I nostri troppi “frate Lupo” e la via francescana per riconciliarsi
Questo tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti: dai social alla guerra, ci sentiamo minacciati da lupi sfuggiti di mano che non dovrebbero stare tra noi. Francesco d’Assisi mostra però la via per una convivenza ritrovata dove si inventano i passi di una mediazione proprio dove e quando sembra impossibile

Il Lupo di Gubbio con ogni probabilità non è mai esistito. Al tempo di Francesco, però, i lupi erano davvero pericolosi: una minaccia piuttosto nuova, in parte dovuta allo sviluppo delle città, che all’epoca del santo di Assisi era tratto della modernità, segno dei tempi. Per questo, l’episodio attrae la nostra attenzione. Anche i nostri giorni sono minacciati da una crescente dose di conflittualità e, d’altra parte, da una pericolosa mancanza di mediatori, dell’arte della diplomazia. Anche a livello di rapporti umani, non solo di geopolitica.
Quella del Lupo di Gubbio è leggenda incentrata su un vero e proprio topos fiabesco: il lupo cattivo. Un’immagine tipicamente medievale: non a caso anche la storia di Cappuccetto Rosso nasce nel cuore del Medioevo (la prima attestazione risale intorno all’anno mille) mentre l’espressione “in bocca al lupo” è attestata dal 1294. Spiega Domenico Sebastiani: «Il lupo diviene bestia antropofaga, e innumerevoli sono – in varie parti d’Europa – le segnalazioni e le cronache, sia civili che ecclesiastiche, circa uomini e soprattutto fanciulli attaccati e sbranati dai lupi. I forti disboscamenti e l’aumento delle aree coltivate privavano l’animale del proprio habitat naturale e della selvaggina di cui si nutriva, costringendolo ad avvicinarsi a spazi urbanizzati per attaccare animali domestici e, talvolta, le stesse persone. Ecco dunque il moltiplicarsi, in tutta Europa, del culto di santi protettori dai lupi».
Pensiamo ai nostri giorni. I “lupi” si sono avvicinati e moltiplicati, nel volto di guerre che iniziano ma non finiscono, nel nuovo culto delle emozioni forti, nella violenza fai da te, spacciata per difesa privata, e in un clima velenoso, torbido e minaccioso che l’ambiente della Rete, sfuggito di mano, sembra aver prodotto. Il linguaggio feroce dei social appare, spesso, proprio come qualcosa che non era previsto quando Internet nacque: una realtà, in parte, sfuggita di mano, sottratta al nostro controllo. Un lupo che non dovrebbe stare tra noi e invece ci si ritrova. Il nostro tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti. Di forza pacificatrice. Di discernimento lento e razionale delle cause di odi, guerre, contrapposizioni. Anche nelle famiglie, nei partiti, nel vivere civile che si fa sempre più incivile, da lupo mannaro.
Nell’incontro tra Francesco e il lupo, ritroviamo un vero e proprio modello di creatività diplomatica, di riconciliazione tra chi vive in conflitto. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi. Nel capitolo XXI dei Fioretti di San Francesco si legge: «Al tempo che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della terra, come se eglino andassero a combattere». Francesco decide di andare incontro al lupo, nonostante tutti, a Gubbio, cerchino di dissuaderlo. «Frate lupo – gli dice il Santo –, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più».
Francesco non fa sconti: il lupo si è macchiato di gravi colpe. E insiste: «Frate lupo, dappoichè ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperciocché io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male». Ammansita la fiera, rimaneva ancora da ammansire il popolo. Perché le guerre si fanno sempre in due. Il Santo, riunita la popolazione, predica che non è la bocca del lupo il pericolo maggiore: «Perché quella può uccidere solo il corpo». La bocca da temere è invece quella dell’inferno, nella quale si è dannati per l’eterno. È dai peccati, dunque, che bisogna guardarsi, più che dagli animali selvatici. «Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca di un piccolo animale?». Il popolo, con voce unanime, promette dunque di nutrire il lupo, che visse due anni a Gubbio, entrando nelle case come un qualsiasi animale domestico. La convivenza ritrovata.
Non tutti gli studiosi concordano sullo sfondo storico di ispirazione. Per Franco Cardini il lupo simboleggia il male che incombe sulla città e i suoi abitanti. L’animale, per antonomasia avido e feroce – si pensi alla lupa dantesca quale personificazione dell’avidità – rispecchierebbe i difetti tipici delle città comunali dell’epoca. Altri mettono in relazione l’episodio leggendario con un fatto invece storico, la conversione dei ladroni di San Sepolcro. A ogni modo, quello che più rende significativo, per noi, l’episodio dei Fioretti è il fatto che Francesco, in realtà, non “converte” solo il lupo feroce ma un’intera città alla causa di una necessaria opera di conciliazione. Chiama “fratello” anche il lupo. E non esita a esortare i cittadini a convertirsi. Non addomestica soltanto una bestia: parla, fa dialogare e affronta alla radice le motivazioni dello scontro, le ragioni profonde del conflitto: la fame per il lupo, la paura e l’avidità per il popolo. Quella di Francesco non è una pace ideologica, per partito preso. Caso mai una lezione di pace politica.
Francesco è mediatore. Per mediare bisogna fuggire gli estremi, far convergere. Non c’è una parte da difendere a priori. Ci sono dei passi da inventare e da far compiere. Con pazienza, con verifiche. C’è un lupo e la sua fame. C’è il popolo, le sue paure, il suo diritto alla sicurezza ma anche la sua totale incapacità di parlare con la bestia affamata. Non esiste una “parte” che è buona a prescindere: questo è il presupposto dei tifosi, non dei pacificatori.
In un conflitto, l’unica priorità è ricomporlo. Raggiungere la fine delle ostilità è l’unico faro. Non fomenta guerre, Francesco: avrebbe potuto consigliare al lupo di andare a rubare solo il cibo dei ricchi, soluzione ideologica per mantenerlo, lo scontro, senza sgonfiarlo. Avrebbe potuto suggerire che la popolazione spendesse per armarsi di fucili, visto che il popolo aveva ben diritto di difendersi. La strada del Santo è la strada evangelica. Strada di ricerche di vie perché le parti si avvicino, con una sola priorità: che cessino le ostilità. Che se ne riconoscano le ragioni. In una guerra, che sia in casa o sul confine tra Stati tutti sono chiamati alla propria “conversione”, a passi di discernimento complesso e ragionato. Per arrivare a sciogliere nodi. In una guerra, nessuno può prevalere da solo. Né il lupo, né il popolo che lo voleva abbattere.
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