Curare, conoscere, trasformare: la medicina plurale delle donne

Dalle levatrici alle ricercatrici, dalle conoscenze sulle piante agli studi di genere: Daniela Minerva ricostruisce la vicenda del sapere femminile nel mondo della cura. Non una galleria di eroine dimenticate, ma un vero racconto collettivo
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August 16, 2026
Curare, conoscere, trasformare: la medicina plurale delle donne
John Dillwyn Llewelyn, “Thereza” 1853–56 / NY Met / CC0
Che cosa hanno fatto le donne mentre l’umanità imparava a combattere malattie, dolore e morte? È la domanda che anima Daniela Minerva in Medicina femminile plurale. Il sapere delle donne nella storia (Bollati Boringhieri, 2026, pagine 368, euro 22,00), una ricostruzione diacronica, non una galleria compensativa di eroine dimenticate. Al centro infatti non sono solo «le poche sapienti entrate nella leggenda», ma le donne «tutte: nelle case, nei campi, nelle città, nei castelli, nei bordelli, nei templi e nei conventi, nelle fabbriche, e poi nelle università e negli ospedali».
Prima di essere riconosciute come mediche o scienziate, le donne hanno nutrito, assistito, curato, sperimentato rimedi, custodito conoscenze sul corpo e sulla nascita. La medicina, la maternità e la cura del gruppo sono state «un terreno di coltura dell’evoluzione del modo di conoscere della nostra specie». Le raccoglitrici preistoriche imparano a distinguere piante utili e nocive, a classificare, ricordare e trasmettere; «insomma, a fare scienza». Non una scienza codificata, quanto un sapere empirico indispensabile alla sopravvivenza.
Questo filo d’oro attraversa il mondo antico, le case romane, i monasteri e la medicina medievale. Minerva ricostruisce il lavoro di levatrici, guaritrici, farmacologhe, nobildonne e religiose, sottraendolo alla rimozione e al mito. A Salerno, dove culture greche, arabe, ebraiche e cristiane si incontrano, «quando nasce il primo abbozzo di medicina scientifica le donne ci sono. Non una donna speciale e geniale, ma una schiera di dottoresse». Trota diviene meno un’icona che l’indizio di una cultura medica femminile diffusa; Ildegarda di Bingen è una figura di confine: congiunge osservazione empirica, ricerca delle cause, corporeità, fede e il senso della vitalità del cosmo, espressa dalla viriditas.
Con università e professionalizzazione, il sapere condiviso viene separato, gerarchizzato e spesso sottratto alle donne. L’Ottocento è il passaggio più oscuro: «il corpo femminile nell’Ottocento è osservato e medicalizzato, persino la mestruazione diventa una malattia». Il riferimento a Barbara Duden e ai resoconti delle pazienti del medico settecentesco Johannes Storch illumina la costruzione medico-biopolitica del corpo femminile. Isteria, ninfomania e menopausa diventano strumenti di normalizzazione, mentre la ginecologia si istituzionalizza e restringe il campo delle levatrici. Minerva non contrappone una cura femminile, buona e naturale, a una scienza maschile inevitabilmente oppressiva. La medicina scientifica ha partecipato alla costruzione del patriarcato, ma «è questa medicina che ci salva la vita». Manca però il confronto con la critica radicale di Ivan Illich alla medicalizzazione della vita e alla iatrogenesi. Non si tratta di rifiutare la medicina scientifica, quanto di riconoscerne pregiudizi, omissioni e rapporti di potere.
L’ingresso delle donne nella sanità pubblica modifica il quadro. Le filantrope trasformano l’igiene domestica in azione sociale; Josephine Butler combatte le ispezioni vaginali imposte alle prostitute inglesi, lo speculum divenuto «fallo di Stato»; Florence Nightingale porta nell’ospedale disciplina, pulizia e lettura dei dati. «La statistica fu l’arma di Florence per riformare gli ospedali inglesi e americani»: non solo l’angelo con la lanterna, ma una protagonista della moderna organizzazione sanitaria. Con Elizabeth Blackwell, Elizabeth Garrett Anderson, Sophia Jex-Blake, Maria Montessori e Adelasia Cocco, le donne conquistano lauree, corsie e istituzioni.
Nel 1971 Our Bodies, Ourselves segna una svolta politica: il libro collettaneo intende restituire alle donne «il corpo espropriato dalla ginecologia positivista». Da quel momento il discorso sulla salute delle donne si allarga ben oltre l’ambito riproduttivo. Bernadine Healy denuncia una cardiologia costruita sul maschio e inaugura la Women’s Health Initiative; secondo la medicina di genere «le donne non sono uomini con un apparato genitale proprio, ma corpi diversi in tutte le loro parti». Diagnosi, dosaggi farmacologici, sintomi e terapie cambiano quando sesso e genere entrano nella ricerca.
Si arriva infine a Rosalind Franklin, Dorothy Hodgkin, Barbara McClintock, Mary-Claire King, Katalin Karikó, oncologhe e ricercatrici contemporanee. L’autrice rifiuta sia il racconto vittimistico della scienziata derubata, sia l’idea essenzialista di una mente femminile naturalmente empatica, pacifica e vicina alla natura. La scienza non procede per solitari momenti di «Eureka!», ma dentro reti, istituzioni, conflitti e collaborazioni. Se si dà un modo femminile di conoscere, esso «non è innato o essenzialmente di genere, ma è storicamente di genere»: nasce dalle esperienze, dagli spazi e dai compiti assegnati alle donne nei secoli.
La femminilizzazione della medicina non coincide con la sostituzione degli uomini ai vertici. La questione femminista esiste «non in senso emancipazionista. Bensì, in termini di liberazione dei contenuti»: significa modificare domande, priorità, organizzazione della cura e criteri della ricerca. Restano il «tetto di cristallo», il peso familiare, le carriere rallentate e l’accesso diseguale al potere scientifico. «Una società che non aiuta la maternità è una società che rinuncia a essere equa; una società che delega alle donne l’assistenza degli anziani è una società segregazionista». Segno di un campo ormai in pieno sviluppo sono anche le imminenti uscite, per Carocci, di Medicina di genere. Pneumologi, di A.M. Moretti, e Medicina di genere. Oncologia, di R. Berardi.
Medicina femminile plurale è insieme storia della cura, critica della scienza e indagine sul presente. L’ingresso delle donne non aggiunge soltanto soggetti a un sistema immutato, ma può trasformarne lo sguardo. Perché «i bisogni di salute non sono gender free»: riconoscerlo non indebolisce l’universalità della medicina, la rende più precisa, più aperta e più capace di una cura integrale.

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