Il "woke", i cattolici e quella lezione dimenticata sul gender
di Luciano Moia
Dalle donne alle minoranze, dai poveri ai disabili: diverse delle istanze contestate interpellano direttamente i credenti. Occorre distinguere gli eccessi dai diritti

Partiamo con due domande che qualcuno liquiderà come provocazioni. Ma visto che per comprendere i problemi alla radice, senza banalizzazioni e senza derive ideologiche, qualche rischio va messo in conto, proviamo a porcele lo stesso. La prima è questa: può essere che alcune delle sensibilità che oggi vengono liquidate come woke siano più vicine alla sensibilità evangelica di quanto non lo siano certe reazioni cattoliche contro il woke? E la seconda: può essere che la battaglia culturale scatenata contro la cultura woke sia una prosecuzione allargata e dilatata di tutte le contraddizioni già vissute a proposito della cosiddetta ideologia gender? Proprio per evitare quelle semplificazioni diventate equivoci e poi errori negli ultimi vent’anni a proposito del gender, sarebbe il caso di guardare con più attenzione e con più umiltà dentro questo mondo woke. Potremmo scoprire che, depurate degli aspetti più estremi e talvolta caricaturali, dietro molte rivendicazioni oggi targate woke e prima gender, ci siano valori difficilmente contestabili da un cristiano.
Impossibile? Vediamo allora. Se diciamo che nessuno deve essere discriminato per il proprio sesso o per il proprio orientamento sessuale; che le donne non devono essere subordinate agli uomini sulla base del principio di reciprocità: che le minoranze non devono essere escluse; che i poveri e gli emarginati hanno diritto a una vita dignitosa; che chi ha meno potere deve essere protetto dall'abuso di chi ne ha di più; che le istituzioni devono riconoscere uguale dignità alle persone, diciamo qualcosa diciamo qualcosa che strizza l’occhio al woke o al gender, oppure stiamo semplicemente prendendo sul serio il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa? Non dobbiamo scomodare il magistero per trovare una risposta. Ma per chi proprio vuol essere certo che dietro queste affermazioni non ci sia una deriva woke oppure gender ricordiamo alcune consonanze con il Vangelo. Per esempio il documento Dignitas infinita spiega che Gesù abbatte le barriere culturali e religiose e restituisce dignità agli “scartati”: donne, bambini, lebbrosi, stranieri, malati, poveri, persone marginalizzate. E Fratelli tutti insiste sul fatto che una società giusta deve riconoscere «il diritto degli altri a essere sé stessi e a essere diversi» e che la libertà, l'uguaglianza e la fraternità diventano vuote se non valgono per tutti. Aiuto, proprio una tesi che sembra presa a prestito dai paradigmi woke, direbbe qualcuno, peccato che sia stata espressa e vissuta da Qualcuno fino al dono totale di sé già duemila anni fa.
Naturalmente questo non significa che tutto ciò che viene chiamato woke sia allo stesso tempo evangelico. La Chiesa ha certamente buone ragioni nel criticare alcuni sviluppi della cultura contemporanea che il mondo woke riprende ed estremizza. Se l'identità diventa assolutamente autoreferenziale, se ogni differenza – compresa quella di genere – viene considerata una discriminazione, se la libertà di parola viene sacrificata all'ortodossia del gruppo, c’è qualcosa che non va e che, giustamente, va rifiutato. Ma un conto è opporsi alle derive più estreme e più irrealistiche di una determinata antropologia – e sia nel woke sia nel gender gli esempi non mancano – un conto è rifiutare le persone che quella cultura ha contribuito a rendere visibili e rifiutare le loro legittime richieste di dignità e di non discriminazione.
È l’errore commesso già anni fa sul gender da certa parte del mondo cattolico, quando – compreso chi scrive – abbiamo confuso le priorità e invece di chiederci quali ingiustizie ci fossero alla base delle denunce formulate da questa nuova cultura – il maschilismo, gli stereotipi relazionali, la donna angelo del focolare, il mito della famiglia ideale – ci siamo chiesti come difendercene, entrando in una logica da guerra culturale in cui ci siamo trovati alleati con forze politiche e culturali che avevano e tuttora hanno un’altra idea della società, della persona, dei diritti. Allora diciamolo con chiarezza e con coraggio. Molte delle battaglie che oggi vengono percepite come frutto della cultura woke – come prima era stato con il gender – sono nate da una visione cristianamente inoppugnabile. Come non trovarci d’accordo nella lotta contro tutte le ingiustizie, contro la discriminazione nei confronti delle donne, contro il razzismo, contro l'emarginazione delle minoranze, contro la violenza verso le persone lgbt, per la difesa dei disabili, per la critica alle strutture corrotte del potere, per la difesa dell’ambiente? Il compito cristiano dovrebbe essere quello di discernere, come ci insegna san Paolo, non di respingere senza riflettere e senza valutare. Assurdo e profondamente anticristiano allinearci al gioco del “woke sì/woke no” – come prima era stato “gender sì/gender no” – invece di chiederci quale domanda di giustizia ci sia dentro queste istanze, invece di chiederci come recuperare, dentro quelle aspirazioni di uguaglianza, dentro quelle richieste di diritti sacrosanti, ciò che appartiene profondamente alla logica del Vangelo e che sarebbe incoerente e contradditorio non ammettere.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi





