Dimenticare Picasso e trovare l’Africa
Una mostra a Bruxelles, con lavori storici e contemporanei, capovolge la prospettiva: non è il continente
a dover trovare posto
in una storia già scritta

Per molto tempo l’arte africana è entrata nei musei europei attraverso una porta laterale. Maschere, statue e oggetti rituali sono stati classificati come reperti etnografici, testimonianze di società lontane o anonime sorgenti d’ispirazione per Picasso, Modigliani e le avanguardie del Novecento. Più raramente sono stati guardati per ciò che erano fin dall’origine: opere d’arte, create da autori dotati di una propria ricerca formale e appartenenti a tradizioni capaci di attraversare i secoli. È questo rovesciamento dello sguardo che promette Africa Legacy. Berceau de l’art (L’eredità dell’Africa. Culla dell’arte), la grande esposizione in programma dal 4 settembre al 1° novembre all’Espace Vanderborght di Bruxelles. Curata da Didier Claes e promossa con il sostegno della Città di Bruxelles e del Centre Culturel Congolais, la mostra riunirà più di 250 opere provenienti da collezioni private e istituzionali africane ed europee: 165 lavori di arte classica e circa cento opere moderne e contemporanee, espressione di 21 Paesi e 54 artisti. Il percorso comincia dalle terrecotte della cultura Nok, sviluppatasi nell’attuale Nigeria a partire dal primo millennio avanti Cristo, e arriva alle esperienze artistiche contemporanee di Kinshasa, Dakar, Cotonou e di altri centri del continente. Tra i nomi annunciati compaiono Malick Sidibé, Seydou Keïta, Chéri Samba, Samuel Fosso, Romuald Hazoumè, Joana Choumali, Omar Victor Diop, Barthélémy Toguo, Omar Ba e Abdoulaye Konaté.
La scelta decisiva consiste nel non separare le opere antiche dalla produzione moderna e contemporanea come se appartenessero a due mondi estranei. La mostra le ricompone in una storia comune: non una tradizione immobile contrapposta alla modernità, ma una continuità fatta di riprese, trasformazioni e nuovi linguaggi. Il contemporaneo africano non comincia quando gli artisti del continente entrano nelle gallerie occidentali: nasce dentro una vicenda molto più lunga. Didier Claes, nato a Kinshasa e attivo da oltre trent’anni nel mercato e nello studio dell’arte africana, definisce l’esposizione una sorta di «collezione immaginaria». Il suo intento è restituire centralità non solo alle opere ma anche a chi le ha create. Per questo, nel percorso e nel catalogo, le sculture del passato non vengono presentate soltanto attraverso il popolo o la regione di provenienza. Claes ricorre a espressioni come “artista Nok” o “artista Baoulé”: una soluzione necessariamente incompleta ma significativa, perché dietro l’anonimato imposto dalla catalogazione occidentale prova a far riemergere la mano di un autore. È un passaggio meno formale di quanto sembri. Un Picasso è inseparabile dal nome che lo ha prodotto; una maschera africana è stata a lungo attribuita genericamente a un’etnia, come se fosse la manifestazione spontanea di una cultura e non il risultato del talento, delle scelte e del lavoro di una persona. Riconoscere l’artista significa sottrarre quelle opere alla condizione di oggetti senza autore. Qui emerge anche un limite delle categorie con cui l’Europa ha ordinato il mondo: produzioni nate a migliaia di chilometri e a secoli di distanza continuano a essere raccolte nell’unica formula “arte africana”. La definizione rende visibile il continente, ma rischia nello stesso tempo di appiattirne la pluralità. Restituire individualità agli autori significa allora riconoscere anche scuole, committenze, sperimentazioni e canoni: non un repertorio collettivo senza tempo, ma storie dell’arte al plurale.
La sede rende inevitabilmente più complessa questa operazione. La mostra si tiene a Bruxelles, capitale di un Paese la cui storia è profondamente intrecciata alla colonizzazione del Congo e nel quale il dibattito sulla provenienza e sulla restituzione del patrimonio africano rimane aperto. Molte opere arrivano inoltre da collezioni private. La loro bellezza non cancella dunque le domande relative ai percorsi attraverso i quali gli oggetti hanno lasciato il continente, sono entrati nelle raccolte europee e hanno acquisito un valore economico spesso inaccessibile alle società che li hanno prodotti. Anche la restituzione, in questa prospettiva, non coincide soltanto con il trasferimento materiale di un bene da un museo europeo a un’istituzione africana. Comincia dalla ricostruzione delle provenienze, dall’accesso agli archivi e dalla possibilità, per studiosi e pubblici africani, di partecipare alla definizione del significato delle opere. Un oggetto può infatti restare fisicamente in Europa ed essere ancora prigioniero di una classificazione coloniale; oppure può tornare nel Paese d’origine senza che siano ricostruiti i legami, le conoscenze e le responsabilità spezzati dalla sua sottrazione. La domanda non è dunque soltanto dove debbano stare le opere, ma chi abbia oggi il diritto di narrarle. Claes rivendica per l’esposizione un’impostazione soprattutto estetica: chiede al visitatore di guardare e lasciarsi raggiungere dalle opere, senza rinchiuderle esclusivamente nella cornice coloniale. È un’intenzione comprensibile, ma anche una tensione feconda. Liberare l’arte africana dallo sguardo etnografico non significa necessariamente separarla dalla storia. Può voler dire, al contrario, tenere insieme la forza della creazione e le vicende materiali degli oggetti, l’ammirazione e la responsabilità, il patrimonio universale e il diritto delle società africane a riconoscersi in ciò che hanno creato.
In questo senso Africa Legacy arriva in un momento significativo. Da un lato cresce la presenza degli artisti africani nelle biennali e nelle fiere internazionali; dall’altro permane la tendenza a considerarli una categoria separata. L’esposizione prova a capovolgere la prospettiva: non è l’Africa a dover trovare posto in una storia già scritta. È quella storia a risultare incompleta se non riconosce nell’Africa una delle proprie matrici. Il lascito evocato dal titolo non riguarda quindi soltanto il passato. Le opere contemporanee mostrano che l’eredità non è qualcosa da conservare intatto, ma una materia che può essere riaperta, contestata e trasformata. L’Africa non appare così come il deposito delle origini al quale il mondo moderno avrebbe occasionalmente attinto, ma come un soggetto che continua a produrre forme, immagini e modi di guardare. Non soltanto il luogo da cui l’arte è venuta, ma uno dei luoghi nei quali il suo futuro sta già prendendo forma.
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