Così il "woke" ha spaccato il fronte dei diritti
Dalle lotte operaie e femministe alle istanze identitarie contemporanee: la rottura dell'universalismo progressista ha trasformato la sinistra. Ne è valsa la pena?

Caro direttore, la discussione sul “woke” è partita male. Le prime battute, dall’editoriale di Ezio Mauro, dagli interventi e le interviste da Manconi a Cacciari alle dichiarazioni di politiche e politici non fanno altro che ripetere lo stucchevole refrain su come bilanciare diritti civili e diritti sociali senza contrapporli, per carità. Non vogliamo certo tornare indietro ai tempi bui in cui non c’era la legge 194 e donne, omosessuali e variamente disabili erano discriminati, si sprecava il linguaggio sessista; non vogliamo mica dare una mano a Vannacci, come recita l’ultimo spauracchio. Tutti questi moniti sono agitati da chi, ed è la stragrande maggioranza degli opinionisti/e, dei giornalisti/e, e dei politici e politiche, non ha inteso e non vuole intendere che il termine “woke”– importato da un’altra lingua al pari del famigerato “gender” (e quindi facilmente manipolabile secondo le convenienze) – definisce l’impianto di una cultura politica. Una cultura politica che non ha più niente a che vedere con quella, evocata in tanti interventi di questi giorni, dei gloriosi Trenta, del riformismo degli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Proprio quella cultura politica che negli States ha dato vita alle grandi campagne per i diritti civili dei neri e alla pari opportunità, che in Italia ha prodotto lo statuto dei lavoratori, l’abbattimento delle gabbie salariali, il divorzio, la legge 194, il nuovo diritto famiglia, il sistema sanitario nazionale tutto questo sull’onda di imponenti mobilitazioni operaie, ma anche di giovani e meno giovani donne che scoprivano la loro oppressione di sesso e la combattevano insieme a gay e lesbiche che volevano essere riconosciute e rispettate nella loro diversità.
Erano soggetti collettivi che agivano e si facevano interpreti di richieste e obiettivi che avevano un carattere universalistico. Il femminismo si è appunto affermato sulla base di un assunto che tutte le donne, indipendentemente dalla classe, dal ceto, dalla nazione, dall’etnia, dalla religione, sono tali perché accumunate dall’essere il sesso oppresso nell’ordine patriarcale. Ebbene tra gli anni Ottanta e Novanta, quest’impianto con tutte le categorie storico-filosofiche che lo sostenevano è stato sottoposto a una critica feroce e bene orchestrata. Vi ricordate il postmodern, il pensiero debole, la decostruzione, la “società non esiste,” l’"universalismo uguale a totalitarismo”? Senza entrare in dettagli, basti dire che da un certo momento in poi parlare di soggetti collettivi diventa tabu. Prosperità, benessere, libertà avevano solo gli individui, meglio i singoli, come principio e come fine, per cui ogni riferimento a valori e realtà superindividuali viene considerato oppressivo e lesivo della libertà e dei diritti del singoli. In campo filosofico si apre una battaglia spietata contro il cosiddetto “essenzialismo metafisico”. E in campo femminista ciò si è tradotto non solo nel fatto che parlare di donna, del sesso femminile equivaleva a fare della metafisica essenzialista, ma che lo stesso termine donna risultava escludente e discriminatorio nei confronti dei transgender. Ogni frammento, ogni minoranza vuole riconosciuta l’identità e i diritti che ne discendono. Non importa se ciò entra in collisione con altre identità e altri diritti. Questo stato di cose non è leggibile nei vecchi termini "diritti sociali/diritti civili". Chiedo: è un diritto civile comprare la pancia di una donna per avere un bambino? È un diritto civile usare i bloccanti della crescita nei bambini? È un diritto civile assumere in “autodeterminazione” un’identità sessuale? Questa usurata coppia concettuale non è che una scappatoia per sfuggire a questioni filosofiche, etiche e politiche urticanti per i cosiddetti “progressisti”.
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