Il boia, la Serbia nazionalista e quell'ultimo oltraggio

di Fabio Carminati
La decisione di tributare funerali di Stato al "generale" Mladic, responsabile del massacro di Srebrenica, è solo l'ultimo colpo inflitto al diritto internazionale, in una fase storica in cui la Corte penale cerca invano di perseguire i nuovi criminali di guerra
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August 29, 2026
Il boia, la Serbia nazionalista e quell'ultimo oltraggio
Il memoriale per le vittime di Srebrenica / Reuters
Dall’alto del monte Trebevic, Ratko Mladic amava farsi inquadrare con il binocolo premuto sugli occhi mentre scrutava le macerie di Sarajevo ai suoi piedi. Gli obici martellavano i viali, più in basso i cecchini puntavano a qualsiasi cosa si muovesse e sparavano due volte: la prima per uccidere chi avevano mirato, la seconda per colpire chi accorresse a soccorrerlo. Più di tre anni di assedio e di morti inutili tra il 1992 e il 1995. Lo stesso 1995 in cui, a luglio, il “generale” si mostrava sorridente davanti ai ragazzini nella Srebrenica occupata senza sparare un colpo sulle truppe delle Nazioni Unite che dicevano di averla resa sicura. Offriva ai piccoli, separati dai genitori, carezze e lecca lecca. Sapendo che alle sue spalle, lontano dalle telecamere e agli occhi colpevolmente chiusi dei caschi blu dell’Onu, ottomila donne, uomini e altri bambini musulmani venivano presi a fucilate e sepolti immediatamente. Come i nazisti avevano fatto, con la complicità degli ustascia quella volta croati, trent’anni prima.
L’altro ieri, più di trent’anni dopo la fine del conflitto in Bosnia, il primo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, con il viso devastato dall’ictus, Ratko Mladic ha visto la fine di una vita vissuta tra la gloria del regime serbo, una latitanza lunga sedici anni e trascorsa davanti agli occhi di tutti tranne quelli delle Nazioni Unite, puntati per la seconda volta dalla parte sbagliata, e una modernissima cella del carcere di Scheveningen all’Aja. La sua porta è rimasta sbarrata nonostante i quattro ricorsi del governo di Belgrado che voleva far trascorrere a casa al generale gli ultimi giorni. La morte, ora, riconsegna Mladic al nazionalismo serbo.
Come negli anni più bui dei Balcani. Il regime di Vucic non ha perso un minuto per rimettere sui laici altari il “boia di Srebrenica”, a cui saranno riservati «tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto» nonostante l’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Lo ha annunciato alla radio locale K1, il ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic, solo semi omonimo del presidente Aleksandr Vucic.
Lo stesso bersaglio delle manifestazioni studentesche e dell’amicizia stretta con lo zar del Cremlino Vladimir Putin. Il titolare della Giustizia ha motivato la quantomeno controversa decisione – di cui indiscrezioni circolavano già giovedì – addentrandosi in equilibri lessicali conditi di «diritto umanitario» e rispetto della persona. Dei funerali di Stato, «sarà la famiglia a decidere il luogo», ha annunciato con tempismo sospetto rispetto alla manifestazione di dolore dei familiari delle vittime di Srebrenica per i quali l’unica “consolazione” è che Mladic «abbia scontato la sua pena fino all’ultimo in una cella».
Belgrado da tempo tiene il piede in due scarpe e usare la figura di un sanguinario generale serbo-bosniaco è l’ennesimo segnale che la propaggine russa nel cuore dei Balcani è ben presente. Ma la vicenda acquista una luce ancora più sinistra al tempo della crisi del multilateralismo e degli scontri di queste settimane. La scelta di Belgrado infligge anche un colpo durissimo al sistema, attaccando un tribunale delle Nazioni Unite, creato ad hoc per la guerra nell’ex Jugoslavia, con il proposito di attuare quel «mai più» stabilito dalla Convenzione contro il genocidio e rimasto sulla carta negli anni della Guerra fredda.
Un’istituzione purtroppo da tempo defunta come ormai sta avvenendo per tutte le strutture giudiziarie dell’Onu, a partire da quella Corte Penale internazionale che contro lo zar del Cremlino ha ancora in vigore un mandato di cattura globale. Insieme a Mladic, oltre la pietà per un carnefice comunque in fin di vita, l’altro ieri è morta un’altra volta anche la speranza di una giustizia terrena universale. Perseguire criminali di guerra, calpestatori di qualsiasi diritto umanitario, o genocidi riconosciuti fino all’appello era ed è impossibile. Mladic per sedici anni ha goduto della copertura di uno Stato, della complicità di istituzioni che non volevano alterare il quieto vivere internazionale. Eppure di questi tempi, di una giustizia rapida, efficace non a orologeria, il mondo avrebbe maledettamente bisogno.

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