La solitudine? Non si declina al singolare. È un problema sociale
Il progetto Lonely-Eu studia un fenomeno che coinvolge una persona su sei. Catellani: «Le persone sole tendono ad avere meno fiducia nelle istituzioni, aderiscono più facilmente a ideologie complottiste, non vanno a votare»

Sembrerebbe una questione personale, intima, individuale. E invece la solitudine non si declina al singolare. Un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità del 2025 stima che una persona su sei nel mondo dichiara di sentirsi sola e ogni anno oltre 871mila decessi sono correlati all’isolamento sociale. Da questi dati ha preso spunto il progetto di ricerca europeo Lonely-Eu che integra studi di psicologia sociale con strumenti avanzati di intelligenza artificiale predittiva. Lo studio coinvolge cinque atenei europei tra cui l’unità di ricerca del centro Psychology, Law and Policy Lab (PsyLab) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Patrizia Catellani, direttrice del PsyLab, spiega che «gli obiettivi della ricerca sono tre: indagare le cause della solitudine, esplorare gli effetti sulla comunità e proporre soluzioni alla classe politica».
Il progetto parte dall’analisi di dati già raccolti nei 27 Paesi europei sulle cause del fenomeno. «I fattori che portano alla percezione della solitudine sono molti - continua Catellani - dipendono dalle disuguaglianze economiche, dall’età, dall’essere donna, all’avere problemi di salute. Noi stiamo cercando di capire come questi elementi sono connessi tra loro». Oltre alle conseguenze sulla salute fisica e mentale, impattando in modo significativo sul tasso di mortalità, la solitudine è un problema plurale anche negli effetti sulla comunità. «Le persone sole tendono ad avere meno fiducia nelle istituzioni, aderiscono più facilmente a ideologie complottiste, riducono la partecipazione all’attività pubblica e non vanno a votare» aggiunge la professoressa.

Le categorie sociali più esposte ai rischi della solitudine sono i giovani e gli anziani. Tra i giovani, in particolare, i dati mostrano un aumento significativo: nel mondo tra il 17% e il 21% delle persone tra i 13 e i 29 anni dichiara di vivere una condizione di solitudine, con livelli ancora più elevati tra gli adolescenti. Il periodo del Covid ha amplificato la percezione di isolamento e ha lasciato dei cambiamenti anche nel mondo del lavoro. «La diffusione del lavoro a distanza, pur offrendo vantaggi, ha modificato le forme di socialità che si generano tra colleghi». A questo si aggiunge l’eccesso di connessione: la presenza altrui costante, sincopata e incorporea può produrre una forma di affaticamento emotivo e relazionale che fa crescere nelle persone «un senso di smarrimento, di perdita del controllo dei canali e una superficialità nei contatti che aumenta il senso di isolamento». Dalla ricerca scientifica si cerca di approdare a politiche di intervento reale, l’obiettivo finale dello studio, infatti, è creare una rete concreta di contrasto alla solitudine strutturata con il contributo di organizzazioni del terzo settore e delle istituzioni. «Un aspetto che stiamo sviluppando è la percezione della solitudine anche come momento di crescita. Meditare, prendersi dei momenti solitari per rivedere le proprie scelte e riflettere dà dei riscontri positivi» aggiunge Catellani. Se si considera lo stare da soli anche come un valore, si è più disposti a incontrare gli altri non solo per sopperire a un bisogno, ma per il desiderio di condividere e intraprendere relazioni. Svolgere attività fisica in gruppo sembra avere effetti positivi sulle persone sole.
«L’altro tema su cui ci concentriamo è l’uso dei social media, senza demonizzarli. Per esempio gli anziani che si avvicinano al mondo online possono beneficiare sia dell’incontro con persone di età diversa, sia perché per la creazione di rapporti nuovi». Anche l’intelligenza artificiale apre scenari inediti nel rapporto con persone in condizioni di fragilità. Se da un lato offre una forma di compagnia e di supporto, dall’altro rischia di diventare una relazione sostitutiva, un confronto surrogato che isola ancora di più. Allenarsi a stare soli può essere una soluzione, perché la solitudine non consiste nell’assenza fisica degli altri, ma nel sentirsi esclusi, invisibili, inconsistenti.
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