Neuroscienze: Humphrey e il ritorno dell'anima che ci fa più umani

La prospettiva etica, ma non teistica dello psicologo, che riceverà a Roma il premio Dennett: con la costruzione culturale ci sentiamo individui unici
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August 30, 2026
Neuroscienze: Humphrey e il ritorno dell'anima che ci fa più umani
C’è un senso interessante, oltre alle ragioni più note, per il quale ogni essere umano ha un valore unico e la sua scomparsa rappresenta una perdita per tutti. Si tratta del fatto che ognuno di noi possiede una prospettiva specifica sul mondo, sperimenta le cose da un’angolatura particolare, che nessun altro potrà occupare esattamente nello stesso modo. Ciascun individuo è portatore di una visione senza uguali, dalla quale scaturiscono sensazioni personali ma anche potenziali contributi alla comunità. Questa idea sembra implicitamente alla base della tesi difesa da John Stuart Mill secondo cui, in linea generale, nessuna opinione dovrebbe essere silenziata soltanto perché ritenuta falsa o offensiva. Non è solo la difesa di un diritto da riconoscere al singolo, ma anche la promozione del bene pubblico, perché da chiunque può arrivare una buona idea inattesa, utile agli altri.
Non è un caso che nel dibattito filosofico e scientifico sulla coscienza, intesa come capacità di avere esperienze soggettive (e non come luogo del giudizio morale, l’altro riferimento dello stesso termine), sia ricordata una vecchia battuta rivolta da Wilfrid Sellars a Daniel Dennett: «Sono le qualità dell’esperienza cosciente a rendere la vita degna di essere vissuta». Gioie, dolori e tutte le variegate emozioni suscitate in noi dall’amore, dalla natura, dalla preghiera, dall’arte, dalle relazioni e dal lavoro non farebbero parte della nostra vita se non avessimo quella facoltà tanto scontata quanto misteriosa. Potremmo essere efficienti zombie, capaci di eccellere nelle attività in cui siamo impegnati, ma privi degli aspetti fenomenici della realtà, un’ipotesi ritenuta logicamente possibile da alcuni filosofi e ricorrente nei loro esperimenti mentali.
Il nodo è però come sorgano l’amaro che sperimentiamo bevendo il caffè o la giallezza che percepiamo guardando una banana. Può non essere una questione solo accademica, se pensiamo alle implicazioni di vario genere, comprese quelle legate alle credenze religiose, che alcuni esiti possono comportare. Il premio Nobel Francis Crick ha scritto in un brano ormai famoso che le gioie e i dolori non sono altro che il risultato dell’azione di una miriade di cellule nervose e delle molecole in esse contenute. Una posizione fortemente riduzionista, per la quale l’intera vita mentale dipende dall’attività del cervello.
Ma le cose, come spesso si dice, e a ragione, sono più complicate. Lo spiega Nicholas Humphrey, psicologo teorico britannico che, pur vicino all’“illusionismo” – non nega l’esistenza delle esperienze coscienti, ma ritiene illusorie le proprietà non fisiche che esse sembrano possedere –, ha elaborato una teoria che rivaluta l’“anima” come concetto dal forte significato etico. Humphrey, 83 anni, affiliato al Darwin College dell’Università di Cambridge, sarà a Roma il 3 settembre per ritirare il premio Dennett conferitogli dall’International Center for Consciousness Studies nell’ambito di un grande convegno internazionale (vedi box). La sua premessa è che se crediamo alla narrazione scientifica moderna, in base alla quale mente e cervello sono la stessa cosa, abbiamo il problema di spiegare adeguatamente in che modo la ricchezza dell’esperienza soggettiva possa emergere dalla sola attività delle cellule cerebrali.
Ecco allora la teoria per cui è costituita da un insieme di idee. È il modo in cui ognuno di noi rappresenta nella propria mente ciò che accade intorno a noi, dentro di noi e per effetto delle nostre azioni. Scrive Humphrey in un recente articolo divulgativo: «Le sensazioni sono ciò che tu, in quanto soggetto, fai degli stimoli sensoriali che raggiungono il tuo corpo: il dolore al dito del piede è orribile; il sapore dolciastro sulla lingua è nauseabondo; la luce rossa davanti agli occhi ti mette agitazione. Non sei mai semplicemente un ricevitore passivo; sei un agente. E il modo in cui vivi le sensazioni si è evoluto fino a diventare qualcosa di davvero speciale».
In altre parole, quando la luce rossa (Rosso. Uno studio sulla coscienza è un’opera chiave di Humphrey, pubblicata da Codice alcuni anni fa) arriva agli occhi, il cervello non si limita a registrare passivamente lo stimolo, come farebbe una telecamera. «Metti in atto una risposta corporea interiorizzata allo stimolo, che ho chiamato “rosseggiare” – una risposta che esprime ciò che ti sta accadendo e come ti senti al riguardo. Ciò che rende questo processo cosciente è un ulteriore passaggio: il tuo sistema nervoso genera un commento continuo sulla propria attività, un segnale di feedback che torna indietro e ti dice cosa stai facendo mentre lo fai. La tua mente osserva se stessa mentre si protende verso il rosso, ed è questo automonitoraggio che costituisce la sensazione cosciente. La sensazione è, in un certo senso, sempre un autoritratto. Non è una lettura del mondo; è un resoconto di te”.
Se è il cervello materiale a produrre la coscienza, ritiene Humphrey, ciò che produce è un mondo di significati, immagini e qualità rappresentate. Il flusso delle sensazioni ci fa sentire come centri individuali di esperienza, dotandoci di interiorità, continuità e la solida impressione che vi sia qualcosa che si prova a essere me. L’esistenza assume così la caratteristica di essere proprio nostra, unica e importante. Dal punto di vista evoluzionistico, un essere cosciente attribuisce maggiore valore alla sua vita e tende a continuare a esistere. La coscienza fenomenica avrebbe dunque un’origine biologica e sarebbe condivisa, forse in gradi diversi, anche dagli altri mammiferi e dagli uccelli (argomento dell’ultimo libro dell’autore, Sentience: The Invention of Consciousness). Nel percorso che va dallo stimolo iniziale alla risposta interna, passando per l’automonitoraggio, la sensazione cosciente e infine il sé, la coscienza costituisce una “finzione” costruita dal sistema nervoso che diventa, grazie al linguaggio e alla cultura, una realtà psicologica, sociale e morale.
L’anima, invece, ad avviso di Humphrey, è una costruzione culturale. Con il linguaggio, gli esseri umani hanno cominciato a descrivere la propria vita mentale e ad attribuire alla persona dignità, libertà e responsabilità. Il concetto di anima, pur non indicando una sostanza metafisica, produce pertanto effetti reali. Ci induce infatti a pensare che dietro il corpo visibile vi sia un centro di esperienza e che il dolore altrui conti anche quando non è direttamente osservabile; che gli individui non siano semplici organismi o strumenti e che dunque meritino rispetto e protezione. Quella che lo studioso chiama “nicchia dell’anima” è il mondo sociale nel quale ci trattiamo come soggetti coscienti meritevoli di reciproca considerazione etica.
Si può ovviamente obiettare che quella di Humphrey sia per molti aspetti più una descrizione che una spiegazione della coscienza: un realista sosterrebbe che la teoria chiarisce come il cervello costruisca la rappresentazione delle qualità fenomeniche, ma non perché tale processo sia accompagnato da un’esperienza soggettiva – il “problema difficile” secondo David Chalmers. Humphrey replicherebbe che quest’ultima domanda presuppone, per lui erroneamente, l’esistenza di proprietà qualitative ulteriori rispetto alla rappresentazione cerebrale. Tra l’altro, il suo approccio non rende logicamente inconcepibile una futura coscienza artificiale, ma pone condizioni più esigenti della semplice elaborazione dell’informazione. Occorrerebbe infatti che un sistema avanzato di IA riproduca qualcosa di analogo al circuito corporeo, sensomotorio e autorappresentativo dal quale, secondo Humphrey, sono nate le sensazioni.
Il recupero del concetto di anima come prospettiva universalistica rispetto allo status morale degli appartenenti alla nostra specie, invece, è interessante perché, seppure sganciato da una visione teista, propone un potente linguaggio dell’uguaglianza e della preziosità di ciascuno. Ma è anche una sfida che va oltre la scienza. La storia mostra che persino il principio cristiano della comune figliolanza non ha sempre impedito di escludere alcuni gruppi umani dalla piena appartenenza alla comunità morale. Se però l’idea di anima viene sganciata dalla fratellanza proveniente da un unico Padre e affidata al solo riconoscimento reciproco, resta esposta a una fragilità ulteriore: quel riconoscimento può essere revocato, come mostra la disumanizzazione del nemico nelle tante guerre che ancora oggi insanguinano la Terra.

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