La Liberia è fuori dall’incubo Ebola. Grazie a vaccini e solidarietà

Ecco come il Paese africano è riuscito ad affrontare e a superare una delle crisi sanitarie più devastanti della storia. Il virus che ha decimato intere comunità e spezzato migliaia di famiglie oggi è un ricordo lontano. Ma le per curare le cicatrici, servirà ancora del tempo
Google preferred source
August 29, 2026
La Liberia è fuori dall’incubo Ebola. Grazie a vaccini e solidarietà
Volontari assistono i piccoli pazienti all’ospedale di Monrovia/ Msf
Il sole che filtra timidamente tra le nuvole, il vento che porta il profumo salino e selvaggio dalla costa dell’Atlantico. Appena si arriva in Liberia, un paese che soltanto pochi anni fa era sprofondato nel dramma dell’epidemia di Ebola, l’aria pulita e la luminosità del cielo sorprendono come una ninfea che sboccia in una palude angusta. Il virus insidioso e letale che aveva decimato intere comunità, spezzato famiglie e lasciato un’impronta indelebile nelle anime di chi aveva combattuto la battaglia più dura della propria esistenza, sembra un ricordo lontano. Eppure l’ultima emergenza, un anno fa, aveva fatto temere che un nuovo focolaio potesse allungare le sue spire su tutta la popolazione. Non accadeva dal giugno del 2016, quando l’Organizzazione mondiale della sanità, a due anni dall’inizio dei primi contagi nel paese, aveva accertato l’assenza di nuovi casi per quarantadue giorni di fila, pari a due cicli di incubazione del virus. Seppur indebolita e ancora timorosa, la Liberia è oggi del tutto “ebola free”: il Ministero della Salute liberiano conferma che il paese è completamente privo dell’infezione.
Il racconto del viaggio nel cuore di un Paese ferito ma resiliente, un resoconto di resistenza e di speranza, parte proprio dalla battaglia vinta la scorsa estate grazie, soprattutto, alle vaccinazioni. Uno studio condotto da Epicentre, il centro di ricerca medica ed epidemiologica di Medici Senza Frontiere, ha dimostrato che la campagna vaccinale contro Ebola ha dimezzato il tasso di mortalità nell’ultima diffusione. I risultati, pubblicati su “The Lancet”, evidenziano che la percentuale dei decessi tra i pazienti non vaccinati era del 56%, contro il 25% di coloro che avevano ricevuto la prima dose. Attraversando Monrovia, la capitale immersa nella sua incessante agitazione, è inevitabile ritrovarsi a riflettere sulle cicatrici che questa crisi ha lasciato sulla pelle della sua gente, ma anche la speranza che è andata oltre le macerie di case e famiglie distrutte. Le storie di chi ha avuto il coraggio di affrontare Ebola parlano di eroismo silenzioso, di dolore e di rinascita, di quella forza umana che si manifesta quando tutto sembra perduto.
A Bromley, uno dei tanti villaggi nascosti tra le foreste di Monrovia, e ancora attiva come punto di osservazione la clinica gestita dagli operatori di Msf. «Durante l’epidemia, le strutture sanitarie erano un campo di guerra. Mi ricordo le facce di quei malati, i genitori che si nascondevano con i figli infetti, le veglie funebri che duravano giorni, il dolore di chi aveva trovato il corpo di un proprio caro e non poteva nemmeno piangerlo» ricorda Justine Hallard, che per anni ha coordinato il progetto di supporto psicologico per i sopravvissuti. L’esperienza di chi ha visto troppo e nonostante tutto crede ancora nella possibilità di guarire. Una testimonianza che è un pugno allo stomaco, ma anche un’iniezione di ottimismo: «Abbiamo creato strutture pensate per curare non solo il corpo, ma anche la mente devastata da questa terribile prova» la rivendicazione orgogliosa di chi ha speso la vita per gli altri. Andando avanti tra le strade polverose di West Point, la grande baraccopoli che si staglia come un’ombra nera sulla città, si incontrano tanti giovani che portano sul viso i solchi di quella lotta.
«Ho perso mia madre e una sorella» dice Rosaline, 25 anni, sarta, che negli anni ha visto morire anche suo padre, indebolito dalla malattia, e tanti suoi parenti. La voce le trema, ma l’orgoglio di essere viva, di avercela fatta, è più forte di tutto. «I miei cari sono morti di Ebola, ma io sento il bisogno di raccontare a tutti che quella malattia si può vincere. La paura ci ha diviso, ma la conoscenza può farci riunire» la sua certezza. Testimonianze forti come quella di Rosaline contrastano con il ricordo di chi ha portato addosso il peso dello stigma. Un’ombra che è gravata a lungo sulle esistenze di chi ha avuto la fortuna di superare Ebola: il timore di essere ostacolati, di essere emarginati, di essere considerati contaminati in eterno. Le autorità delle comunità contagiate hanno affidato per anni alle “megafonate” ufficiali le raccomandazioni e i divieti che hanno lasciato inalterate le insicurezze e i pregiudizi radicati nel profondo delle culture locali.
In questo contesto, le équipe di MSF hanno avviato programmi di supporto psico-sociale e campagne di sensibilizzazione. La clinica di Bromley, una piccola struttura immersa nella vegetazione, è stata un punto di riferimento per tutta la popolazione della zona. Qui, tra le pareti dipinte di azzurro e le tende di tessuto colorato, hanno operato a lungo persone come Theresa Traub, psicologa, che ha compreso bene quanto fosse importante far sentire alle persone che «il pericolo se n’era andato» e che era possibile ricostruire rapporti di fiducia e di calore umano. Gesti semplici ma potenti, come un abbraccio: un atto di resistenza contro lo stigma e il confine invisibile che Ebola aveva tracciato tra i sopravvissuti e le comunità di appartenenza. Non ci si può limitare a parlare della guarigione solo attraverso le medicine.
Fondamentali sono risultate la rieducazione alla socialità, la promozione di norme igienico - sanitarie elementari, la riappropriazione dei rituali funebri in modo sicuro — per esempio, cambiando le modalità di sepoltura — e il superamento della “no-touch policy” imposta durante l’epidemia. Questi aspetti si sono rivelati cruciali per superare paure radicate negli anni. Tra le storie più toccanti, quella di Blamama Roberts, una donna segnata dal dolore e dal lutto. Prima di Ebola, viveva con la famiglia nella periferia di Monrovia. Dopo aver perso quasi tutti i figli e il marito, è rimata sola con tre bambini. «Durante l’epidemia anche noi ci siamo ammalati - racconta con occhi lucidi - Ci hanno portati in clinica, hanno curato me e i miei figli sopravvissuti. In quel momento ho capito che la malattia poteva essere sconfitta. Ma la comunità ha cominciato a guardarci con occhi diversi, lo stigma ci ha isolati a lungo». La sua storia, come quella di tanti altri scampati al virus, evoca il lento ma possibile processo di riconciliazione sociale. Ma il trauma psicologico più profondo riemerge dai ricordi di molti.
James T. Bonah, un uomo di 53 anni, che continua a mostrarsi convinto del valore della “memoria” sottolinea che «tre anni di Ebola sono stati più duri della guerra civile, perché non si vedeva chi era malato e chi no. Ebola ti prende i sogni, ti porta via tutto, anche le persone che ami ancora vive e che non puoi avvicinare». La paura di “toccare” era radicata così come il concetto di contaminazione che rendeva ogni sepoltura un atto di fiducia nella scienza e nel protocollo sanitario, più che un rito religioso o della cultura tradizionale. Poi, in questa terra martoriata, la luce si è fatta strada grazie alla resistenza di chi, tra missionari, volontari e operatori sanitari, ha deciso di lottare senza tregua. La creazione di centri di salute mentale, il sostegno ai familiari delle vittime, le campagne di educazione preventiva erano piccoli fari all’orizzonte di un paese che, pur tra mille difficoltà, si rimboccava le maniche.
Il ricordo del mio primo viaggio in Liberia, che più di ogni altro ho voluto portare con me, un gesto di speranza: la posa della “prima pietra” dei nuovi centri di assistenza a West Point, chiamati “Star of the Sea”, simbolo di una rinascita che scaturisce dal dolore e che, passo dopo passo, si tende verso il futuro. Le facce di bambini e adulti tornati a sorridere, a frequentare le scuole e a ricostruire rapporti infranti, sono anche oggi l’immagine più potente di questo lungo cammino. In un contesto di estremo disagio e di faticosa lotta contro lo stigma, l’umanità ha dimostrato di poter prevalere, di poter ricostruire i legami spezzati dalla paura. L’esempio della Liberia, insegna che il vero coraggio non è solo nella lotta contro il virus, ma soprattutto nella capacità di ascoltare, comprendere e tendere una mano a chi è in difficoltà anche quando tutto sembra perduto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire