
Nel film Sunshine di Danny Boyle il Sole sta morendo e nel 2057 un gruppo di astronauti parte dalla Terra con un ordigno - una “bomba stellare” - in grado di riaccenderlo. Quasi vent’anni dopo quel film, nessuno deve salvare il Sole. Semmai bisogna imparare a conoscerlo meglio, anche perché questo può questo può aiutarci a salvare la Terra dal disastro ambientale.
Parker Solar Probe della Nasa, lanciata nel 2018, continua ad attraversarne la corona solare: l’8 giugno 2026 ha compiuto il ventottesimo passaggio ravvicinato, arrivando nuovamente a circa 6,1 milioni di chilometri dalla superficie. Misura vento solare, particelle e campi magnetici. Solar Orbiter, missione Esa partecipata dalla Nasa, osserva, invece, il Sole da meno di un terzo della distanza Terra-Sole e sta progressivamente inclinando la propria orbita per mostrare sempre meglio regioni polari difficilmente osservabili dalla Terra. In pratica, intorno alla nostra stella è schierata una piccola flotta.
Il Solar Dynamics Observatory della Nasa osserva dal 2010 atmosfera e campo magnetico solare. Iris studia cromosfera e regione di transizione. E c’è anche Soho, progetto Esa-Nasa collocato attorno al punto lagrangiano L1 (punti in cui l’azione delle forze gravitazionali del Sole e dei pianeti vicini si annullano e permettono ai sistemi di rimanere “fermi” in quella posizione), continua a lavorare dopo trent’anni. C’è anche Stereo-A che offre un’altra prospettiva sulle eruzioni solari. L’indiana Aditya-L1 guarda pure lei il Sole da L1 e nel 2026 l’Isro ha aperto un secondo ciclo di osservazioni scientifiche. Dal 2025 i quattro piccoli satelliti Punch dell’Agenzia spaziale americana cercano invece di ricostruire in tre dimensioni il passaggio quasi invisibile attraverso il quale la corona diventa vento solare. E poi c’è Proba-3 dell’Esa: due satelliti separati da circa 150 metri volano in formazione producendo un’eclissi artificiale, così che il coronografo Aspiics, collocato a bordo, possa osservare la debole corona senza essere accecato dal disco solare. Dopo un’anomalia che in febbraio aveva fatto perdere temporaneamente il controllo del satellite coronografico, la missione è stata recuperata e da giugno è tornata efficiente per le osservazioni scientifiche.
A questa nuova generazione di sistemi appartiene anche MiniCor, progetto Nasa H-Fort al quale partecipa Argotec. La società italiana, attraverso la sede statunitense in Florida, realizza, infati, la piattaforma 12U Hawk Lite sulla quale volerà un coronografo miniaturizzato sviluppato da Johns Hopkins Applied Physics Laboratory e U.S. Naval Research Laboratory. Un satellite di appena 32 chilogrammi, con un coronografo capace di osservare fra 2,5 e 20 raggi solari, progettato per studiare per sei mesi espulsioni di massa coronale, vento solare lento e corona interna. La Critical Design Review è stata completata e sono in corso produzione e test. L’idea più interessante viene dopo: dimostrare che strumenti così piccoli possano un giorno diventare costellazioni distribuite, sentinelle capaci di osservare continuamente il Sole e anticipare lo Space Weather, ovvero la disciplina che studia le condizioni ambientali nello spazio circumterrestre e interplanetario, determinate principalmente dall’attività della nostra stella. Argotec lavora nello stesso campo anche con HENON, pensato per sperimentare il monitoraggio quasi in tempo reale dello spazio profondo da un’inedita orbita retrograda distante nel sistema Sole-Terra, e con Sun CubE onE, CubeSat 12U del programma Alcor dell’Agenzia Spaziale Italiana destinato a misurare emissioni solari nell’ultravioletto, nei raggi X molli e gamma.
Lo Space Weather sta diventando così qualcosa di simile alla meteorologia: non possiamo impedire una tempesta, ma possiamo imparare a vederla arrivare. E la radiazione solare è la sorgente primaria di energia del nostro sistema climatico, per questo si guarda il Sole anche per capire come salvare la Terra.
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