Serra, l'IA e le Borse: la ricchezza crei sviluppo
Per il fondatore di Algebris il rischio di una bolla finanziaria legata all'IA c'è, ma c'è soprattutto «da interrogarsi sulla capacità della ricchezza finanziaria di riflettersi anche nell’economia reale»

I nuovi massimi dei mercati non devono essere scambiati per un indicatore di benessere diffuso». Davide Serra, fondatore e amministratore delegato di Algebris Investments, invita a diffidare dalle apparenze. «I_record dei listini«, spiega in questo colloquio con Avvenire, «spesso riflettono la forza di poche grandi imprese più che la vitalità dell’intero sistema produttivo». Compreso quello italiano, dove «molte piccole e medie imprese continuano a risentire del costo del credito, dell’energia e del lavoro».
La forchetta tra economia reale e finanza non è mai stata così ampia: che cosa sta succedendo?
Il fenomeno riflette due prospettive diverse: se l’economia reale misura il presente, e cioè salari, occupazione, consumi e costo della vita, i mercati guardano al futuro e incorporano aspettative. Anni di politiche di tassi bassi hanno favorito la rivalutazione di molti asset finanziari, senza però che a questo corrispondesse una crescita altrettanto robusta di salari reali e produttività, contribuendo ad ampliare le disuguaglianze. L’inflazione, inoltre, colpisce in maniera asimmetrica: chi possiede case, azioni o fa altri investimenti finanziari solitamente riesce a proteggere meglio il proprio potere d'acquisto, mentre chi vive principalmente del proprio stipendio e tiene i risparmi fermi sul conto corrente ne subisce maggiormente le conseguenze. L’aumento dei prezzi ha favorito soprattutto chi già disponeva di capitale.
C’è da preoccuparsi di una bolla finanziaria, se non di qualcosa di peggio?
I numeri suggeriscono che il rischio c’è. I mercati finanziari presentano oggi valutazioni elevate rispetto al trend storico, ma questo non implica necessariamente l’imminenza di una crisi. Piuttosto, suggerisce che le aspettative di rendimento futuro potrebbero essere più contenute, anche se i mercati possono restare sopravvalutati per anni.
Negli anni si sono accumulate diverse fragilità strutturali.
Sì, e meritano attenzione. Anzitutto l’eccessiva concentrazione degli investimenti in poche grandi società tecnologiche, le cui quotazioni incorporano aspettative molto ambiziose sull’intelligenza artificiale ancora tutte da vedere nei risultati economici. La seconda riguarda l’elevato livello di indebitamento a livello globale e in particolare negli Stati Uniti.
Si sottovalutano i rischi?
Di certo c’è la crescente diffusione del rischio: fondi pensione, assicurazioni vita e piccoli risparmiatori sono spesso esposti agli stessi mercati. In un contesto simile, eventuali tensioni finanziarie potrebbero propagarsi rapidamente all’economia reale, con effetti diretti su imprese, famiglie e risparmio.
Gli Stati Uniti sono al centro di tutto, nel bene e nel male, l’Europa ai margini: meglio così, in prospettiva? E l’Italia?
La minore dipendenza dai mercati finanziari rende l’Europa relativamente meno esposta alle turbolenze di Borsa. Ma la guerra ha messo in luce fragilità ben più profonde, oltre alla necessità di investire maggiori risorse per la propria difesa: la mancanza di indipendenza energetica, il ritardo tecnologico e una limitata capacità di mobilitare capitali verso innovazione e crescita. Per raggiungere una reale autonomia strategica sarà necessario un rafforzamento dell’assetto di governance in Europa, per esempio con il completamento dei progetti dell’Unione Bancaria e dell’Unione dei Capitali, ma anche un profondo ripensamento della cultura imprenditoriale e finanziaria del continente che favorisca un maggiore dinamismo economico.
E per l’Italia?
Per noi la sfida è ancora più impegnativa, poiché al tema della dipendenza energetica si aggiungono una produttività strutturalmente stagnante e un andamento demografico che limita il potenziale di crescita.
In Magnifica humanitas Leone XIV stigmatizza la “finanza per la finanza”: siamo di fronte ad eccessi speculativi?
La “finanza per la finanza” non va letta soltanto come eccesso speculativo, ma anche come conseguenza di un sistema in cui i mercati anticipano molto rapidamente cambiamenti tecnologici, monetari e geopolitici che l’economia reale impiega anni a trasformare in produttività, salari e investimenti. Un esempio è l’intelligenza artificiale: i mercati hanno già attribuito un enorme valore alle imprese che potrebbero beneficiarne, ma l’impatto concreto su produttività diffusa, occupazione e redditività della maggior parte delle aziende è ancora in fase iniziale e non chiara. Lo stesso vale per la transizione energetica, la difesa e le infrastrutture digitali. I mercati possono riflettere rapidamente una nuova narrativa, ma la costruzione di infrastrutture e competenze richiede tempo, capitale e consenso politico.
Troppe speculazioni in circolazione?
In alcuni segmenti siamo in effetti di fronte a speculazioni: valutazioni estreme, investimenti concentrati su pochi titoli, entusiasmo su IA e livelli elevati di indebitamento dovrebbero indurre alla cautela. Secondo me, però, più che domandarsi se esista una bolla pronta a scoppiare, occorre interrogarsi sulla capacità della ricchezza finanziaria di riflettersi anche nell’economia reale, e oggi questa corrispondenza appare sempre meno evidente.
E dalla finanza arriviamo così al credito. C’è il rischio di escludere ampie fette di mercato come denuncia sempre il Papa con l’avvento dell’IA?
Nella gestione del risparmio l’intelligenza artificiale rappresenta da un lato una straordinaria opportunità per rendere il sistema più efficiente, dall'altro rischia di rafforzare le posizioni degli operatori più grandi, con potenzialmente una riduzione dell’offerta. Invece, l’utilizzo di questi strumenti è particolarmente delicato nell’accesso al credito, dove decisioni automatizzate prive di adeguata trasparenza possono penalizzare i soggetti più vulnerabili, le minoranze o chi non ha una storia creditizia come i più giovani, i lavoratori precari o gli immigrati.
Non è una questione di poco conto.
All’interno della Magnifica humanitas si fa riferimento proprio al rischio che il fatto di permettere a un algoritmo di prendere decisioni rilevanti per la vita delle persone, senza trasparenza e responsabilità chiare, peggiori le diseguaglianze esistenti. Al momento, la risposta regolatoria diverge sulle due sponde dell'Atlantico, e l’Europa si mostra certamente più sensibile rispetto agli Usa sulle implicazioni etiche, classificando “ad alto rischio” i sistemi di IA destinati a valutare il merito creditizio delle persone fisiche, imponendo verifiche sull’equità e obblighi di trasparenza. Negli Stati Uniti, al contrario, le operazioni dell’istituzione preposta, il Consumer Financial Protection Bureau. sono state di fatto sospese nel febbraio 2025, indebolendo la supervisione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





