L’ombra dei chatbot sui docenti: così le nuove tecnologie avanzano senza un guardiano
Dopo l’allarme lanciato da papa Leone XIV nella "Magnifica humanitas", viaggio nel mondo dell'istruzione. I primi esperimenti
di didattica con gli algoritmi restano iniziative isolate. Benassi (Indire): la maggior parte degli istituti esplora la punta dell’iceberg e non pensa a un modo per trasformare le lezioni, perché manca un disegno d’insieme

Sono state sufficienti poche verifiche, copiate o redatte da un chatbot, per instillare una nuova paura nei docenti italiani: l’avvento dell’intelligenza artificiale potrebbe aver già mandato in pensione lezioni e compiti che hanno funzionato per decenni. Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas , sintetizza il problema: «Lo sviluppo dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca». Il Pontefice, però, va oltre: «L’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante – scrive nei paragrafi dedicati all’impatto dell’IA sull’istruzione – chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona». In altre parole: senza un ripensamento integrale dei suoi metodi e delle sue funzioni, anche il docente sarà mandato in pensione dall’IA. E gli studenti sembrano averlo già capito: tre su quattro, per preparare l’ultimo esame di Maturità, hanno preferito ascoltare i consigli dell’IA rispetto a quelli degli insegnanti (o ai gruppi di studio). Non significa che il lavoro dei docenti umani sia davvero sostituibile con i robot, ma che senza un aggiornamento della didattica saranno gli studenti a pensarla così. Un po’ come è già successo all’avvento di Internet.
I risultati dei primi esperimenti in aula
Il ministero dell’Istruzione nel biennio appena terminato non è rimasto a guardare. Per due anni gli studenti di quindici classi tra Lazio, Lombardia, Toscana e Calabria hanno avuto a disposizione le piattaforme di Google e la formazione dei tecnici della big tech per introdurre l’intelligenza artificiale a lezione. Il risultato? Lo ha monitorato un test Invalsi in uscita a settembre, ma «molti dirigenti hanno già comunicato risultati ottimi in via informale negli scorsi mesi», ha rivelato ad Avvenire Paolo Branchini, il consulente del Ministero che ha progettato la sperimentazione in tutta Italia.
Il futuro del progetto, che dall’anno prossimo dovrebbe coinvolgere molte più classi, dipenderà anche dai risultati - e dalle valutazioni - degli studenti del primo esperimento. Ma, nel frattempo, i chatbot contagiano tutte le aule d’Italia. Nella maggior parte dei casi, senza produrre ripensamenti nel modo di concepire lezioni, compiti e verifiche. Non si tratta di una impressione, ma di una misurazione dei tecnici di Indire, il più antico ente di ricerca del ministero dell’Istruzione. Che lo scorso anno ha avviato un progetto di ricerca sull’introduzione dell’intelligenza artificiale a scuola, catalogando ventisei scuole con quattro etichette: “prudenti”, “esploratrici”, “sperimentatrici” e “sistemiche”, a seconda del grado di investimento nelle nuove tecnologie in aula. Alcuni istituti censiti non hanno mai superato un approccio “prudente”, mentre la maggior parte ha “esplorato” in classe solo la punta dell’iceberg-intelligenza artificiale.
Le tecnologie avanzano senza un guardiano
Il presupposto è che l’IA «è un fenomeno che le scuole non possono più lasciare incustodito», spiega il tecnologo di Indire Andrea Benassi. Il motivo è semplice: «Gli studenti l’intelligenza artificiale la usano già, a casa, anche per fare i compiti e prepararsi alle lezioni». Eppure, al momento quasi tutti i docenti la impiegano solo per preparare lezioni, verifiche o presentazioni grafiche. L’IA – precisa Benassi – «viene vista come un assistente del docente per aumentare la produttività, ma non è ancora percepita come una leva per trasformare la didattica».
«C’è ancora molto attendismo», conclude Benassi. Ma non c’è molto tempo. Il primo studio nazionale sull’impatto dei chatbot in classe ha misurato che otto studenti su dieci già nel 2025 usavano regolarmente l’IA, ma al contempo oltre un terzo degli insegnanti credeva che le reti neurali non fossero mai entrate nelle loro aule. Tradotto: gli alunni si fanno fare i compiti dall’IA e molti docenti ancora non ne sono al corrente. Una reazione possibile è la ricerca di divieti efficienti all’uso degli algoritmi in classe. È la strada percorsa recentemente dalla Danimarca, che ha varato per il prossimo anno un pacchetto contro l’uso scorretto dell’intelligenza artificiale: prove orali, monitoraggio degli schermi durante le prove scritte e filtri imposti tramite firewall. Qualcosa di molto simile a quello che i nostri studenti hanno vissuto durante le verifiche – o gli esami universitari – in periodo di pandemia di Covid-19.
Come ripensare la scuola degli algoritmi
Un altro modo di concepire la nuova “scuola degli algoritmi”, invece, prende le mosse da uno sforzo di accettazione: «Accettare che tutti gli studenti utilizzeranno l’IA», sintetizza il tecnologo di Indire. Per questo alcuni istituti, i cosiddetti “sistemici”, a partire da settembre offriranno direttamente a ogni alunno iscritto una licenza autorizzata dalla scuola alle piattaforme Microsoft, Google, o OpenAI. Un approccio che obbliga a rivedere le vecchie abitudini: «I compiti scritti a casa e le lezioni frontali, per molti, erano già poco utili – spiega Benassi –. Nelle scuole che la introdurranno sistematicamente, l’IA dovrà servire anche a sviluppare il senso critico della verifica delle informazioni e delle fonti». D’altra parte, consentire l’accesso ai chatbot impone ai docenti di formulare nuove regole per evitare gli abusi: «Ho letto alcuni regolamenti interni e molti la limitano alla ricerca o alla produzione di presentazioni – continua il tecnologo –. In questo modo, gli studenti possono sperimentare con l’IA in ambienti controllati».
Ma se in quasi tutti gli istituti l’intelligenza artificiale non ha trovato spazio nei programmi è prima di tutto una questione di tutele – i regolamenti europei e nazionali in materia di privacy e garanzie digitali sono molto severi – e di formazione. «In questa fase – conclude Benassi – la maggior parte dei docenti sperimenta con licenze personali, ma non ancora c’è un disegno di scuola».
Il disegno del Ministero
In realtà, un tentativo il Ministero l’ha fatto. Dal prossimo anno l’IA entrerà nei programmi con le linee guida approvate lo scorso 9 agosto. In sintesi, nel documento il ministro Giuseppe Valditara caldeggia l’utilizzo dei chatbot soprattutto per la personalizzazione delle lezioni agli studenti con disabilità o bisogni specifici dell’apprendimento ma non impone, tutelando l’autonomia scolastica, una strada unica per tutti gli istituti. Ogni docente, cioè, continuerà a scegliere da solo quanto e quando consentire l’IA in classe. A una condizione: «Non delegare del tutto le decisioni alle macchine». La priorità resta la formazione dei ragazzi, come ribadisce papa Leone XIV: «La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale - scrive nella Magnifica humanitas -, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili».
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