Tagli, riconversioni industriali e proteste: la crisi Volkswagen preoccupa l'Europa

Contestazioni e fischi in Bassa Sassonia per l'amministratore delegato della casa automobilistica tedesca, Oliver Blume. Via un quarto dei manager, sindacati sul piede di guerra mentre l'ipotesi di modificare le fabbriche in chiave militare cresce sempre di più.
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August 27, 2026
Tagli, riconversioni industriali e proteste: la crisi Volkswagen preoccupa l'Europa
Il logo Volkswagen all'esterno dello stabilimento del gruppo a Wolfsburg, in Germania / Epa, Ansa
Quattromila dipendenti dell’impianto di Emden furibondi, l’auto dell’ad Oliver Blume bloccata per qualche minuto, il tutto condito da un diluvio di fischi. Si può ben dire che la tensione tra i dipendenti Volkswagen è alle stelle. Emden, in Bassa Sassonia (Nord della Germania) è uno dei quattro stabilimenti del gruppo minacciati dalla chiusura (gli altri come noto sono Hannover. Zwickau e Neckarsulm) e i nervi sono scoperti. Blume, al suo secondo giorno di tour per gli impianti del gruppo (due giorni fa era a Wolfsburg, sede centrale del colosso automobilistico, ieri a Emden e poi a Zwickau), mostra comprensione. «Prendiamo molto sul serio – dice durante l’incontro – le preoccupazioni e i timori delle persone qui a Emden e in tutta la regione».
E tuttavia non demorde dal suo messaggio: Volkswagen deve risparmiare e ristrutturarsi per sopravvivere. Già la settimana scorsa aveva avvertito che «la situazione è seria, è più che critica». L’ad insiste con il suo piano, rincarando anzi con l’inclusione del management, con la prospettiva di tagli per il 25% anche in questo comparto. «Tutti i settori – ha dichiarato nell’incontro con le maestranze – devono dare il proprio contributo; si tratta di uno sforzo enorme che potrà avere successo solo se affrontato insieme». Già martedì aveva confermato i 50.000 tagli aggiuntivi (per un totale di 100.000), la metà dei quali in Germania. I sindacati temono si arrivi anche a 115.000 esuberi su un totale di 657.000 dipendenti a livello mondiale. Nei giorni scorso Blume ha definito il gruppo «sovradimensionato», il che, ha spiegato, «ci rende spesso troppo lenti e complicati». Della serie: non si può più aspettare.
Per i dipendenti di Emden non c’è da stare allegri. «Il viaggio non è finito – insiste l’ad – noi non ci misuriamo solo con le nostre prestazioni del passato, ma anche con le migliori località in Europa». E a Emden «i costi del lavoro sono oltre il doppio di quelli in luoghi europei analoghi. E, quando si tratta di costi di fabbrica, altri impianti sono significativamente meno onerosi. Non è una critica: è la realtà con la quale dobbiamo misurarci». L’allusione è anzitutto a impianti in Slovacchia e Ungheria, dove il costo del lavoro è decisamente più basso. Lo stesso vale per il Portogallo: ieri l’azienda ha confermato la produzione del modello elettrico ID-Every1 nello stabilimento di Palmelia, dov’è prodotto inoltre il modello T-Roc. Il problema, insomma, è anzitutto proprio l’alto costo del lavoro in Germania.
Blume non ha confermato finora le chiusure (l’ipotesi è il 2031 per Emden), anche se ieri si è sbilanciato un po’ di più. «Se, nonostante tutti i nostri sforzi – ha detto ai lavoratori – emergerà che non è possibile mantenere l’impianto, non è che la nostra responsabilità finisce qui. Lottiamo per prospettive industriali e per l’occupazione, con partner, investitori, nuove soluzioni industriali». Sembra un’allusione alla soluzione che si prospetta per Osnabrück, impianto in chiusura l’anno prossimo, che dovrebbe esser riconvertito per forniture militari alla società di difesa israeliana Rafael Advanced Defence System, da cui dipende l’Iron Dome (la cupola d’acciaio) che difende Israele. Ieri l’Hannoversche Zeitung parla della possibilità della creazione di una società ad hoc da parte del land della Bassa Sassonia e del governo federale.
Parole fumose che indubbiamente non rassicurano le maestranze. E i sindacati sono sempre più sul piede di guerra, anche se per ora non sono stati annunciati scioperi. «Una visione per il futuro – tuona Daniela Cavallo, capo del Consiglio aziendale di Volkswagen – deve consistere in molti elementi diversi. Non solo di tagli di impianti, costi di lavoro e di personale». La vede così anche il land della Bassa Sassonia, che grazie a una legge (la cosiddetta «legge Volkswagen») detiene il 20% dei diritto di voto con l’11,8% del capitale. Da settimane il ministro-presidente Olaf Lies si batte contro chiusure e licenziamenti. Insieme alla quota dei rappresentanti dei lavoratori potrebbe far mancare la maggioranza per il piano di Blume. Non a caso questi ultimi includono uno stratagemma che fa infuriare politica e sindacati: il distacco del marchio Volkswagen dalla holding complessiva per sottrarlo all’area di applicazione della legge. Finora comunque, Blume non è riuscito a far passare il suo piano, come si è visto all’ultima riunione del consiglio di sorveglianza prima della pausa estiva, il 9 luglio scorso. L’occhio è rivolto alla riunione del 4 settembre, che si preannuncia decisamente complicata. L’ad è in sostanza tra due fuochi: l’ostilità di sindacati e politica ai tagli e alle chiusure, e invece il pressing fortissimo soprattutto delle due principali famiglie, i Porsche e i Piëch, che anzi chiedono un nuovo, più radicale piano di risparmio.
Pochi giorni fa il sito di Der Spiegel ha parlato di un piano intitolato «Group Target Picture 2030», che prevede la chiusura di Emden e Zwickau nel 2031, Hannover nel 2032 e Neckarsulm nel 2034. In gioco anche il recupero del margine operativo crollato al 3,8%. «Insufficiente per i necessari investimenti» ha dichiarato Blume. L’obiettivo è di triplicarlo entro il 2030. Non sarà facile, tra crollo del mercato cinese, dazi Usa e tensioni geopolitiche internazionali.

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