L’Ucraina e la diplomazia della Chiesa: le ferite della guerra vanno “toccate”

Nella visita di monsignor Gallagher a Kyïv e Mosca il senso dell’azione vaticana per uscire dalla rassegnazione al conflitto
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August 30, 2026
L’Ucraina e la diplomazia della Chiesa: le ferite della guerra vanno “toccate”
Monsignor Gallagher con il ministro degli Esteri russo Lavrov a Mosca / REUTERS
Sull’Ucraina i giochi per i prossimi mesi sembrano fatti. La Russia ha preparato l’offensiva per tentare di sbloccare a proprio favore un conflitto che assomiglia tanto a una logorante guerra di posizione. L’Ucraina fa presente ai suoi alleati la necessità di difendere con vigore i propri cieli, mentre rafforza la resistenza a terra. Si prospetta un nuovo inverno con le città ucraine al buio e al freddo in conseguenza dei bombardamenti. Il problema è anche che il conflitto non si allarghi. L’allarme britannico su eventuali attacchi russi fa temere in questo senso. Mosca ha individuato da tempo nel sostegno europeo a Kyïv un decisivo punto di forza della resistenza e della nuova combattività sui cieli russi. La situazione ha allarmato gli americani tanto che il direttore della Cia, John Ratcliffe, è volato a Mosca con la richiesta – sembra – che i russi non attacchino un Paese europeo e della Nato.
Lo scenario è che la guerra continua e forse si allarga. L’opinione europea, assuefatta al conflitto, ne osserva gli sviluppi un po’ fatalisticamente. Ma più lo stallo dura e più i rischi di allargamento sono possibili. C’è chi in Occidente, da tempo, prevede un attacco russo all’Est Europa. Il paragone corrente è tra l’aggressività nazista e quella russa, che sconsiglierebbe ogni cedimento a Mosca in uno “spirito di Monaco”. Ma la Russia non è la Germania hitleriana, che voleva essere l’unica potenza continentale, annientare la Francia e crearsi uno spazio “vitale” a Est. Putin ha vissuto da vicino la crisi del dominio sovietico in Europa orientale e conosce le complessità della regione. Per lui il “dramma” è stato il collasso dell’impero sovietico. Ma niente è scritto e la storia è piena di sorprese non sempre positive.
D’altra parte, l’Ucraina ha cementato nella resistenza a Mosca l’identità nazionale. Se ieri la Russia poteva giocare un ruolo “interno” alla politica ucraina, oggi non più. Il problema non è la tenuta di Kyïv verso chi lo attacca (sempre un rischio), ma il prezzo che gli ucraini pagano in più di quattro anni di bombardamenti, distruzioni ed esodo di sei milioni di connazionali all’estero. Lo stato di guerra mette in difficoltà la fragile democrazia, anche con casi di corruzione che la stessa magistratura ucraina ha coraggiosamente rilevato.
In questo quadro cupo, la Santa Sede non demorde: lo si vede con la visita del segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati monsignor Paul Gallagher a Kyïv e Mosca. Perché, se è nota la posizione del Papa sul conflitto? Il Papa è spesso ascoltato con qualche ossequio, ma il suo messaggio è subito messo da parte, come sui migranti. Invece è un messaggio molto chiaro. Mi colpì con quanta forza Leone XIV si espresse alla Preghiera per la Pace nello spirito di Assisi, organizzata da Sant’Egidio al Colosseo un anno fa: «Non possiamo accettare che questa stagione perduri oltre, che plasmi la mentalità dei popoli, che ci si abitui alla guerra come compagna normale della storia umana. Basta! È il grido dei poveri e il grido della terra. Basta!». La voce della Chiesa è: “basta!”. Oggi, quasi ancor più di ieri.
Monsignor Gallagher, a Mosca, è stato esplicito di fronte al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov: «Sia chiaro: questa guerra deve finire». Espressione secca in un discorso articolato. Non si tratta di radicalismo pacifista, ma di una convinzione, maturata nell’esperienza di umanità della Chiesa. È il punto di partenza per aprire vie di dialogo: «Il dialogo non elimina le differenze di opinione o di approccio, ma impedisce che l’incomprensione e il sospetto diventino l’unico linguaggio a nostra disposizione», ha detto Gallagher. Per lui, la diplomazia offre la possibilità di aprire «la propria prospettiva così da considerare adeguatamente il bene comune di tutti». Se non ci si parla, ci si radicalizza. La guerra distrugge la coscienza del bene comune mondiale, facendolo alla fine coincidere prepotentemente solo con quello della propria nazione.
Non è possibile la magia di un cessate il fuoco immediato. Non ci sono piani precostituiti. Ma parlarsi detronizza la propaganda di guerra, fatta di un susseguirsi di dichiarazioni: una presunta trasparenza che è assoluta opacità sul futuro. In settembre il cardinale Matteo Zuppi andrà di nuovo a Mosca, per continuare il dialogo sulle questioni umanitarie: «Nel mondo si tende a chiudersi in una enclave per sentirsi sicuri», ha detto di recente. È frutto dell’autoreferenzialità assoluta, che la guerra crea, sacralizzata dal sangue versato. Ma è dalla sofferenza che parte il dialogo di Zuppi: dalla disumanità della guerra. La linea fu espressa da papa Francesco nella Fratelli tutti: toccare le ferite della guerra. Il Papa scrisse: «Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite...». Lo ha ribadito Leone XIV nella Magnifica humanitas: «Assumere lo sguardo delle vittime». La diplomazia della Chiesa ha al centro il dolore dei popoli in guerra. Il che la legittima a parlare fuori dal coro.
I rappresentanti della Chiesa, nel dialogo con tutti i protagonisti dei conflitti, qualunque sia la vicenda che li ha portati in guerra, hanno una convinzione, magistralmente espressa da Francesco: «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male». Per questo la Chiesa non si rassegna a che i giochi siano già fatti.

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