Storia di Yacine, il migrante che ha scelto di "non vivere"

A 24 anni, il giovane tunisino si è impiccato all'interno della Foresteria per lavoratori stranieri del Villaggio Don Bosco nel Foggiano. Aveva dato segnali di forte disagio mentale, ma la presa in carico di questi problemi per chi si occupa di stranieri è sempre più difficile
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August 29, 2026
Storia di Yacine, il migrante che ha scelto di "non vivere"
La tendopoli di Borgo Mezzanone a pochi chilometri da Foggia / Ansa
Yacine, 24 anni, immigrato tunisino regolare, ha scelto di non vivere. Nella sua testa ha vinto quel male che via via lo aveva preso. Lo ha trovato venerdì un amico. Impiccato, all’interno della Foresteria per lavoratori stranieri del Villaggio don Bosco in località Vaccarella nel comune di Lucera nel Foggiano. Suicidio, dopo un primo tentativo il 16 agosto e un ricovero ospedaliero. Dopo dodici giorni ci riprova e ci riesce. Purtroppo.
Nuovo segnale drammatico della non accoglienza, soprattutto dei soggetti fragili come lui. Da alcune settimane era ospitato nella bella struttura dei Salesiani, riferimento di buona accoglienza. Veniva dall’indegno e disumano ghetto di Borgo Mezzanone ed era stato intercettato dal servizio di accoglienza del progetto Poli Sociali Integrati promosso dalla Regione Puglia. Un progetto che rientra tra le azioni di Su.Pre.Me 2, finalizzate a prevenire lo sfruttamento dei migranti residenti sul nostro territorio. In particolare i soggetti fragili come Yacine che da tempo aveva dato segnali di un crescente disagio mentale, una condizione purtroppo in forte aumento tra gli immigrati, provocata dalle violenze subite e dalle condizioni di vita nel viaggio migratorio ma anche nel nostro Paese, come più volte denunciato dalle associazioni che si occupano dell’accoglienza e da varie organizzazioni mediche. Purtroppo invano. E la vicenda del suicidio ne è la drammatica conferma.
Il malessere di Yacine è sfociato il 16 agosto col primo tentativo di suicidio con un’arma da taglio, usata più volte contro il suo giovane corpo. È seguito il ricovero presso il reparto di Chirurgia toracica degli Ospedali Riuniti di Foggia. Il 19 agosto il don Bosco invia una Pec all’ospedale, ai Centri di salute mentale di Foggia, e ai Servizi sociali comunali, per segnalare che «la Foresteria è una struttura di semi-autonomia nella quale non è prevista la copertura del personale h24 e non c’è personale medico a disposizione, pertanto non adatta ad ospitare pazienti con problematiche sanitarie di tipo fisico/mentale». Per questo motivo, era la richiesta, «visto l’accaduto, riteniamo che, prima di rientrare in struttura, il suddetto necessiti di un approfondimento della condizione psichiatrica per evitare che l’episodio avvenuto il 16 agosto possa ripetersi».
Al ragazzo viene prescritto il ricovero in psichiatria ma decide di abbandonare volontariamente l'ospedale e si ripresenta al servizio accoglienza del progetto. Per una questione umanitaria il progetto lo ha ripreso in carico nella speranza di limitare i danni. Ma ormai Yacine ha deciso, o almeno la sua mente malata. Ma anche nessuno prova davvero a fermarlo. Così la sera di venerdì il nuovo tentativo riesce. Purtroppo il suo nome non lo ha protetto. Un nome che nella cultura islamica è portatore di benedizioni e fortuna, di pace, armonia e protezione alla persona che lo porta. Si ritiene, infatti, che coloro che portano questo nome abbiano un legame speciale con la divinità e siano destinati a vivere una vita piena di benedizioni e successo. Per il ragazzo tunisino non è stato così. Ma la sua storia, ancora una volta, denuncia soprattutto ritardi e insufficienze nell’accoglienza ai migranti, non pericolosi invasori ma spesso soggetti fragili che le strutture avrebbero il dovere di tutelare e curare, non scaricando il “problema” sul volontariato. Quella di Yacine non è purtroppo l’unica storia drammatica né l’unico suicidio. 

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