La guerra e l'inganno del falso realismo
Per tornare a sperare la pace dobbiamo respingere l'idea che un'altra via rispetto al riamo non sia mai possibile. Esiste invece un realismo della misericordia. E la storia insegna che non è utopia

Nei suoi ultimi interventi, Leone XIV ha ribadito più volte che al «falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni», occorre opporre «il realismo della misericordia». Non è mancato chi ha liquidato queste affermazioni come un appello buonista, la voce mite che ricorda inutilmente al mondo duro di essere più gentile. In realtà, la posizione del pontefice pone una questione ben più intrigante. Il punto originale sta nella contestazione della pretesa del “realismo” di esaurire l’interpretazione della realtà. Quando si sottolineano la portata della minaccia, il peso degli interessi in gioco, la strategia della potenza, si pensa di cogliere la situazione nella sua interezza. Il problema nasce proprio qui: dallo scambiare una parte per il tutto. Il realista trascura infatti dimensioni importanti della realtà: la complessa concatenazione degli eventi, delle motivazioni, dei risentimenti che va prima capita e poi disinnescata; il fatto che, anche dietro il peggiore guerrafondaio, ci sono popoli che desiderano la pace; i pericoli difficili da calcolare che ogni riarmo porta con sé. Chi invoca il muro contro muro lascia intendere di conoscere e poter controllarne gli esiti. Ma il processo che viene messo in moto genera effetti che sfuggono al controllo (l’escalation, il contraccolpo, la spirale). Quello che di certo è destinato ad aumentare è il dolore di uomini, donne, bambini. Ogni realismo è una presa che afferra alcuni fili della realtà e non altri. Presentando la propria interpretazione come imposta dalle cose stesse, il falso realismo trasforma una decisione in una necessità e così facendo si sottrae alla domanda: perché agire così e non in un altro modo?
Da questo punto di vista, il realismo della misericordia, lungi dall’esprimere debolezza, è più rigoroso nel rispettare la libertà dell’uomo. Perché ammette di essere una scommessa: scelgo di guardare l’avversario come qualcuno da incontrare, sapendo che è un rischio. Il realismo duro dice invece: non ho scelta, il nemico è il nemico. E nascondendosi sotto l’argomento della necessità, scarica la propria responsabilità. L’"anima bella", allora, non è chi sceglie la misericordia. È chi si nasconde dietro la necessità per non dover rispondere della propria decisione. La rassegnazione davanti alla guerra non è la fotografia di qualcosa di inevitabile, ma una profezia che si auto avvera. Se do per scontato che il conflitto verrà, mi armo, irrigidisco il linguaggio, tratto l’altro da nemico. E l’altro fa lo stesso, finché la guerra finisce per prodursi, credendo solo di prevederla. È il “capolavoro” del falso realismo: si presenta come diagnosi e finisce per diventare causa. È su questo punto che il realismo della misericordia di cui parla Leone insiste: l’inevitabile non è un destino iscritto nelle cose, ma un ordine che ci diamo. E che, proprio perché è dato, può essere revocato. Che questo discorso non sia semplicemente un bel pensiero lo dimostrano diverse vicende del secolo scorso. Gandhi, King, Mandela, Walesa si sono trovati davanti a situazioni che molti consideravano impossibili da risolvere senza il ricorso alla violenza. Ma, cambiando la lettura della situazione, essi hanno scelto di agire in un modo pacifico. Non hanno negato l’importanza della violenza. Ma hanno rifiutato l’inferenza che dalla violenza si dovesse dedurre l’unica risposta possibile.
Smentendo così proprio i realisti che avevano, come sempre, parlato dell’impossibilità di un’altra via.La stessa cosa si è ripetuta anche nel campo delle relazioni internazionali. Si pensi a Willy Brandt, cancelliere tedesco, che nel 1970 in piena Guerra fredda si inginocchia a Varsavia davanti al monumento agli eroi del ghetto e chiede perdono per i crimini nazisti, segnando la storia della riconciliazione europea. E soprattutto a Michail Gorbačëv che, come presidente dell’Unione sovietica, nell’89 decide di non mandare i carri armati a Berlino. Sicuramente una decisione presa a seguito dei dialoghi con Reagan cominciati nel 1985. Esempi che mostrano che ci sono diversi modi gestire le tensioni. Ovviamente ciò di cui stiamo parlando non è la panacea di tutti i mali. Al di là dei casi che hanno avuto esito positivo, se ne potrebbero citare altri che hanno avuto risultati opposti. Il realismo della misericordia non vince sempre. E proprio perché realista, non dimentica di considerare la complessità di ogni specifica situazione. Ma anche solo il richiamarlo permette di segnalare che quella pretesa necessità è pretestuosa. E ciò apre una crepa nel muro contro muro, rimettendo in gioco possibilità che altrimenti sarebbero precluse. Non la garanzia di un risultato, dunque, ma la riapertura del possibile: uno spazio di decisione e di azione che, contro ogni realismo che lo dichiara impraticabile, resta sempre una possibilità, per quanto ardua. È da qui che si può tornare a sperare la pace.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






