Una casa per chi ha perso tutto, così l’housing diventa rete sociale

Le storie di chi ha perso la casa dimostrano che l’emergenza abitativa è spesso l’ultimo anello di una catena di fragilità. L’housing prova a ricostruire autonomia e relazioni
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August 29, 2026
Una casa per chi ha perso tutto, così l’housing diventa rete sociale
Non c’è una biografia tipo di chi si ritrova senza casa. Spesso è l’ultimo pezzo a cedere, dopo la perdita del lavoro, di una relazione, della salute o di una rete familiare. Sandro, ad esempio, una casa ce l’ha ancora e continua a pagarne il mutuo. Eppure da giugno vive al Centro sociale Botticelli di Lissone, in Brianza, in un progetto di housing sociale temporaneo gestito dal Consorzio Comunità Brianza. È arrivato in Italia dall’Eritrea nel 1998 e per anni ha lavorato come ufficiale di macchina sulle navi, occupandosi della parte tecnica e meccanica. Poi il gioco d’azzardo, iniziato come passatempo, è diventato una dipendenza. «Non mi ero accorto che era diventata una malattia, per me era un modo per sfuggire alla solitudine. Ma finivo per far fuori in un paio di giorni quello che guadagnavo in tre mesi». Debiti accumulati per provare a stare a galla dopo un’ischemia cerebrale e la diagnosi di una malattia cronica. Intanto i rapporti con familiari e amici si sono consumati e gli inquilini della sua abitazione hanno smesso di pagargli l’affitto. Alla fine è stato lui a chiedere aiuto al Comune: «Non voglio più disturbare nessuno. Sono da solo. Non riesco neanche a dormire se penso al futuro, è davvero difficile andare avanti».

Le vite di chi è rimasto senza una casa

Nelle stanze dello stesso grande edificio a quattro piani si arriva da strade completamente diverse. Una donna vive qui con la figlia di 29 anni. Prima avevano una casa a Bernareggio, lì vicino. Poi, a causa di un incendio, il compagno perde il lavoro e non sono più riusciti a mantenere la loro abitazione. Sono stati accolti per circa un anno in una struttura, a Melzo, ma il budget è stato ridotto e il loro percorso è stato interrotto prima del termine. Per i sei mesi successivi hanno vissuto per strada, alla stazione. «Era inverno, pioveva a dirotto e lì sotto si allagava tutto». Ogni tanto riuscivano a pagarsi qualche notte in un bed and breakfast, abbastanza per fare una doccia, cambiarsi e poi tornare fuori. Molte delle loro cose sono ancora nella struttura precedente. Oggi lei e la figlia dormono al Botticelli; il compagno è invece in un dormitorio a Monza e ogni mattina viene qui prima di andare al lavoro. La difficoltà, dice, è che casa e lavoro finiscono per rincorrersi. Cercare un impiego quando non si sa nemmeno quale indirizzo dare: «E che gli dicevo? Vivo in stazione?». Adesso spera «di riuscire a trovare un lavoro, una casa, poter riprendere le mie cose, avere la mia vita e andare avanti. Non è possibile continuare a vivere così: che vita è?».
Clarida quel “dopo” lo conosce. È arrivata nel progetto anni fa, rimasta improvvisamente vedova con tre figli che allora avevano nove, sette e quattro anni. Oggi ha il suo lavoro, vive con il nuovo compagno e i figli hanno ciascuno «il loro letto e la loro scrivania». Del periodo trascorso nell’housing, ricorda gli incontri per sistemare i documenti, i pacchi alimentari quando servivano, i vestiti per i bambini, l’attenzione degli operatori a non parlare dei problemi davanti ai figli. «Non mi sono mai sentita controllata, sono stati bravissimi e mi hanno sempre trattata con grande rispetto». A volte passava negli uffici anche quando non c’era niente da risolvere: «Passavo anche se non avevo niente da sistemare, documenti o altre cose. Passavo anche solo per parlare». E poi c’è un ex sindaco. C’è una donna che è scappata dal proprio Paese. C’è una nonna con le nipoti, la cui mamma è stata uccisa dal padre delle bimbe.

L'housing sociale è progettualità educativa

Sono storie che spiegano perché Giulia Buonanno, educatrice del Consorzio, descrive l’emergenza abitativa come «la punta dell’iceberg di problematiche, fatiche e fragilità ramificate». Dal 2014 il Consorzio gestisce al Botticelli un progetto di housing temporaneo per persone e nuclei segnalati dai servizi sociali comunali. Si viene accolti in una stanza o in un appartamento, ma il lavoro con gli operatori riguarda anche occupazione, gestione economica, documenti, relazioni, ricerca di una sistemazione futura. Una parte importante consiste proprio nel ricostruire una rete. Chi arriva in emergenza abitativa, racconta Buonanno, ha spesso relazioni molto povere o ormai consumate. Per questo gli operatori accompagnano le persone anche nelle cose apparentemente più banali: individuare la scuola, la biblioteca, il supermercato, conoscere associazioni e volontari del territorio. «Quello che caratterizza veramente l’housing è la progettualità educativa. Il mio lavoro è fare in modo che tu non abbia più bisogno di me», sintetizza Buonanno.
Il problema è che oggi si può aver concluso quel percorso e non riuscire comunque ad andarsene. «È difficile parlare di autonomia quando l’accesso alla casa è un problema non solo per chi è in difficoltà o in fragilità, ma per tanti di noi, per i costi elevati». Nell’esperienza degli operatori, chi esce spesso lo fa grazie all’assegnazione di un alloggio pubblico. Nel mercato privato pesano prezzi, garanzie richieste e, in alcuni casi, discriminazioni: «Vai in agenzia e ti senti dire: “Per gli stranieri è un po’ difficile trovare un affitto”». Ogni anno in Italia vengono emesse almeno 40 mila sentenze di sfratto, che coinvolgono circa 120 mila persone, tra cui 30 mila minori; tra 25 mila e 30 mila provvedimenti vengono eseguiti con la forza pubblica. Buonanno ricorda bene l’effetto della pandemia: «Con il Covid c’è stato un congelamento degli sfratti. Una volta passata l’emergenza abbiamo avuto un’impennata di sfratti e di segnalazioni di famiglie e single in difficoltà». Oltre 650 mila famiglie, almeno 1,4 milioni di persone, sono inoltre in graduatoria per una casa popolare.

L'emergenza abitativa e il Piano Casa

Il patrimonio di edilizia residenziale pubblica è stimato nell’ordine di 900 mila-980 mila alloggi, e una quota significativa resta inutilizzabile. Le stime richiamate nei dossier parlamentari indicano circa 80 mila alloggi non a norma, mentre altre valutazioni parlano di oltre 100 mila abitazioni pubbliche vuote. Dentro questa sproporzione arriva il nuovo Piano Casa, il pacchetto di interventi da dieci miliardi in dieci anni pensato dal Governo per rispondere all’emergenza abitativa. Tra gli obiettivi ci sono la realizzazione di 100 mila nuovi alloggi e il recupero di circa 60 mila alloggi Erp oggi non utilizzabili. Il Piano, però, non interviene soltanto recuperando patrimonio.
L’articolo 5 disciplina anche le alienazioni di immobili ERP e sociali. Vendere case pubbliche era già possibile, ma la novità più rilevante riguarda i ricavi. La precedente disciplina prevedeva che almeno l’80% fosse reinvestito nelle case pubbliche. La nuova norma destina invece, per gli enti territoriali, i proventi prima alla riduzione del debito e poi, per l’eventuale eccedenza, al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Intanto, il Governo sta portando avanti un disegno di legge che punta ad accelerare le procedure di rilascio degli immobili, soprattutto quando il contratto di locazione è scaduto. Il testo, ancora all’esame del Senato, prevede anche che il giudice possa imporre, per ogni giorno di ritardo nel rilascio, una somma pari all’1% del canone mensile, con il rischio di aggravare situazioni di fragilità economica.
Al Botticelli tutti questi numeri e queste norme finiscono per tradursi in una cosa molto più semplice. Se una famiglia recupera la propria autonomia ma non trova una casa, resta. Il posto non si libera, i costi si dilatano e il progetto, nato per essere temporaneo, si allunga. «Ci sono momenti in cui non sai più che pezzi di lavoro fare, perché è stato tentato tutto il tentabile», racconta Buonanno. E, intanto, qualcun altro aspetta di entrare.

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