Non spingiamo i bambini a decidere sul proprio genere
Un documento di associazioni dei pediatri sulla disforia di genere e le carriere "alias" solleva non poche perplessità. I piccoli hanno diritto di crescere nelle loro incertezze evolutive e maturate

Sta girando in questi giorni, inviato dalla Società Italiana di Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri, un documento destinato a tutti gli studi del settore sul tema della disforia di genere, con lo scopo di creare fra medico e paziente un clima accogliente. Nulla in contrario rispetto a questa intenzione, se non fosse che il documento risulta piuttosto imbarazzante per altri motivi. Tanto da aver già dato vita a tantissime polemiche e all’intervento molto deciso della Garante nazionale per l’infanzia. Il punto è che questo scritto tende ad alimentare equivoci molto pericolosi proprio per i diritti dei bambini e delle bambine, che vanno tutelati piuttosto che sottoposti a una continua richiesta di etichettamento e catalogazione. Il documento si regge sostanzialmente sull’idea che un’eventuale difficoltà nella percezione infantile del proprio genere vada presa in seria considerazione, avviando questi bambini verso trattamenti specifici e, in primo luogo, accettando tutte le loro richieste relative a quest’ambito, come ad esempio il cambiamento del nome da maschile a femminile o da femminile a maschile il più precocemente possibile. Questa idea non appartiene ad alcuna certezza scientifica. Anzi, come pedagogista ed esperto di problematiche della crescita e di problematiche educative, insieme a tutti i colleghi e le colleghe che si occupano di questo tema, ribadisco una realtà che proviene proprio dagli studi psicoevolutivi: le strutture neurocognitive dei bambini e delle bambine sono immature, acerbe, in una condizione profondamente diversa rispetto alla linearità dell’età adulta.
In particolar modo durante tutta l’infanzia, ossia fino ai 10-11 anni, il pensiero magico prevale abbondantemente. Come ci ha insegnato Jean Piaget, il maggiore esperto del Novecento, e come hanno ribadito anche le ricerche neuroscientifiche, la corteccia prefrontale non è ancora attiva in modo sistematico nel controllo razionale della realtà. Per questo motivo bambini e bambine esprimono pensieri che non coincidono necessariamente né con la realtà né con le loro intenzioni future. L’elemento del gioco, dello scherzo, del divertimento e, specialmente, quello della dimensione magica — come trasformarsi da bambino a bambina o da bambina a bambino — appartengono pienamente al loro percorso di crescita. Che tutto questo diventi un processo di carattere clinico-terapeutico finalizzato a una transizione di genere, come si prospetta nell’opuscolo in questione, appare non solo equivoco, ma anche pericoloso. L’esempio più drammatico contenuto nel libretto è rappresentato dal caso di Alan, che viene portato in ambulatorio a tre anni. Mi permetto di riportare l’episodio perché sgomenta non solo il lettore e il genitore, ma anche uno specialista come il sottoscritto, che non riesce a capire come si possa pensare di costruire una carriera “alias” a tre anni, senza considerare che a quell’età un bambino non è in grado di decidere su questi temi, che le incertezze possono essere semplicemente parte della sua crescita e del suo gioco e che, comunque, l’influenza e le aspettative dei genitori sono determinanti in questa fase della vita. Lo riporto proprio per segnalare, senza mezzi termini, che questo è un documento che va ritirato e ripensato. Non è in discussione la necessità di accogliere la disforia di genere. È invece in discussione la necessità di rispettare i bisogni e i diritti dei bambini di crescere nelle loro incertezze evolutive e maturative. Non possiamo giustapporre alla loro crescita istanze controverse dal punto di vista scientifico, mettendoli così in pericolo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





