«Noi, venezuelani, sfiniti dal sisma». Due mesi dopo il terremoto non è finito

di Estefano Tamburrini, Catia La Mar (La Guaira)
Dal 24 giugno sono sempre più diffusi nel Paese sudamericano ansia e autolesionismi. Drammatico il dato sui suicidi: sono stati 60, la media è di uno al giorno. I medici: «A Caracas serve un esercito di psicologi»
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August 29, 2026
«Noi, venezuelani, sfiniti dal sisma». Due mesi dopo il terremoto non è finito
Distruzione a La Guaira, una delle zone più colpite dal terremoto del 24 giugno / Tamburrini
Ha gli occhi pieni di lacrime, fissa i Caraibi e siede in riva al Paseo La Marina, il lungomare che abbraccia i tramonti di Catia La Mar, ora desolato e pieno di detriti che a tutti ricordano il devastante terremoto di due mesi fa. La straziante espressione di Manuel Pérez, 39 anni, ricorda il pianto di Ulisse, che dal lido della grotta di Calipso guardava il mare, sognando il ritorno a casa, la sua Itaca. Manuel però non ha più un tetto a cui tornare.
La sua abitazione, distante pochi metri da dove siede, è andata distrutta il 24 giugno. Due mesi dopo, sulle due pareti rimaste in piedi leggiamo: «Proprietà privata». Ci hanno pensato i vicini, come se la frase scritta con lo spray bastasse a scongiurare l'irruzione degli sciacalli (qualcuno in divisa) che, in mezzo alla tragedia, fanno razzia di beni incustoditi. «Questa non ci voleva – commenta Pérez sottovoce, rievocando l'alluvione del 1999 –. Mamma e papà non ce l'hanno fatta. Ma c'è un problema anche per noi, rimasti in vita, costretti a ripartire da capo soli e senza un soldo». Certo, il governo di Delcy Rodríguez garantirà la titolarità dei terreni per chi ha perso la casa e aprirà crediti che copriranno fino all'80% della ricostruzione di ogni abitazione.
«Ma ci vorranno degli anni. E poi, chi ce l'ha il venti percento rimanente? – si chiede Juliana Pereira (56 anni, madre di due figli), in riferimento ai 14mila dollari che le servirebbero per ricostruirsi un’abitazione –. Siamo in rosso: guadagniamo meno di 200 dollari al mese e per vivere ne servono cinque volte tanto». Il domani costa troppo e del passato restano solo macerie dalle quali si traggono gli ultimi cadaveri, ma anche foto di famiglia, diplomi e persino taccuini di buoni propositi, con scritte come: «Entro l'anno, smetterò di fumare».
Il superstite è quindi bloccato nel qui ed ora, come spiega lo psicologo clinico Manuel Hernández Pacheco, là dove «il trauma tende a ripetersi» in una specie di «eterno presente» che lo devasta. Pesa anche il contesto che ha preceduto il sisma: povertà, violenza politica, repressione. «Dopo il sisma, siamo emotivamente bruciati», è lo sfogo di un volontario. Massima attenzione viene data ai più piccoli, che faticano a rimanere dentro le tende di tre metri quadri importate dalla Cina. «Devo rincorrerlo. La tenda è minuscola. Lui non riesce a starci. Vuole uscire, giocare, ma fuori non è sicuro», dice Yuleima, madre di un piccolo di tre anni.
«Loro sono tra i più vulnerabili. E noi cerchiamo di portare un sorriso in mezzo al dolore – racconta Enmanuel Suarez, 24 anni, psicologo giunto sul posto insieme ad altri colleghi dello Stato Lara, distante centinaia di chilometri, per tenere un laboratorio con i bimbi della località di Playa Grande –. Ci preoccupano soprattutto quelli neuro divergenti, affetti da autismo e Adhd, le cui vulnerabilità si acuiscono in una situazione di crisi come questa». Per il suo gruppo «occorre vigilare sul trattamento che viene dato ai piccoli nelle tendopoli», là dove «l'emergenza umanitaria è al suo punto più delicato». Inoltre, atteggiamenti suicidi si insinuano tra coloro che hanno perso tutto. «Qualcuno si è già tolto la vita – spiega Zuly Mejias, direttrice del Centro studi “Otro enfoque” –. Hanno perso le loro famiglie e le loro abitazioni».
Interpellata sul fenomeno, Caracas non risponde, mentre fonti indipendenti registrano almeno sessanta suicidi tra i superstiti. Medici senza frontiere e la Federazione venezuelana degli psicologi avvertono un'impennata di «casi di depressione, insonnia e pensieri di autolesionismo sempre più ricorrenti». Preoccupa anche la situazione di chi cerca ancora i corpi dei propri cari. «Cerco mio zio. Non lo lascerò solo. Lui lo sa. Non tornerò a casa senza recuperarlo – dice Alejandra Padrón, 39 anni –. Non ero preparata per tutto questo». Nessuna informazione su oltre 40mila dispersi. La priorità è tutta sulle demolizioni e sulla rimozione delle macerie.
Le operazioni rallentano il passo a Caraballeda, Naiguata e Tanaguarena, coperte da una nube di polvere che ricopre ogni cosa. «Senza sepoltura il lutto rimane in sospeso – spiega Clara Astorga, presidente della Federazione di psicologi del Venezuela –. La ricerca dei corpi rende ancora più dura la situazione psichica di migliaia di persone». È anche per questo che si è attivata la rete di psicologi dell'Università cattolica “Andrés Bello” e dell’ospedale “José María Vargas”, riconoscibili dal camice bianco, impegnati ad accompagnare chi vive dolore, rassegnazione e disillusione. «Qui però servirebbe un esercito di psicologi», è la loro constatazione. Auspicio impraticabile, anche se i dodicimila psicologi del Venezuela si spostassero di colpo al Litorale centrale. I superstiti provano a ripartire, sfidando l'emergenza e la propria fragilità. È il caso di Dayana, che a giorni alterni apre il suo negozio di alimentari. «Ho riaperto l'attività sette giorni dopo il terremoto – dice Dayana rassegnata –. Lavoro, mi sento utile e provo a non farmi piegare dalla sensazione di sconfitta che colpisce tutte e tutti, come se avessimo appena perso una guerra».

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