potenziali elettori, scendendo magari a catturare consensi nel largo fiume carsico dell’astensione.
Se Elly Schlein ha dovuto rendersi conto che non è sufficiente (sebbene sia importante) «essere testardamente unitari» per risolvere i problemi, Giuseppe Conte dovrà convincersi prima o poi che personalismi e cavilli servono poco se non si è disposti a rinunciare a qualcosa in nome del bene comune di coalizione. Il tutto è avvenuto mentre la grancassa elettorale finiva nelle mani di un altro underdog di destra (estrema) come l’ex generale Roberto Vannacci e la sua inquietante formazione politica. L’altro enigma emerge qui e riguarda il governo Meloni, apparso così sfibrato una volta raggiunto il record di longevità, da affidarsi alle intemerate dello stesso Vannacci per rianimarsi e riprendere vitalità.
A che prezzo, però? Quello di spostarsi sempre di più su posizioni radicali ed estreme, irricevibili per una destra conservatrice europea e che poco si addicono a chi dovrebbe difendere quattro anni di Palazzo Chigi. L’inseguimento è rischioso e può trasformarsi in un corpo a corpo tra la stessa Meloni e Vannacci a colpi di propaganda su temi delicatissimi, quali il futuro dei bambini e delle nostre scuole, come si è visto. Per questo è auspicabile che il centrodestra si fermi, questa volta sì, in tempo. È dall’altra parte, invece, che occorrerebbe suonare la campanella, visto che siamo all’ultimo giro di pista e che la ricreazione è finita da tempo.
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