Il pastore e l’ex comandante dell’Ira. Amici a Derry per un ponte di pace
Al Free Derry Museum, davanti agli studenti italiani, il racconto di una riconciliazione possibile dopo anni di divisioni

A Derry le ceneri del passato continuano a riaffiorare nel presente e a interrogare una pace che prova a fare i conti con la memoria. Sono ancora visibili nei murales dei quartieri, nelle facciate dei palazzi che conservano le cicatrici dei “Troubles”, nelle fotografie delle lapidi che ancora oggi sembrano osservare chi attraversa questi luoghi. Sono soprattutto nei silenzi che separano una comunità dall’altra, gli stessi che per decenni hanno custodito dolore, rabbia e diffidenza. E quanto quella memoria sia ancora presente lo raccontano anche le tensioni riemerse in questi giorni a Portadown, dove la controversa marcia di Drumcree lungo Garvaghy Road ha riportato in primo piano una delle ferite più persistenti della storia nordirlandese. È in questo paesaggio carico di memoria, all’interno del Free Derry Museum, che il reverendo David Latimer ha incontrato un gruppo di allievi italiani delle scuole di studi superiori universitarie nell’ambito di un progetto sulla pace promosso dalla scuola “Giacomo Leopardi” dell’Università di Macerata. «Per un ministro presbiteriano ed ex cappellano dell’esercito britannico non è proprio il posto più ovvio in cui venire a raccontare la propria storia», precisa subito con una battuta. Il Free Derry Museum è infatti uno dei luoghi-simbolo della memoria del Bogside, della comunità cattolica e del movimento per i diritti civili che fu stroncato in un una domenica di gennaio del 1972, nella strage del “Bloody Sunday” compiuta dai parà inglesi.
In un tempo non molto lontano uno uomo come Latimer, ministro della First Derry Presbyterian Church, la storica chiesa presbiteriana affacciata sul quartiere e sulle mura cittadine, qua sarebbe stato considerato un nemico. Poi è successo qualcosa di impensabile, che mostra quanto la riconciliazione possa cambiare le cose, quando si accompagna alla volontà di costruire la pace. Una ventina di anni fa, nonostante l’accordo di pace fosse già stato sottoscritto, la chiesa presbiteriana continuava a essere ripetutamente presa di mira con pietre, mattoni e bombe di vernice. Nel 2006, dopo l’ennesimo attacco, Latimer decise di fare un appello ai microfoni della Bbc chiamando in causa Martin McGuinness, allora deputato di Sinn Féin ed ex comandante dell’Ira di Derry. McGuinness raccolse quell’appello e si presentò davanti alla chiesa. Non fu un incontro semplice. Sui gradini di quella chiesa erano stati portati, durante i “Troubles”, i feretri di cinque parrocchiani uccisi dall’IRA, e McGuinness era stato accusato di aver avuto un ruolo in quelle morti. Ma quella conversazione, nata per chiedere la fine degli attacchi alla chiesa, ebbe un esito che nessuno dei due avrebbe potuto prevedere: gli attacchi cessarono e cominciò un’amicizia destinata a diventare un potente simbolo di riconciliazione.
Negli anni successivi, McGuinness avrebbe assunto l’incarico di vice-primo ministro dell’Irlanda del Nord e quell’incontro avrebbe contribuito a favorire il clima di distensione tra le due comunità. «All’inizio le nostre conversazioni erano formali. Poi qualcosa cambiò e siamo entrati in sintonia – racconta Latimer -. McGuinness cominciò a frequentare casa mia, a prendere il tè con la mia famiglia. Parlavamo di politica, delle questioni più difficili e divisive ma anche di cose leggere. A volte ci mettevano anche a pregare insieme». È forse questo il particolare che sorprende maggiormente gli studenti italiani. Latimer lo racconta senza enfasi, come se ancora oggi fosse lui stesso a meravigliarsene. La preghiera diventava un’altra forma di conversazione, forse la più lontana dal linguaggio della politica. «Entrambi riconoscevamo che se un cappellano dell’esercito britannico, che indossava un’uniforme odiata da molti, poteva relazionarsi con un uomo con il suo passato da combattente dell’Ira, forse c’era davvero speranza che anche le cose apparentemente impossibili potessero avverarsi».
«Ma l’amicizia con McGuinness ebbe anche un costo. Latimer iniziò a ricevere lettere di odio, messaggi e telefonate minatorie. Fu accusato di essere un ingenuo, di essere diventato uno strumento dei sostenitori dell’Ira. Alcune famiglie si allontanarono dalla First Derry Presbyterian Church. Altre smisero di rivolgergli la parola. Ma lui andò avanti per la sua strada e nel 2011 divenne il primo ministro protestante a parlare a un congresso del partito repubblicano Sinn Féin. «Finii sui giornali con l’accusa di aver infangato la memoria delle vittime protestanti – ricorda –. Ricominciarono le lettere d’odio e le minacce ma io sono sempre stato convinto che se le persone rimangono chiuse nei propri recinti, nulla si muove. La pace e la riconciliazione richiedono un certo grado di rischio».
È questo il passaggio che, durante l’incontro al museo, sembra colpire maggiormente gli studenti italiani. Non tanto l’eccezionalità dell’amicizia nata durante il processo di pace, quanto i suoi effetti concreti. Il reverendo Latimer parla di McGuinness senza trasformarlo in un personaggio innocuo, non nasconde il suo passato e non chiede a nessuno di dimenticare le vittime. Dice, piuttosto, di aver conosciuto un uomo che nel corso della sua vita aveva compiuto un percorso radicale e ricorda la sua capacità di prendere decisioni difficili. Su tutte il suo rapporto con il pastore protestante Ian Paisley, storico falco dell’unionismo nordirlandese, il sostegno alla polizia dell’Irlanda del Nord, infine la stretta di mano con la regina Elisabetta. Latimer non rivendica alcun merito personale per queste scelte ma pensa che la loro amicizia possa aver contribuito, almeno in parte, a quel percorso. La cosa più importante, però, resta il rapporto umano. «Una volta, alla fine di un incontro, gli dissi: “Martin, tengo molto alla nostra amicizia e lui mi prese la mano guardandomi negli occhi. È un ricordo di cui sono molto orgoglioso». La loro amicizia ha favorito iniziative di riconciliazione, eventi comunitari e progetti giovanili. Il lavoro di Latimer è proseguito anche dopo la morte di McGuinness, avvenuta nel 2017, contribuendo a costruire ponti sociali e culturali silenziosi che si sono rivelati decisivi per consolidare la pace in Irlanda del Nord.
Nel Free Derry Museum, davanti ai giovani italiani, Latimer rimane sorridente anche mentre ricorda le telefonate minatorie e le persone che hanno abbandonato la sua chiesa. Nelle sue parole non c’è compiacimento per il dolore subito, né il tentativo di presentarsi come un uomo senza paura. C’è, piuttosto, la consapevolezza che una scelta di riconciliazione non può mettere tutti d’accordo. Non propone una formula ma si limita a raccontare un’esperienza memorabile. Sostiene che il dialogo non significa approvare le scelte dell’altro, che la fiducia non nasce tutta insieme, che la riconciliazione può cominciare anche mentre le ferite sono ancora aperte. E che, qualche volta, bisogna accettare di essere criticati dal proprio gruppo prima che il rapporto con l’altro possa diventare possibile.
Gli studenti italiani lo ascoltano con attenzione, intervengono, fanno domande. L’incontro li motiva visibilmente: quello che stanno studiando nei loro percorsi universitari prende la forma di una storia personale, con tutte le sue contraddizioni e i suoi costi. La pace esce dalle definizioni e diventa una scelta quotidiana. Oggi colpisce soprattutto il modo in cui David Latimer parla di Martin McGuinness, a quasi dieci anni dalla sua morte: con la naturalezza con cui si ricordano un amico, una battuta, una conversazione rimasta nella memoria. La loro amicizia non ha cancellato ciò che li aveva divisi, né le ferite dei “Troubles” ma racconta la possibilità che due uomini segnati da quella stessa storia possano finire per incontrarsi al di là di quel confine che li aveva separati.
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