La neuroscienziata Rumiati: «Menti di donne tra biologia ed esperienza»
Meno portate per la matematica? Più empatiche? Gli stereotipi hanno una base sociale più che nel cervello

Raffaella Rumiati, professoressa di Neuropsicologia e Neuroscienze cognitive presso la Sissa di Trieste, dove dirige il laboratorio di Neuroscienze e Società, ha scritto un libro breve, chiaro e molto documentato che fa capire come la scienza possa avere un forte impatto sociale: La mente delle donne (Laterza, pagine 128, euro 16,00). La ricerca dice infatti che la disparità tra i sessi è tutt’altro che scritta nella biologia e ci rimanda piuttosto alla cultura, alla struttura asimmetrica delle relazioni e ai diritti da riconoscere.
Professoressa Rumiati, cominciamo dal titolo, che è interessante in sé. Una neuroscienziata che introduce le scienze del cervello nel dibattito sulla presunta differenza tra i sessi, ma chiama il volume "La mente delle donne". Che rapporto vede e descrive tra il cervello che studia e la mente in senso più ampio?
«Io non considero mente e cervello come due entità separate: i processi mentali emergono dall'attività cerebrale. Questo non significa che possano essere spiegati esclusivamente attraverso la biologia. Il cervello si sviluppa infatti in continua interazione con l'ambiente fisico e sociale, e queste influenze contribuiscono a plasmare il modo in cui pensiamo, sentiamo e costruiamo la nostra identità. Questo è particolarmente evidente quando parliamo di genere, dove fattori biologici, esperienze individuali, aspettative sociali e modelli culturali si intrecciano lungo tutto l'arco della vita. Il libro La mente delle donne non parla soltanto di differenze biologiche: parla soprattutto di come le donne percepiscono se stesse, vengono percepite dagli altri e sviluppano la propria identità in una società che continua a imporre aspettative e trasmettere stereotipi molto forti. Le neuroscienze non servono a stabilire una volta per tutte che cosa sia innato e che cosa sia acquisito, ma a comprendere come biologia ed esperienza si influenzino reciprocamente nel corso della vita. È proprio questa prospettiva che ci permette di leggere il genere in modo più sfumato e realistico, cogliendone tutta la complessità».
La tesi generale è che gran parte di ciò che chiamiamo differenza nasce da apprendimenti, aspettative e ruoli sociali. Tra poco vedremo molti esempi. Diciamo subito se c'è qualche differenza innata tra il sistema nervoso femminile e quello maschile?
«L'esistenza di differenze biologiche tra maschi e femmine è ben documentata. Queste riguardano il patrimonio genetico, il profilo ormonale e alcune caratteristiche anatomiche del cervello. La questione scientificamente più interessante è però un'altra: fino a che punto tali differenze si traducano in differenze cognitive, emotive o comportamentali. Su questo punto le evidenze sono molto meno chiare di quanto suggeriscano molti stereotipi e molte interpretazioni semplificate della ricerca neuroscientifica. Uno dei risultati più importanti emersi negli ultimi anni è l'idea che il cervello umano assomigli più a un mosaico che a una struttura rigidamente "maschile" o "femminile". Ogni individuo presenta una combinazione unica di caratteristiche, e le differenze all'interno di ciascun sesso sono spesso maggiori di quelle osservate tra i sessi».
Impressiona il caso delle competenze matematiche nel mostrare il peso degli stereotipi. Ci può illustrare il contributo che ha dato la scienza nel demolire i pregiudizi?
«Per molto tempo si è creduto che le ragazze fossero naturalmente meno portate per la matematica. Oggi sappiamo che questa idea non è sostenuta dalle evidenze scientifiche. Numerosi studi e rilevazioni internazionali mostrano che le differenze nelle prestazioni matematiche, generalmente a sfavore delle ragazze, emergono nei primi anni della scuola primaria e tendono ad ampliarsi nel corso della carriera scolastica. La ricerca ha evidenziato che tali differenze sono fortemente influenzate da molteplici fattori, tra cui le aspettative degli insegnanti, gli stereotipi familiari e culturali, l'ansia matematica e alcuni tratti di personalità. Un risultato particolarmente interessante è che il divario tende a ridursi o addirittura a scomparire nei contesti sociali più egualitari, anche se questo non si traduce automaticamente in una maggiore presenza femminile nelle discipline STEM. Tutto ciò suggerisce che non stiamo osservando limiti biologici, ma l'effetto cumulativo delle opportunità, delle aspettative e delle esperienze che accompagnano bambine e ragazze durante la crescita».
L'empatia è sempre stata considerata una peculiarità femminile. Nel libro si smonta sia questa convinzione sia il mito dell'empatia come sentimento sempre desiderabile. Ci può spiegare?
«Le donne ottengono spesso punteggi più elevati nei questionari di empatia e mostrano, in media, una maggiore sensibilità ai segnali emotivi degli altri. Tuttavia, le differenze osservate sono generalmente modeste e dipendono molto dal modo in cui vengono misurate. Inoltre, fin dall'infanzia le bambine sono incoraggiate più dei bambini a prestare attenzione ai bisogni e agli stati emotivi altrui. È quindi difficile stabilire quanto queste differenze riflettano predisposizioni biologiche e quanto invece siano il risultato di processi educativi e aspettative sociali. Nel libro sostengo che l'empatia può trasformarsi in un vincolo quando viene considerata una caratteristica naturalmente femminile. Alle donne viene spesso richiesto di comprendere, accudire, mediare e sostenere emotivamente gli altri. La cura continua a essere associata al femminile quando significa assistenza diretta e lavoro relazionale; molto meno quando si traduce in potere decisionale e posizioni di vertice. In questo modo una risorsa relazionale importante rischia di diventare un'aspettativa sociale e un carico invisibile. C'è poi un secondo equivoco: pensare che l'empatia sia sempre desiderabile o che rappresenti una guida affidabile per le decisioni morali. L'empatia emotiva è selettiva: tendiamo a provarla soprattutto per chi percepiamo come vicino, simile o appartenente al nostro gruppo. Può quindi favorire favoritismi e distorsioni del giudizio».
La misoginia, che ancora non ci ha abbandonato, ha radici complesse, ma nel cervello si può leggere come le donne a volte vengono oggettivate e persino deumanizzate. Come accade?
«L'oggettivazione consiste nel percepire una persona più come un oggetto che come un individuo dotato di pensieri, intenzioni ed emozioni. Alcuni studi di neuroscienze hanno mostrato che, in determinate condizioni, immagini di donne fortemente sessualizzate evocano una minore attivazione di regioni cerebrali normalmente coinvolte nell'attribuzione di stati mentali agli altri. Questo non significa che esista un "centro della misoginia" nel cervello. Suggerisce piuttosto che stereotipi culturali profondamente radicati possano modificare il modo in cui elaboriamo le informazioni sociali. Forse il risultato più sorprendente è che l'oggettivazione non è un fenomeno esclusivamente maschile. Anche le donne possono arrivare a valutare altre donne – e talvolta se stesse – privilegiando l'aspetto fisico rispetto a pensieri, emozioni e competenze. Questo fenomeno è spesso interpretato come una forma di misoginia interiorizzata: gli stereotipi culturali sul femminile possono essere assorbiti e riprodotti anche dalle stesse donne. Quando una persona viene ridotta principalmente al suo corpo, diventa più difficile riconoscerne pienamente la soggettività. È questo il terreno psicologico sul quale possono attecchire discriminazione, molestie e violenza».
Una scoperta scientifica che contribuisce a contrastare molte forme di vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza viene proprio dalle neuroscienze: il meccanismo del freezing. Come funziona e che cosa implica?
«Quando una persona si trova di fronte a una minaccia estrema, il sistema nervoso può attivare diverse strategie automatiche di sopravvivenza. Oltre alla fuga e all'attacco, esiste il freezing, una risposta caratterizzata da riduzione dei movimenti volontari e temporanea incapacità di reagire. Si tratta di una risposta biologica involontaria, osservata sia negli animali sia negli esseri umani. Per questo motivo molte vittime di aggressione o violenza sessuale possono non riuscire a urlare, scappare o opporsi fisicamente. Le neuroscienze suggeriscono che questa apparente passività non è un segno di consenso, di debolezza o di scarsa volontà di difendersi, ma una risposta automatica attivata dal cervello in condizioni di minaccia estrema. Comprendere il freezing ha conseguenze enormi sul piano sociale e giudiziario, perché aiuta a superare una domanda spesso rivolta alle vittime: "Perché non hai reagito?". Per molto tempo si è pensato che una vittima "vera" dovesse necessariamente resistere, gridare o tentare la fuga. Oggi sappiamo che non è così. In molti casi, la risposta è semplice: il loro cervello stava mettendo in atto un meccanismo automatico di sopravvivenza».
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