Liturgia e Vaticano II,
la riforma che difende
la vera tradizione

Leone XIV si è soffermato a lungo sulle motivazioni che hanno portato alla revisione dei libri liturgici, ricordando che «il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo»
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August 27, 2026
Liturgia e Vaticano II,
la riforma che difende
la vera tradizione
Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro, ieri, per l’Udienza generale del mercoledì /Ansa
Ebbene sì: la riforma liturgica non è una “invenzione” del Concilio Vaticano II. Leone XIV dixit. Intendiamoci: questa affermazione non è certo una novità per chi conosce la materia, ma è una cosa che andava detta e chiarita, soprattutto per disinnescare un certo tipo di narrazione sulle forme del rito, a volte incancrenita attorno alla semplice contrapposizione tra pre e post Concilio, tra antico e nuovo rito. La puntualizzazione del Papa – articolata ieri durante una catechesi del mercoledì un po’ più lunga del solito nella Basilica di San Pietro –, invece, rimette al centro del dibattito il vero cuore della questione. Prima di tutto perché demolisce una visione che riduce il criterio di autenticità della liturgia a una adesione formalistica al passato o, secondo l’idea opposta, alla spasmodica e sterile rincorsa a linguaggi più moderni. E poi perché mettendo a fuoco questa parte della vita di fede (il modo in cui si celebra ciò in cui si crede) offre la giusta prospettiva sul senso dell’agire della Chiesa nel mondo. Azione che si gioca nell’eterno ponte tra trascendenza e storia, tradizione e rinnovamento, divinità e umanità, l’immutabile e ciò che muta continuamente. E alla fine il messaggio che emerge dalla catechesi papale è chiaro: essere fedeli alla tradizione significa porsi dentro qualcosa di vivo, un movimento che cerca il modo migliore per permettere alle donne e agli uomini di ogni tempo di entrare in relazione con Dio.
Prevost lo ha spiegato molto bene ieri, all’Udienza generale, durante la quale, proseguendo la serie sui documenti del Concilio Vaticano II, è ritornato per l’ultima volta sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Dilungandosi più del solito, infatti, il Papa ha messo in luce le motivazioni che hanno portato alla riforma liturgica conciliare. Lo ha fatto in particolare in un passaggio fondamentale: «La liturgia essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici». E poi ancora: «Il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico». E quindi «la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone nel solco della tradizione vivente della Chiesa». Cos’è dunque la vera tradizione? È prima di tutto “riforma”. Un compito che da sempre tiene assieme «elementi divini, immutabili, ed elementi umani, che invece “possono subire varie modifiche”», come ricordava già Pio XII nel 1947, ben prima del Concilio quindi.
In tutto questo, ricorda Leone XIV, c’è un punto focale di assoluta importanza, senza il quale non si capisce questo continuo sforzo della Chiesa: la liturgia è esperienza, è momento di incontro, è spazio in cui si realizza la relazione con Dio. Perché tutto questo prenda forma è necessario comprendere quello che si vive – i gesti e le parole –, per non restare «estranei o muti spettatori». Ovviamente, ben sottolinea il Papa, la necessità di rendere la liturgia comprensibile non giustifica «gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano». Ma una cosa è certa: se la Chiesa da sempre ha cercato di andare incontro all’umanità e ai suoi ritmi per comunicare Dio anche nella liturgia (emblematico è il caso delle celebrazioni della Settimana Santa che nel tempo si erano spostati al mattino prima di essere riportati ai loro orari originali nel 1955) allora chi si volesse ergere a difensore della tradizione non dovrebbe decantare i bei tempi che furono (e che appunto non esistono più) ma impegnarsi fino in fondo nel continuo movimento di riforma perché la liturgia (e tutta la Chiesa) parli alla vita delle persone.

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